IL CIELO D'ITALIA SI RISPECCHIÓ NELLE ACQUE DEL DANUBIO

Roberto Ruspanti

IL CIELO D’ITALIA SI RISPECCHIÒ NELLE ACQUE DEL DANUBIO. L’Italia vista dai poeti ungheresi

Soveria Manelli, Rubbettino, 2014

pp. 123, € 10,00

ISBN 9788849841015

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Dalla lettura dell’interessante saggio introduttivo del professore Ruspanti, ci viene trasmessa notizia che una delle traduzioni più belle finora fatte della Divina Commedia è proprio quella ungherese ad opera di Mihály Babits (1883 – 1941). La fonte è buona: Ruspanti, ordinario di Letteratura Ungherese all'Università di Udine, ha recentemente contribuito con tre capitoli alla stesura della Storia della letteratura ungherese (2004) uscita in due volumi per i tipi di Lindau, ed è anche autore di un intervento intitolato La tragedia del '56 nella letteratura e nella cultura ungherese contemporanea per il congresso tenutosi a Messina su L'autunno del comunismo: riflessioni sulla rivoluzione ungherese del 1956 nel giugno 2006.

Fa piacere trovare in questa validissima antologia una poesia di Dezső Kosztolányi dedicata a Bologna, che descrive in termini poetici lo sfondo sul quale la redazione di Deckard svolge le sue consuete attività; ne riportiamo una breve parte, dove Kosztolányi condivide con noi la sensazione di chi esce dalla Stazione Bologna Centrale e si ritrova il quasi millenario ambiente studentesco della città. Lontano dal voler proporsi come osservatore imparziale del fenomeno “effervescenza giovanile”, ancor di più dal voler descrivere la “fauna urbana”, il poeta preferisce elevare la categoria di “fuori sede” a motivo poetico, a modo di esistenza (per quanto si tratti di un’esistenza effimera). «E mi sedetti fra loro, / non da spettatore, ma da attore, / schiacciando forte sul viso / la maschera da forestiero, / come se fossi vissuto sempre fra loro, / fra i loro segreti, fra i loro ricordi. / E provai ad imitarne il parlare: / Caffè nero, signorina! / Vita, vita, caro gioco! / E mi intrattenni in chiacchiere: Mi dice? / E feci gesti con le mani: Niente! / E sospirai fra me rivolto / al mio vecchio cuore: gioventù! / Giovinezza, giovinezza! / Dov'è, dov'è signorina? / Così gettai via tutti i soldi, / tutto il denaro che avevo in tasca, / così gettai il denaro, / gettai via ogni parola / che avevo in gola, in testa. / Me ne stetti immobile fino all’alba / scordandomi dov’ero nato / seppellendo chi ero stato / e recitai anch’io di vivere» (p. 65). La condizione del fuori sede è, un po’ come l’aura di Benjamin, la presenza di una distanza, il sapere che indietro qualcosa è stato lasciato, qualcosa di vincolante di cui l’assenza momentanea ci rende vivi: essere fuori sede sarà forse l’unico modo di restare genuini, a patto di essere consapevoli che il gioco della vita del fuori sede finirà, ahimè, così come ogni serata finisce, e finendo lascia dietro di sé gli autobus di ritorno a casa, che si trovi in Corticella o nel centro storico; dopodiché, la recita è finita e si torna dietro le quinte del quotidiano.

illustrazione di Pietro Boschi

A proposito di traduttori, sia Babits che Kosztolányi si sono dedicati, nei primi decenni del secolo scorso, a tradurre la poesia di altre tradizioni letterarie europee in lingua ungherese. Babits, nel parlare della propria opera di traduzione, scrive: «questi versi li ho fatti per me stesso. Ho imparato molto durante la traduzione. Volevo provare come suona in ungherese questo tono, quella voce… L’importante era la poesia ungherese, non quella inglese o francese. La mia poesia era importante, non quella del testo originale». E a proposito della genuinità del fuori sede in mezzo a nativi, Kosztolányi descrive così lo stesso mestiere, svolto con Babits nella rivista letteraria Nyugat: «traducendo poesie straniere noi dirozzavamo, raffinavamo la nostra propria poesia, per raggiungere un linguaggio ricco e leggero, capace di esprimere nuovi contenuti e nuovi pensieri, adatto a esprimere il nostro nuovo e complicatissimo stato d’animo. Abbiamo imparato molto da questi poeti, ma prima di tutto abbiamo imparato a restare fedeli a noi stessi. Quando la poesia moderna non era ancora apparsa sul maggese ungherese, noi con versi stranieri abbiamo reso feconda questa terra, così che potesse assorbire la nostra poesia» (entrambe le citazioni si trovano a p. 125 del secondo volume della Storia della letteratura ungherese menzionata all'inizio). Non si può, nel leggere le dichiarazioni di entrambi i giganti della poesia moderna ungherese, non pensare a quanto siano futili quegli approcci che postulano le qualità naturali e le predisposizioni sonore o letterarie di certe lingue o di certe “poetiche” (in senso anceschiano), qualora si prendano in considerazione le meraviglie che sorgono dall'esercizio di “tradurre”, ma non tradurre nel senso di poter chiedere informazioni in una lingua che non si conosce: parlo di tradurre nel senso di conoscere sia la lingua di origine sia la lingua di destinazione e fare del viaggio che c’è in mezzo la vera esperienza del fuori sede, e quindi di contaminare il testo poetico con la vita dei poeti stessi.

 

Ogni lingua è giusta per parlare della consapevolezza, quella della fine di ogni viaggio. Ecco cosa rende così comuni i fuori sede, non importa se vieni da questa o quell'altra parte della linea Massa-Senigallia, o se io vengo da dove la macchina la chiamiamo carro e non coche; l’unica particolarità dello studente fuori sede è che vuole fissare in un periodo (quello universitario) la sensazione di non appartenere completamente al posto dove abita, forse perché trovare una sede è l’unico modo per proteggersi da quelli che ostentano la propria indifferenza verso il senso dell’appartenenza e di conseguenza sottovalutano gli effetti di una sua perversione. Infatti, ci sono persone che non riescono mai ad appartenere, in assoluto: questo sembra il caso di Rezső Seress (1889-1968), compositore della canzone Szomorú Vasárnap (“Triste Domenica”), tristemente conosciuta per un mito urbano che mette insieme una concezione banalissima della depressione e una divertente testimonianza dei giochi immaginari che emersero dall'irruzione della radio nelle consuetudini dell’ascolto musicale di quei tempi (vuoi migliorare il tuo inglese? Leggi il mito qui). L’amarezza e il rimpiangere l’arrivo liberatorio della fine per un'esistenza traumatizzata da difficoltà finanziarie e dall'esperienza del lager sembrano costanti nell'attività compositiva di Seress, che a 78 anni decise di togliersi finalmente la vita. Per una versione in inglese di Szomorú Vasárnap, consigliamo quella di Diamanda Galas contenuta nel suo The Singer (1992). Ma per quelli che vogliono la prova nella parola scritta, lasciamo una traduzione di una canzone di Seress, cercando di conservare tutto il male di vivere dell’autore. Buona giornata!

 

Fizetek főúr, volt egy feketém, / és egy életem, amit elrontottam én. / Sietek főúr, nincs már sok időm, / talán ma éjszaka, akit vártam értem jön. [Cameriere, il conto! Pago un caffè / e una vita, questa qui che ho rovinato. / Cameriere, si sbrighi! Non mi resta più tempo, / può darsi che stasera verrà da me la persona che aspetto.]

 

Holnap talán egy másik főúr jön majd én felém, / és az égi kávéház teraszán így dalolok  én: / fizetek főúr, volt ezer remény, / és egy életem, amit elrontottam én. [Forse domani, sì, allora un altro cameriere verrà per me / e sul terrazzo di un bar celestiale, così canterò: / Cameriere, il conto! Pago mille sogni / e una vita, questa qui che ho rovinato.]

 

Csillogó szép csodás világ, / bucsú nélkül megyek tovább, / soha se jó, a búcsú szó, / s  mire való a könnyes vád? [Bello splendore, mondo meraviglioso! / Me ne vado senza dire addio, / non fa mai bene, il congedarsi, / cosa me ne farei delle lacrime?]

 

Halkan, csendben megyek el én, / mennyi színes, csodás remény, / suhan velem a szerelem, / s üzen nekem, hogy nincs már fény. [Piano piano me ne vado via, / quanti colori, meravigliosi sogni! / Vola con me l’amore, / e mi fa sapere che non c’è più la luce.]

 

Fizetek főúr, volt egy feketém…