CERVELLO: IL MITO DEL 10% TRA CINEMA E PSICOSETTE

di Marco Bondavalli

 

Limitless è un film del 2011 diretto da Neil Burger. Racconta la storia di Eddie Morra, un ragazzo fallito che entra in possesso di una miracolosa droga: l’NZT. Essa gli permette di avere accesso a tutte le parti del cervello inutilizzate e di conseguenza a tutte le informazioni assorbite. Questo fa di lui un uomo capace di combattere ricordando le mosse di Bruce Lee, imparare una lingua ascoltandola la prima volta o di guadagnare soldi con l’alta finanza. Tutto questo non senza effetti negativi, quali l’invecchiamento precoce e grandi vuoti di  memoria causati da un sovraccarico di informazioni. Tutto sommato il film, nonostante sia a sfondo fantascientifico, presenta al pubblico aspetti fantastici miscelati con un realismo che li rende credibili. L’idea di base è stata riproposta da un altro film che è uscito recentemente nelle sale, Lucy di Luc Besson. Nella pellicola la protagonista assume una quantità enorme di CPH4, che viene presentato come un enzima che le donne producono dalla 6 settimana di gravidanza per creare ogni struttura nel feto, ovviamente anch’esso sintetizzato a droga. Gli effetti sul cervello in Lucy sono puramente fantascientifici: dal controllo del corpo a quello delle persone, il controllo della materia e delle onde magnetiche, che la rendono gradualmente un essere semi-divino. La cosa interessante del film è il personaggio interpretato da Morgan Freeman, un biologo di fama mondiale che sostiene la teoria secondo la quale l’uomo utilizzerebbe solo il 10% del cervello, ipotizzando in anticipo la maggior parte dei poteri assunti da Lucy.

La teoria che utilizziamo solo una minima parte del nostro cervello esposta nei due film è senza dubbio affascinante, ma quanto di vero vi è in essa? Partiamo dalle droghe assunte nei film. L’NZT dovrebbe essere una sorta di farmaco nootropo, che nella realtà aumenta il rilascio di agenti neurochimici, aumentando l‘apporto di ossigeno al cervello oppure stimolando la crescita nervosa. Purtroppo buona parte degli effetti  non sono ancora stati testati scientificamente. Stessa sorte per il CPH4, del quale si studiano le potenzialità ma senza riscontri, e soprattutto non è assimilabile a droga. Ma tralasciando i farmaci passiamo al soggetto, il cervello, ed è sempre nella neuroscienza che troviamo le risposte più convincenti al riguardo. Il neuroscienziato Barry Beyerstein in Whence Come the Myth that We Only Use 10% of our Brains? ha enunciato sette diverse prove volte a confutare questa credenza:

1.Studi sul danno cerebrale hanno dimostrato che non c’è area del cervello che danneggiata non provochi qualche perdita delle capacità mentali.

2.Selezione naturale: il cervello pur avendo una massa pari a solo il 2% dell'intero corpo umano, assorbe il 20% del fabbisogno energetico di un essere umano. Se il 90% fosse davvero inutilizzato, allora l'uomo ricaverebbe un grande vantaggio in termini di sopravvivenza dal possedere un cervello molto più piccolo ed efficiente, per cui la selezione naturale avrebbe eliminato quella parte del cervello inutilizzata.

3.Le più moderne tecnologie (EEG, CAT, PET, etc.) permettono di monitorare le attività del cervello, rivelando che tutte le parti di esso sono in attività anche durante il sonno; solo in caso di gravi danni cerebrali esistono parti del cervello non attive.

4.Localizzazione delle funzioni: sebbene il cervello si comporti come una singola massa, in esso esistono distinte aree per distinte funzioni; decenni di ricerche hanno permesso una mappatura completa e non  sono state trovate aree del cervello alle quali non siano state associate delle funzioni precise.

5.Analisi microstrutturale: esistono metodi di indagine realizzati con l'inserimento di un elettrodo nel cervello, che permettono di monitorare l'attività di piccolissimi gruppi di cellule o, addirittura, di un singolo neurone. Se davvero il 90% dei neuroni fosse inutilizzato, queste tecniche l'avrebbero già rivelato per via strumentale.

6.Studi metabolici.

7.Decadimento neuronale: le cellule cerebrali non utilizzate tendono al decadimento; se il 90% del cervello fosse inutilizzato, una semplice autopsia rivelerebbe il decadimento del 90% delle cellule cerebrali.

 

La neuroscienza dunque è giunta a conclusioni piuttosto convincenti e viene spontaneo  chiedersi come mai questo mito continui a colonizzare l’immaginario comune. Per farlo risulta utile provare a capire quali  siano le sue origini storiche. Probabilmente la credenza è nata da un travisamento delle parole dello psicologo William James (1842-1910), che nel saggio The Energies of Men giunse a sostenere: “We are making use of only a small part of our physical and mental resources”. A dare un esatto valore percentuale alla presunta parte inutilizzata fu lo scrittore d’avventure americano Lowell Thomas nell’introduzione al libro di  Dale Carnegie How to win friends and influence people del 1936. Il testo di Carnegie rientra in quel filone di pensiero nato in America dopo la guerra civile conosciuto  come “New Thought”. Esso veniva incontro alla cavalcante ansia conseguente all’ossessione per la prosperità della classe media, offrendo un mix di revivalismo religioso e psicologia popolare che i promotori  chiamavano“The Mind Cure”. Tra le tante promesse vi era una salute sicura, carisma, agilità mentale e la pace dei sensi. Primo fra tutti e fondatore  del movimento fu Phineas Quimby (1802-1866), seguito da Mary Baker Eddy (1821-1910) che fondò la nota Christian Science, passando per il sopracitato Dale Carnegie e finendo con i nuovi guru dei movimenti per il Potenziale Umano. Questi mercanti di successo hanno cercato di secolarizzare e rafforzare una fragile etica Protestante con delle pezze di teologia “fai da te”, parapsicologia e pseudoscienza. Qualunque sia  la fonte del  mito del 10%, appare chiaro che era già luogo comune all’inizio del XX secolo, questo in larga parte grazie alla rivoluzione del “pensiero positivo”. Anche se questi nuovi messia non crearono il mito, esso gli fu innegabilmente utile. Dato che è tuttora impossibile negare il ruolo della mente in ogni cosa che facciamo, il mito allora venne incontro al bisogno di un capro espiatorio neurologico per spiegare perché molte persone non fossero così produttive e felici quanto i “pensatori positivi” potevano farle diventare.

 

Il mito continuò a gravitare intorno all’industria dell’auto-miglioramento fino alla metà del secolo scorso, quando diventò il punto focale dei corsi come quelli promossi dall’organizzazione di Dale Carnegie; ai giorni nostri, esso riemerge regolarmente nelle strombazzanti pubblicità promozionali diffuse dai venditori ambulanti della Meditazione Trascendentale, Scientology e della programmazione neurolinguistica. Ovviamente una via affidabile per addizionare un’istantanea credibilità alla maggior parte delle asserzioni è di attribuirle a personalità famose, facendo cardine sulla pigrizia di ricerca delle persone, plasmate da una mole enorme di informazioni imprecise. Dalla metà del XX secolo, la via più sicura per attribuire un manto di verità ad un idea è di farla pendere dalle labbra di Albert Einstein. Infatti si suppone che il fisico abbia menzionato il mito del 10% nel contesto di una domanda fattagli riguardo alla fonte della sua intelligenza;  Barry Beyerstein, nel sopracitato saggio contenuto in Mind Myths: Exploring Popular Assumptions About the Mind and Brain (a cura di Sergio Della Sala), in collaborazione con Anouk Crawford e Jeff Mandl, assistente curatore dell’Archivio di Albert Einstein, dice che non ha trovato una singola parola del fisico a riguardo nonostante ritenga possibile un uso di tale argomento in senso puramente metaforico.

 

Dal cinema alle psicosette, una grande industria si è evoluta, ristorando la nostra nobile brama di auto‐ miglioramento. Perché se il mito della decimazione neuronale continua a prosperare, è perché rappresenta l’allegoria dell’universale desiderio umano di essere più talentuosi, influenti e prosperosi.  E’ confortante credere che possediamo riserve di abilità misteriose, e anche se questa fantasia può essere canonizzata e limitata da riferimenti alla scienza del cervello, rimane terreno fertile per gli aspiranti speculatori.

 

Bibliografia

‐ Beyerstein B.L. (1999), Whence Cometh the Myth that We Only Use 10% of our Brains? in Sergio Della Sala (a cura di), Mind Myths: Exploring Popular Assumptions About the Mind and Brain, New York, Wiley, pp. 3-24.

- Carnegie D. (1936), How to win friends and influence people, New York, Simon andSchuster.

‐ James W. (1914), The Energies of Men, New York,  Moffat Yard and Company, p. 12.

 

Filmografia

- Besson L. (2014), Lucy, Francia.

- Burger N.(2011), Limitless, Usa.