L'APOCALISSE POSTMODERNA TRA LETTERATURA E CINEMA

Mirko Lino

L’APOCALISSE POSTMODERNA TRA LETTERATURA E CINEMA. Catastrofi, oggetti, metropoli, corpi.

Firenze, Le Lettere, 2014

pp. 130 , € 16,50

ISBN 9788860878052

 

di Gregorio Zanacchi Nuti

 

Sin da prima della diffusione dell’Apocalisse di Giovanni nelle comunità cristiane, l’idea di una fine violenta del mondo ha esercitato sugli uomini una fortissima attrattiva. Dal Sermone dei Sette Soli buddhista, secondo cui il mondo verrebbe ridotto ad una roccia annerita dal calore, sino alla recente profezia Maya, che voleva il Pianeta spacciato il 21/12/12, l’umanità sembra nutrire una grande fascinazione per quest’idea di terminus, che viene ciclicamente riproposta con l’appoggio di testi sacri, profezie e teorie pseudoscientifiche. All'interno di L’Apocalisse Postmoderna tra Letteratura e Cinema, Mirko Lino indaga come l’immagine della fine dei tempi si sia trasformata nelle narrazioni postmoderne.

illustrazione di Alessandro Spedicato

La postmodernità appare come culla ideale per coccolare l’idea di apocalisse e farla sviluppare all'interno della molteplicità dei linguaggi mediali: dove nella modernità era forte un’idea di progresso e avanzamento, il nuovo orizzonte si porta cucito addosso un senso di fine, reso ancora più evidente dagli eventi utilizzati per fissarne la nascita. Che sia il crollo del complesso Pruit-Igoe di St. Louis o le devastazioni di Hiroshima e Nagasaki, il postmoderno sembra nascere dalla modernità con un parto doloroso. E’ proprio il trauma scaturito dalle distruzioni dei grandi simboli, tra cui torreggia il crollo delle Twin Towers, a potenziare il senso di fine e a declinarlo in apocalisse: le bizzarre figure del testo giovanneo indossano oggi i costumi del cataclisma, del complotto e del mostro, decise a riportare dinnanzi all'uomo una rappresentazione di disastro cosmico più vera che mai. Il media per eccellenza che funge da collettore per questi fantasmi è il cinema, come testimoniato dalla proliferazione del disaster movie negli ultimi quarant'anni. Dall’asteroide di Armageddon alla fiammata solare di The Knowing, il grande schermo si fa profeta di innumerevoli apocalissi in green screen, a cui l’uomo sopravvive solo per vedere riconfermati i suoi limiti e il suo posto nel cosmo.

 

Se i blockbusters impongono le loro apocalissi attraverso spettacoli catastrofici, il cinema d’autore preferisce soffermarsi sul loro impatto nella sfera individuale. In Take Shelter, il disastro diventa nocciolo di una nevrosi, esplicitata dalla maniacale convinzione con cui il protagonista rinuncia a casa e averi per costruire un rifugio in cui riparare la famiglia da un tornado; in Melancholia, Lars Von Trier sfrutta la tragedia imminente (qui l’impatto del pianeta Melancholia con la Terra) per erodere la patina di finzione che ricopre le vite dei protagonisti. La vis apocalittica si capillarizza anche in rappresentazioni meno esplicite, come la sequenza finale di Zabriskie Point di Antonioni. L’esplosione della villa dove si svolge la convention della Sunny Dunes, società che si propone di costruire case per abitare il deserto del Mojave, assume i contorni di un funerale alla società dei consumi,celebrato con la distruzione dei feticci dell’homo oeconomicus. Vanno in pezzi, sospesi in una bolla di ralenti, un televisore, diffusore per eccellenza di immaginari e spettacoli, un frigorifero, simbolo di accumulo e spreco, e una libreria, i cui volumi mimano la danza della dispersione dei saperi tipica della postmodernità.

 

Dove il grande schermo restituisce una fine fortemente spettacolarizzata, in una panoplia di esplosioni, onde anomale e mostri, la letteratura preferisce mantenere l’apocalisse a livello di sottotesto, una presenza costante che permea la narrazione occupandone il centro silenziosamente. All'interno di White Noise di De Lillo è una fuga di gas tossico a  liberare la morte della pellicola rassicurante in cui è avvolta dai media e restituirla alla quotidianità della famiglia di Jack, su cui rimane ad aleggiare come il rumore bianco del titolo. Discorso simile ma differente per Gravity’s Rainbow di Pynchon, dove il razzo V2 si pone da subito come esplicito centro dell’arabesco di storie che gli va germogliando intorno. Il V2 dimostra però rapidamente la sua natura di oggetto poroso e multiplo, divenendo il crocevia in cui si incontrano tutti i vettori che animano la diegesi e gli sguardi dei protagonisti. L’ordigno diventa via via sempre più camaleontico, sino a ingoiare la narrazione e proiettarla al suo interno, divenendo sfondo enorme e indistinto della totalità delle vicende.

 

Come ogni apocalisse che si rispetti, anche quella postmoderna ha la sua Babilonia, e la grande meretrice viene identificata nel saggio con il territorio sterminato occupato da Los Angeles. Fulcro di dinamiche economiche e spettacolari già dalla metà del secolo scorso, come testimoniato da The Day of the Locust di Jameson,  la città si mostra come terreno ideale in cui individuare alcuni degli schematismi ricorrenti della dialettica capitalistica, primo tra tutti l'ipercinetismo e la ricchezza di stimoli che si rovesciano nella monotonia di un’esistenza schiava di ritualistiche del divertimento ormai stantie. Lo sguardo di Easton Ellis in Less than Zero ci restituisce la metropoli come una sorta di immenso shopping mall , che contiene al suo interno infinite copie di dispositivi di svago (luoghi, azioni) tra cui i protagonisti vagano a bordo di auto sportive. I confini dell’agglomerato urbano tendono ad un’indefinitezza che stordisce, con nuovi quartieri che si allargano divorando la wilderness per venire cancellati da terremoti e incendi, e il consumo continuo di droghe  assicura l’erompere del rimosso, tra fantasmi di pellerossa e cadaveri sgozzati trovati in strada.

 

Simbolo definitivo delle apocalissi nella loro dimensione visuale si conferma la figura dello zombie, prolificata ormai all'inverosimile contagiando tutti i media con la sua silhouette barcollante. Il morto vivente si presenta come una sorta di “portatore sano” della fine, peculiare sintesi tra vita e morte asceso ormai allo statuto di nodo transmediale. Presente nel videogioco come nel libro, passando per il fumetto e la serie tv, la figura del morto vivente deve però la sua fortuna attuale al cinema, più precisamente alle pellicole di George Romero. All'interno dei suoi film, Romero sfrutta la figura del non morto per rappresentare e criticare alcune delle dinamiche che animano la società degli ultimi cinquant'anni. Se in Night of the Living Dead il regista mostrava le tensioni della società americana, tra la contestazione (la bambina zombie che divora i genitori) e il razzismo (l’assassinio di Ben, nero sopravvissuto all'attacco dei mostri, da parte dello sceriffo), in Land of the Dead gli zombie si costituiscono in una società primordiale, che va ad occupare lo spazio abbandonato dagli umani mettendo in atto un rovesciamento del testo giovanneo: è il mondo stesso a diventare una Gerusalemme Celeste, destinata però agli emissari della devastazione.

 

Che sia con le esplosioni del grande schermo, i silenzi della letteratura o il mugolio dei morti viventi, l’apocalisse si conferma come una degli innumerevoli temi che resistono al gorgo della nostra società altamente mediatizzata, trovando la forza di riemergere grazie alla sua grande carica simbolica ed evocativa. Il testo di Lino si presenta come un breve e interessante vademecum per tutti coloro che volessero dedicarsi all'inseguimento della Fine dei Tempi nel labirinto delle narrazioni postmoderne, o anche soltanto a venire a conoscenza delle ultime incarnazioni di un concetto che da millenni affascina e terrorizza il genere umano.