I GRANDI PROBLEMI DELLA MATEMATICA

Ian Stewart

I GRANDI PROBLEMI DELLA MATEMATICA. Meraviglie e misteri

Torino, Einaudi, 2014

pp. 321,€ 30,00

ISBN 9788806216559

 

di Paulo Fernando Lévano

ill. di Alessandro Spedicato


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Se il nome “Barenaked Ladies” non vi dice nulla, allora vi manca un collegamento; vi do una mano. I Barenaked Ladies sono gli autori della simpatica canzone che apre ogni episodio della sitcom statunitense The Big Bang Theory, e quella sì che dovrebbe risultare familiare: quattro giovani ricercatori che condividono un appartamento a Pasadena, che svolgono i propri lavori al Caltech (lo stesso dove Feynman tenne le sue famose lezioni sulla gravitazione universale, che avevo già avuto modo di menzionare), e le cui vite da cervelloni impenitenti vengono sconvolte dall’arrivo nel palazzo di “Penny”, interpretata da Kaley Cuoco.

Insomma, i Barenaked Ladies. La canzone è molto bella, ascoltarla tutta le rende molta giustizia, molto più di quel breve spezzone in cui si dice “we built the pyramids!” e verso la fine si urla “bang!”. Una melodia semplice ma piacevole, veloce di tempo e cantata quasi a coro, un testo ingegnoso e scientificamente accurato: tutte le caratteristiche che siamo soliti trovare nella musica indie contemporanea. La cosa bella della musica indie è che è molto cross-mediale (ma non tanto come Deckard), quindi si adatta alla sensibilità di persone diverse fra di loro, che hanno tuttavia una caratteristica che li accomuna (in maggiore o minore misura): siamo tutti dei potenziali compratori e quando andiamo a comprare qualcosa, canticchiamo; ora, cosa canticchiamo dipende dalle scelte che (in materia musicale) facciamo o non facciamo (partendo dalla premessa che va bene se vi piaccia questo o quell’altro tipo di prodotto musicale). Naturalmente, questa questione della scelta dei propri ascolti musicali è davvero interessante, dato che scegliere che cosa ascoltare è una trovata molto recente: pensate al Walkman della Sony (1980) e a cosa significasse mettere di sedersi ad ascoltare i vinili in camera, la radio in salotto o la musica in macchina, per portarsi la musica in giro; un processo che sicuramente non fu immediato, che vide il CD sostituirsi alle audiocassette, e poi il CD capace di riprodurre .mp3 venire sostituito dai riproduttori di audio digitale, come l’iPod; un processo che però in ogni fase andava delineando la nuova sensibilità sulla quale poggia tutta questa nuova musica indie, sensibilità di ascoltatori capaci di un uso molto privato. Ecco, la musica indie è la musica di una generazione che ha fatto di tutto ciò che c’era da ascoltare un’esperienza-espressione molto personale: folk, rock, rumba, tammurriata, musica per far dormire i bebè e persino la polka, ogni suono proposto dagli esponenti di questo dolce stil novo è un suono che ci siamo già ritrovati in tasca qualche volta, o l’abbiamo sentito dalla tasca altrui.


Questi sono brani che hanno una grande capacità di penetrare gli spazi personali, perché sono fatti da gente che ha avuto per tutta l’adolescenza lo spazio personale musicalizzato a dovere. Prova di ciò è che molti di questi brani vanno benissimo con ogni strategia commerciale che vuole l’attenzione degli abitanti delle città moderne sulle cose: “Souvenirs” degli Architecture in Helsinki (2003) nelle pubblicità della Fanta; “Five years time” di Noah and the Whales (2008) nelle pubblicità delle patatine fritte; “Red eyes” dei The War on Drugs (2014) nella pubblicità di Man, il nuovo profumo di Jimmy Choo. Tutti questi esempi sono in rapporto remoto con quel senso della musicalità che si andava sviluppando negli anni Novanta, quando all’idea di ascoltare musica veniva associandosi sempre di più l’idea di spostarsi in città: Jovanotti si aggira cantando per un supermercato nel videoclip di “Penso positivo” (1994), Richard Ashcroft di The Verve cammina lungo un marciapiede londinese nel videoclip di “Bitter sweet symphony ” (1997), e la ricetta rimane la stessa per il videoclip di “Bent” dei Matchbox Twenty (2000). Questa nuova sensibilità, ad un tempo musicale e commerciale, questo parallelismo fra canticchiare verso il traguardo e sentire una canzone prima di ogni puntata, va dai Rembrandts della sigla del telefilm Friends (1994-2004) ai Solids della sigla di How I met your mother (2005-2014), e ci aiutano a contestualizzare i Barenaked Ladies e la loro canzone per cervelloni e affini. Ora veniamo al nocciolo del discorso. Steven Page si separò dal gruppo nel 2009 per seguire una carriera in solitario, che è  cominciata con la sua collaborazione in A singer must die (2010), un album di covers arrangiate per orchestra, una scelta probabilmente ispirata da The Covers Record (2000) di Cat Power. Fra gli artisti suoi connazionali, Page va a ripescare una bellissima canzone di The Weakerthans, intitolata “Virtute the Cat explains her departure” (2007): è la bellezza di questa versione che riesce a salvare il racconto della gatta Virtute dalla canzone originale, un po’ troppo melensa come canzone rock


illustrazione di Alessandro Spedicato


La gatta Virtute scappa di casa, stanca di venire trascurata dal suo padrone, una di quelle persone che permette che i problemi personali generino disordine nella propria vita. Orfana di coccole, probabilmente anche di regolarità nei suoi pasti, Virtute scappa via e trova riparo in un cantiere edilizio; lì, si abitua a convivere con il macchinario e scandisce il ritmo con cui gli operai tornano e poi ripartono, riconosce questo viavai degli umani perché l’ha già vissuto a casa vecchia, quando a una certa rientrava il suo padrone, facendo il suono che aveva trovato per lei (the sound that you found for me). La descrizione è geniale: i gatti (ma penso gli animali domestici in generale) non sanno che cosa sia un nome, quindi non riescono a chiamare “nome” il suono con cui vengono chiamati, l’unico caso a loro concesso è il vocativo; il suono delle chiavi è un richiamo, il suono della scatola di tonno è un richiamo, il suono del sonaglio è un richiamo, quindi anche il suono del loro nome è un richiamo. L’ingenuità è la carta vincente dei compositori contemporanei, poiché spesso e volentieri i protagonisti di queste canzoni si confrontano con il mondo attraverso un linguaggio infranto, al quale sfugge il vero significato delle regolarità: il nome non servirà mai al gatto per “chiamarsi” ma soltanto al padrone per “chiamarlo”; l’ingenuità normalmente pone due registri in contrasto asimmetrico, l’innocenza e l’esperienza (per dirla con William Blake) contrapposte. Con tanta musica disponibile e adeguata per le storie personali di ognuno di noi, è sicuro che ci sarà una colonna sonora per la prossima volta che ci sentiremo incompresi nel mezzo di questo contrasto, che siano gli Arcade Fire, cantando la fine del gioco per i bambini che crescono oppure i Weakerthans, dando voce a un gatto randagio, che col tempo inizia a dimenticare il suono del ritorno del padrone, non perché il padrone abbia smesso di cercarlo (come potrebbe il gatto saperlo?), ma semplicemente perché la regolarità non è più lì.

 

La matematica è un po’ come il suono che abbiamo trovato per sentirci richiamati in un contesto domestico: non si tratta di una questione di capacità, ma di sensibilità. Virtute non è capace di conoscere il proprio nome, ma è in grado di avvertirlo. Dal canto nostro, non ci poniamo il problema se qualcuno abbia creato la musica per noi: quello magari può intrigare persone che si sentono eccezionalmente identificate con qualche canzone, tanto da chiedersi se il compositore non passava per le stesse identiche situazioni; ma in fondo, se la scena viene vista da lontano allora sembra legittimo chiedersi se forse non sia l’ascoltatore a crogiolarsi sulle canzoni già fatte, riproduttore portatile permettendo. «Tutti i matematici impegnati nella ricerca hanno, di tanto in tanto, l’impressione che quello che studiano pensi con la propria testa. I problemi vanno come vuole la matematica, non come vogliono i matematici. Possiamo scegliere che domande porci ma non possiamo scegliere le risposte» (p. 283). Noi sappiamo che ci sono un gatto e un padrone, e che entrambi condividono uno spazio chiamato “casa”, ma possiamo dire che il gatto tutto questo lo sappia? Intanto, il gatto è abituato a vedere una certa regolarità, di cui il suono è soltanto una parte: non sa cosa sia un nome così come non sa distinguere fra un richiamo che finisce in coccola e un richiamo che finisce in sberla, ma sa che ovunque vada, nessun posto sarà casa se non ci sarà il suono che riconosciamo come nostro. Allo stesso modo, la matematica non va avanti per accumulazione inerte di richiami: essa va avanti grazie a suoni indimenticabili. Farci passo fra i grandi problemi della matematica è un po’ come cercare di mettere ordine fra gli ascoltatori moderni dotati di iPod: non importa dare nome a generi e tendenze, importa lasciare che il suono ci porti dove i suoni sono familiari, senza badare ai confini di ciò che chiamiamo “casa”, entro i quali viviamo con i nostri animali ed i nostri padroni. Ian Stewart scrive appunto che «la matematica non è come la carta politica del mondo, con ogni materia delimitata per bene da un confine netto, ogni nazione distinta chiaramente dalle vicine con un diverso colore, rosa, verde o celeste. E’ più come un paesaggio naturale, in cui non è possibile definire dove finisce la valle e dove cominciano le colline, in cui la foresta diventa terreno alberato, boscaglia o pianura, in cui i laghi si interpongono in tutti gli altri tipi di terreno, in cui i fiumi collegano i versanti montuosi innevati con gli oceani lontani e profondi» (p. 9).

 

*A Diego Moschella, scopritore precoce della matematica e della musica.