CERCATORI DI MERAVIGLIA

Amedeo Balbi,

CERCATORI DI MERAVIGLIA. Storie di grandi scienziati curiosi del mondo.

Milano, Rizzoli, aprile 2014

pp. 252, € 15,30

ISBN: 9788817072717

 

di Valentina Sordoni

 

 

Provare a citarli, o quantomeno a ricordarli tutti sarebbe impossibile. Sto pensando ai nomi dei grandi protagonisti della storia della scienza, i più noti e i meno conosciuti, ma altrettanto rilevanti nel panorama storico-scientifico: Galileo Galilei, Isaac Newton, Alessandro Volta, Ernest Rutherford, James Clerk Maxwell, per dirne alcuni. Nomi che abbiamo incontrato nei nostri libri di scuola, che abbiamo imparato a scrivere tra una vocale sbagliata e una consonante di troppo, perché, diciamolo, i termini stranieri sono sempre un po’ antipatici e di contributi stranieri fuori dall'orizzonte italiano - ancora prima che l’Italia si costituisse come entità geografica e politica indipendente - ve ne sono parecchi! Nomi che restavano immobili nelle pagine consumate; nomi che abbiamo associato a una breve formula, nel migliore dei casi, o a incomprensibili costruzioni logaritmiche, trigonometriche, da perdere il respiro.

E allora quando eri tu lo sventurato alla lavagna a spiegare il teorema di Talete applicato ai triangoli, disperato, ti chiedevi: “ma perché?” Sennonché, proprio quegli scienziati sarebbero partiti dalla tua stessa domanda. Ok, le vostre intenzioni non coincidevano affatto: tu, in panico, stavi pensando: “ma perché interrogato anche oggi?”; loro, gli scienziati, volevano invece esplorare la natura e i suoi fenomeni partendo proprio dal tuo interrogativo. Ecco allora uno stesso obiettivo accomunare gli studi, le osservazioni e gli esperimenti, a volte anche bizzarri, di queste straordinarie figure il cui nome va ben al di là di un’equazione matematica. Ogni nome porta con sé una storia, che altro non è se non l’esperienza umana dello scienziato, di ogni scienziato, in ogni epoca.

 

È quanto ci racconta l’astrofisico Amedeo Balbi nel suo Cercatori di meraviglia. Storia di grandi scienziati curiosi del mondo, un volume che riflette sin dalle prime pagine il suo appassionato lavoro di scienziato ma che ci restituisce anche ritratti d’illustri filosofi naturali, fisici e chimici che hanno posto la loro vita a servizio della ricerca scientifica, animati da un’accesa curiosità - parola chiave del saggio - che ha guidato le loro intuizioni e li ha donati ai posteri. Ne emergono lati insoliti, spiriti inquieti coinvolti in molteplici competizioni per aggiudicarsi, perché no, la priorità di una scoperta; o estrose dimostrazioni, anche buffe, ma che vanno inserite nel loro specifico contesto storico-culturale. È il caso, per esempio, della disputa tra il gesuita Orazio Grassi e il padre del metodo sperimentale Galileo Galilei alle prese con un’ esilarante discussione su quale fosse il modo migliore per cuocere le uova. Non che rientrasse nei loro effettivi interessi la cucina; semplicemente stavano riflettendo sulle comete cercando di capire se i corpi si riscaldassero per attrito con l’aria: mentre per l’aristotelico Grassi era fondamentale rifarsi alle parole degli antichi sapienti e confermare così l’argomento sostenuto, per il moderno Galileo era necessario verificare sperimentando; se i Babilonesi sostenevano che si potesse scaldare un uovo sodo ruotando una fionda, non restava che provare, altrimenti ci si sarebbe affidati alla tradizionale autorità, una tendenza piuttosto consueta per Grassi e per tutti gli aristotelici come lui.

 

È questo uno dei singolari episodi raccontati da Balbi pronto a sottolineare la novità della posizione galileiana documentata da una delle pagine più celebri de Il Saggiatore, testimonianza di un diverso approccio allo studio della natura: essa è scritta con linguaggio matematico, «i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche» e dunque, per comprenderla, è necessario impadronirsi di questa lingua inedita: non esistono autorità intoccabili e chiunque, con i giusti strumenti, può provare a decifrarla. L’approccio galileiano, tutt'altro che scontato all'epoca, ha richiesto molto tempo per imporsi ed essere accettato; ha richiesto un confronto e uno scontro diretto con l’autorità, con la tradizione dominante, con l’Inquisizione,imperante, capace di indurre lo stesso Galileo all'abiura. Era il 1633.

 

Dal secolo di Galileo la ricerca scientifica si è notevolmente trasformata, uscendo innanzitutto dai piccoli laboratori privati per diventare sempre più un’impresa collettiva che richiede lo sforzo di numerose squadre di ricercatori che, pur operando a notevoli distanze tra loro, sono concentrate su obiettivi comuni raggiunti attraverso esperimenti costosissimi realizzati su grande scala. Ma è anche una ricerca che, come sottolinea Balbi, può, più che nei secoli scorsi, coinvolgere un pubblico esteso perché maggiore è l’attività divulgativa e così, anche per il semplice cittadino, è più facile restare aggiornato sulle ricerche in atto nei diversi angoli del nostro pianeta. Se una distanza difficilmente colmabile c’è ancora tra l’uomo comune e l’universo della scienza è però questa: i risvolti pratici che essa può donarci non sono immediatamente evidenti, tangibili, perché la ricerca, come ci ricorda Balbi, è un «investimento a lungo termine». Ciascuno di noi, facile intuirlo, potrebbe chiedersi: “e io che vantaggio ne avrei da tutto questo? Nessuno”. Invece no. Disporre di un buon bagaglio di cultura scientifica potrebbe preservarci dall'attacco di tante potenziali «informazioni superflue, allarmistiche o infondate» che alla velocità della luce oggi è facilissimo lanciare da fronti diversi attraverso mezzi di comunicazione differenti, in maniera talvolta quasi impercettibile o artificiosamente sofisticata.

 

Ma ciò che più colpisce nelle parole entusiaste di Balbi è il suo invito a coltivare la scienza per provare a essere semplicemente dei cittadini migliori: «sarebbe bello se la mentalità scientifica cominciasse a essere considerata, oltre che uno strumento per ottenere innovazione e progresso pratico, anche un requisito indispensabile per un’educazione che prepari davvero alla vita». Un’educazione che punti alla valorizzazione di principi irrinunciabili, spesso trascurati o addirittura banalizzati, che dovremmo considerare una bussola per orientarci con più chiarezza, non nel cielo stellato sopra di noi, ma nelle singole scelte quotidiane e percorrere la rotta plausibilmente più razionale.