CASTORIADIS

Serge Latouche

CASTORIADIS. L'autonomia radicale

Milano, Jaka Book, 2014

pp. 85, € 9,00

ISBN 9788816412705

 

di Andrea Baldazzini


 

Quando l’effetto della provocazione svanisce, quando il vociare si fa coro ordinato, ecco allora spuntare la filosofia. Dopo un primo momento di grande stupore, provocato dall’annuncio della teoria della decrescita, il suo portavoce, Serge Latouche, ha iniziato ad adoperarsi per mostrare come questa idea non solo non sia una semplice “utopia concreta”, ma abbia alle sue spalle numerosi precursori, capaci di fornirle una base teorica in grado di reggere gli urti delle innumerevoli critiche scagliatele contro (la maggior parte dettate da un’incomprensione di fondo che vede nella decrescita un semplice desiderio di povertà, frugalità, rinuncia e francescanesimo). Grazie ad una collaborazione con la casa editrice Jaka Book, Latouche sta proponendo una serie di libretti dedicati a coloro che lui ritiene essere stati dei fautori della decrescita ante litteram e alcuni nomi possono persino stupire, come per esempio Pier Paolo Pasolini o Enrico Berlinguer. Risulta così però più chiaro il perchè Latouche abbia voluto dedicare un volume anche a Cornelius Castoriadis, per vari aspetti l’autore che forse ha più legami con la prospettiva della decrescita. Cerchiamo di sottolinearne qualcuno; ma prima due parole sul personaggio, figura alquanto sconosciuta in Italia.

Di origine turca, Castoriadis fu un’intellettuale decisamente eclettico, si interessò di filosofia, psicanalisi, economia, politica e insieme a Claude Lefort fondò a Parigi (dove emigrò nel 1945) il movimento e la rivista Socialisme ou Barbarie. Nel 1975 pubblicò l’opera che lo rese celebre al grande pubblico: L'institution imaginaire de la société, ed è proprio a partire dalle idee esposte in questo lavoro che Latouche ne ripropone oggi l’interesse e la validità. Non è infatti un caso che l’obiettivo principale della decrescita sia la cosiddetta “decolonizzazione dell’immaginario” (peraltro titolo di un recente saggio dell’economista francese). In questo libretto intitolato L’autonomia radicale sono raccolti precisamente quei concetti che rendono Castoriadis una vera e propria arma della decrescita: cos’è l’immaginario sociale ? Cosa significa decolonizzarlo ? In che senso autonomia e perché radicale ? Iniziamo allora a dare qualche risposta.

 

Il punto di partenza di tutta la sua riflessione è la nozione di ontologia storico-sociale, ovverosia, l’essere non è mai racchiuso completamente nell’ente ma è sempre trasformazione e creazione grazie alla facoltà psichica dell’immaginazione. Ciò sul piano collettivo fa si che la società venga concepita come l’insieme delle significazioni immaginarie: ogni istituzione sociale (leggi, tradizioni, costumi, sistema politico, economico ecc…) è il risultato di un atto psichico prodotto dall’individuo che vive all’interno dell’immenso immaginario sociale. Il problema sorge però nel momento in cui tale processo risulta inconsapevole, quando cioè non viene tematizzato portando l’uomo ad alienare la propria creatività fino ad attribuirla a qualche entità extra sociale: una divinità, la necessità storica o le leggi dell’economia politica. Il grande sforzo di Castoriadis è allora quello di mostrare come ogni istituzione sociale sia in verità un’auto-istituzione, abbia cioè un  carattere autonomo, e che non si possa quindi delegare la responsabilità delle catastrofi storiche a una qualche forza o entità extra mondana. A partire da questa presa di consapevolezza l’autore inizia un doppio movimento di analisi e sintesi che lo porta, per un verso, a criticare aspramente tutte le posizioni autoritarie e dogmatiche che fanno della persona una semplice cifra di un calcolo più vasto, per l’altro, egli propone dei veri e propri strumenti di lotta politica capaci di attaccare ogni logica della necessità. Su tutte, due sono le istituzioni sociali che Castoriadis affronta nello specifico: la democrazia e il capitalismo, l’una il volto dell’altra.

 

È lo stesso Latouche che afferma come la partita si giochi proprio sul modo di concepire e declinare i rapporti tra ciò che chiamiamo capitalismo e democrazia; quest’ultima è oggi sempre più minacciata dallo strapotere dilagante di un sistema che non è più semplicemente economico, ma che è riuscito a costituirsi come un vero e proprio mezzo di produzione di soggettività. Parlare di capitalismo significa infatti parlare di una vera e propria ragione del mondo, cioè di una razionalità che, per dirla con Habermas, colonizza ogni mondo vitale, arrivando a plasmare ogni ganglio della nostra quotidianità e personalità. La democrazia appare così irretita nelle sue logiche burocratiche senza riuscire a sviluppare alcuna forma di quelle che Foucault chiamava “controcondotte”; essa appare per certi versi rassegnata.

 

Ebbene, Castoriadis affronta di petto tale rassegnazione elaborando un modello emancipativo che ha per obiettivo la rottura del rapporto di subordinazione dell’uomo da quelle mitologie sociali che lui stesso si è creato, a cominciare dall’immaginario capitalistico. L’inizio di questo processo di liberazione è rappresentato proprio dall’affermazione di un’autonomia radicale. Ma che cosa

significa di preciso autonomia ? Essa deriva dal greco auto - nomos, il darsi cioè da sé una legge, ma la connotazione che interessa al nostro autore è quella che fa dell’autonomia il carattere peculiare del modo d’essere dell’uomo. Più precisamente, essa costituisce un atteggiamento riflessivo verso tutto ciò che si realizza, dal prodotto del proprio lavoro, all’architettura politica che sostiene l’interazione sociale; il che porta a comprendere come tutto questo sia il risultato del nostro agire immaginativo. Il paradosso che Castoriadis rende esplicito è quello per cui le società, fino ad ora, sono rimaste eteronome: non sono state in grado di cogliere il proprio carattere di autonomia, cioè di auto-istituzione, carattere che sta alla base tanto della realtà individuale quanto di quella collettiva. Decolonizzare il nostro immaginario significherà dunque riappropriarsi dell'autonomia quale istanza umana fondamentale, il che tradotto sul piano politico vorrà dire rifondare l’ideale

democratico in termini più radicali, oggi si parlerebbe per esempio di democrazia diretta (anche questa idea, insieme alla decrescita, viene spesso sottovalutata o addirittura ignorata per il suo presunto carattere utopico).

 

Il punto per Castoriadis non sta nell’inventarsi nuove tecniche di rappresentanza, quanto piuttosto nel lavorare contro il disprezzo con cui viene considerato il “popolo”, oggi diremmo la cittadinanza, giudicato da sempre incapace di governare se stesso. Egli propone insomma una rivitalizzazione della democrazia locale e ciò è in sintonia con quanto altri studiosi come Charles Sabel vanno oggi proponendo (si veda a questo proposito il suo Esperimenti di nuova democrazia). Castoriadis si spinge addirittura a definire la democrazia come il regno dell’autolimitazione, e con questo concetto ci avviciniamo al cuore pulsante della teoria della decrescita. Egli sottolinea come la società capitalistica corra verso l’autodistruzione perchè non sa autolimitarsi, la vera libertà è invece attività che si auto-istituisce, e proprio il concetto di limite autoimposto è ciò che sancisce un legame strettissimo con Latouche.

 

Castoriadis sostiene che la maggiore difficoltà della democrazia sia di non riuscire a comprendere e accettare che l'attività umana è capace di poter fare tutto, ma che allo stesso tempo non deve fare tutto. La democrazia va dunque compresa come uno spazio non riassumibile nella semplice azione di governo, ma piuttosto come una una realtà in cui filosofia e politica si fondono, permettendo la realizzazione di ciò che l’autore definisce con il termine «autonomia»: la comprensione da parte della società di essere essa stessa la fonte delle proprie norme, autonomia è consapevolezza del darsi un’auto-legislazione. Dalla democrazia emergerà così sia l’identità di pensiero e azione, sia la possibilità concreta di smontare l’ormai dilagante convinzione secondo cui il mito socio-politico del neoliberismo è qualcosa di indistruttibile, di irriformabile, di incontrovertibile, di dato e necessario. Come afferma lo stesso Latouche «La forza del pensiero di Castoriadis sta nell'indurre allo svelamento delle mitologie sociali che sottendono l'ordine delle cose» ( p.24) e questa è anche la forza, nonché l’obiettivo, della teoria della decrescita.

 

Sempre sulla distruzione dei miti quali forme di dominio imposte all’uomo da se stesso, leggiamo: «La crisi attuale avanza verso un punto in cui o saremo di fronte a una catastrofe naturale o sociale, o prima o dopo di essa gli uomini reagiranno in un modo o nell’altro, e cercheranno di stabilire nuove forme di vita che abbiano per loro senso. É qualcosa che non possiamo fare per loro o al loro posto, così come non possiamo dire come potrebbe essere fatto. Quello che possiamo fare è

distruggere i miti che, più ancora del denaro e delle armi, costituiscono l’ostacolo più forte sulla via di una ricostruzione della società umana». (Cornelius Castoriadis, Une société à la dérive, 2005, p. 189.) La sfida è allora quella di diventare consapevoli che ciò che ci è dato può essere cambiato, non esiste una politica irreversibile.