INTERVISTA A MATTEO BORTOLOTTI — IL MISTERO DELLA LOGGIA PERDUTA

a cura di Arianna Ricci


Un cappello da Sherlock Holmes e la sciarpa chilometrica indossata dal Quarto Dottore in Doctor Who: dopo un incontro letterario del Circolo del Giallo, avvenuto alla Biblioteca Sala Borsa, Matteo Bortolotti, l'autore (ed anche il personaggio protagonista!) di Il Mistero della Loggia Perduta, (la cui recensione trovate qui: http://www.rickdeckard.net/2015/02/21/il-mistero-della- loggia-perduta/) mi incontra davanti ad una birra al Celtic Pub di Bologna, in Via Caduti di Cefalonia, per un'intervista che è quasi una chiacchierata tra amici...


Sulla strada tracciata a partire da Dante Alighieri fino ad Ellery Queen, in Il Mistero della Loggia Perduta tu diventi protagonista del tuo stesso romanzo. Durante la scrittura, com'è stato il rapporto fra il Matteo-scrittore e il Matteo-personaggio?

Il rapporto fra l'autore e personaggi secondo me è sempre un trambusto, se poi il personaggio è una versione di te stesso, ancora di più.

Questo libro è nato con Loriano Macchiavelli, perché quando mi è venuta l'idea... No, l'idea è venuta a lui, praticamente... A un certo punto gli ho detto che avrei tanto voluto scrivere delle commedie gialle e che però tutti i personaggi che ci sono adesso nel cliché della letteratura italiana di genere non mi piacevano e non mi stimolavano: l'idea di un commissario che mangia bene, piuttosto che di un investigatore privato che sarebbe comunque sembrato improbabile, non mi attiravano. E Loriano è stato quello che per scherzare mi ha suggerito: “Ma siccome tu hai vissuto dei gialli nella tua vita e hai collaborato con la Polizia, perché non lo fai tu?”. E lui forse intendeva dire: “Perché non usi un personaggio che è simile a te stesso, e così ne parli?”, ma siccome poi usare un personaggio che fosse simile a me stesso mi avrebbe costretto a costruire una doppia finzione, e gli scrittori sono pigri, ho fatto prima così! C'ero già io, e quindi ho preso esattamente una versione di me stesso meno complicata di come sono e ho lavorato su di me per rendermi un personaggio diverso da me, ma che si ispirasse un pochino al mio mondo che è un mondo che, sì, appartiene alla letteratura italiana di genere, ma è anche la mia Bologna, le cose più private che conosco della mia città. È stato difficilissimo, la cosa più difficile che ci può essere, quasi un insulto al mondo della narrativa, perché comunque fare di sé stessi un personaggio può prendere due strade: l'agiografia da un lato, e quindi l'auto-santificazione, lo scrivere di te cose incredibili, come nel caso della mia collega Jessica B. Fletcher; o l'altra strada, quella di giocare con se stessi e con la propria egomania (soffre di questo male tutta la mia categoria) macchiettizzando, autoironizzando, e altri gerundi neologistici come “selfiezzando”, letterariamente se stessi. Io ho cercato di stare in quel solco, poi non so se ci sono riuscito. Forse ci sono tutt'ora, in un solco. Ma è un'altra storia.


In Il Mistero della Loggia Perduta focalizzi la tua attenzione su un mistero di Bologna, in Emilia-Romagna Misteriosa ti occupi di enigmi su tutto il territorio emiliano-romagnolo. Nel momento in cui lavori su un determinato segreto perso fra le pagine della storia, come procedi nelle ricerche?

Mi faccio sparare, di solito, o menare moltissimo... No, va be', scherzi a parte, lo indago. Lo indago come se fossi uno dei miei personaggi. Questo è il motivo per cui sono diventato molto simile a un personaggio, per questo romanzo-pilota. Tanto da decidere di giocare coi miei lettori a questo gioco maledetto. Io sono molto meticoloso nelle ricerche, cerco di avere tutte le informazioni che mi possono servire per poter ignorare di avere tutte le informazioni che mi possono servire, in modo da escludere tutto quello che renderebbe la mia finzione poco finta, perché mi piace che la finzione sia finta: credo che la renda estremamente reale, mentre invece quando cerchi di stare troppo attaccato alla notizia, troppo attaccato alla cronaca, troppo attaccato alla quotidianità, il rischio è quello di non prendere il lettore, e di diventare un tedoforo di Verità con la “V” maiuscola. E credo che in un mondo come quello di oggi, in cui molti, troppi cercano guru e santoni, intelligentoni che sanno tutto per poterli adulare o mandare al rogo (l'idolatria è una forma di catarsi di massa, forse) avere un amico che ti racconta una storia, anche se sembra una storia da bar, una leggenda metropolitana raccontata davanti al camino... può essere molto più utile avere un amico divertente in un libro, piuttosto che una scusa per non pensare, visto che c'è già un intelligentone che lo fa per te. Le cose si possono dire lo stesso, anche divertendo, è solo una questione di mimesi letteraria. E a proposito di mimesi, non ricordo più se sono lo scrittore o il personaggio dello scrittore...


La città di Bologna ha due nature: quella della “MILF che non vuole confessare la sua età”, che spesso copre l'aspetto della città d'arte, amata da tanti letterati, la Bologna all'avanguardia ed, anche, la Bologna esoterica. Quest'ultima la si sta riscoprendo solo di recente, con autori come te che portano sulle scene letterarie la “Bologna dei misteri”. Pensi che questi due aspetti siano in contrasto fra loro, o che uno debba prevalere sull'altro? Secondo te, com'è oggi la Bologna che merita di essere cantata?

Mah, io mi occupo soprattutto di canzoni stonate, ci tengo a precisare questo! Bologna è una città che è piena di contraddizioni, nella sua storia, sono piantate nel suo DNA e non è così dappertutto: ogni luogo, ogni città, ha la sua contraddizione, ma questa ne ha di particolarissime, tra cui, non so... Per esempio, in questa stessa città è nato nel 1233 uno dei più crudeli tribunali dell'inquisizione e, nello stesso tempo, però, proprio qui pochi anni più tardi i Templari furono assolti anziché condannati come nel resto d'Europa. Perché? Per quale motivo? Già su questo si potrebbe abbondantemente scrivere. E poi... Bologna è una città rossa, che è sempre stata papalina. È una città laboratorio, piena di conservatori borghesi. Ci sono tanti conflitti. Alla base di ogni buona storia c'è il conflitto, quindi non può non essere un bel territorio da cui prendere spunto. Io mi sono sempre occupato di esoterismo oltre che di cronaca nera, e quindi è stato inevitabile poi arrivare anche lì! Ho sempre tenuto le due cose separate, l'esoterismo da un lato e lo scrittore dall'altro; piano piano si sono fuse, sono andate a coincidere perché, comunque sia, i miei studi riguardanti le varie tradizioni sono andati a sfociare anche nelle piccole storie della quotidianità Bolognese. Non potevo ignorare il grande spauracchio massonico, come in questo caso. Ho deciso di dedicargli questo libriccino perché mi piace tentare l'esercizio difficilissimo dell'anticonformismo. Quando si indica un solo “uomo nero”, un solo nemico della società, probabilmente chi punta il dito spesso è il vero colpevole. Così ho pensato, se il mio protagonista fosse l'unico a interessarsi a un'indagine per l'omicidio di un massone? Un'indagine che diventa presto una quest, un'avventura gigionesca per i misteri della mia città...? Questo mi ha permesso anche di scoprire i valori e la storia che la Massoneria ha dato alla nostra società. La liberalità come il socialismo pongono entrambi le proprie radici nelle logge. Non me lo sarei certo aspettato. Questa città poi è straordinaria perché legata a doppio filo con la Storia d'Italia. E non solo quella “cattiva”, quella di cui parlo in altri romanzi. Quella “buona”, quella dei padri fondatori dell'Unità d'Italia, dei preti massoni (!!!) Ugo Bassi e Giovanni Livraghi, di Garibaldi 33. Trattandosi di una commedia ho solo accennato all'ombra nera, nerissima, della P2, della Massoneria deviata e della Strage della Stazione di Bologna, a cui ho invece dedicato un romanzo drammatico, che si chiama l'Ora Nera e che parla proprio di nuovi ipotetici anni di piombo.


Come riesci a bilanciare le fonti storiche e la finzione narrativa? Quanta importanza pensi che abbia la veridicità storica rispetto alla finzione narrativa, sia in quanto scrittore, sia in quanto lettore?

Allora, se io voglio leggere un saggio, leggo un saggio. Mi piacciono tantissimo, spesso li prediligo alla narrativa perché tanti romanzieri scrivono in modo troppo noioso. Quando voglio leggere un'avventura, voglio leggere un'avventura! Se poi l'avventura ha delle basi più o meno solide sulla Storia, può essere utile, perché imparo qualcosa della società che mi circonda, posso cercare le

fonti, magari leggendomi qualche saggio, e studiare. Ma c'è sempre un ma. Non pretendo da una storia di narrativa, di fiction, che mi dia delle informazioni storiche esatte, non perché non prenda sul serio la fiction, ma perché penso che quando scriviamo narrativa noi raccontiamo principalmente di emozioni. E le emozioni possono essere anche più utili delle nozioni, nella vita - lavoriamo sull'anima piuttosto che sulla storiografia. Ci sono anche grandi scrittori di romanzi storici che sono bravi a raccontarci sia l'una che l'altra, dipende molto dallo scrittore, credo. Conciliare le due cose significa, secondo me, dare moltissima importanza alla storia, quella con la “s” minuscola perché è quella che porta il lettore in un altro mondo e gli permette poi d'imparare la Storia con la “S” maiuscola. Quindi, prima vengono i personaggi, viene il cuore, viene la logica degli eventi e la drammaturgia e poi, ovviamente, un po' di rigore e di attinenza ai fatti, se serve, ma solo se ti serve alla storia! Ma se non serve, quando necessario, meglio inventare. Inventando s'impara. Per esempio, in questo libro ho inventato il doppio testamento massonico di Giovanni Pascoli e ho inventato la Loggia Perduta. Quando il Gran Maestro della Massoneria, Luigi Pruneti, fece la recensione di questo libro, andammo a cena fuori insieme e lui fu molto gentile, non mi mangiò (scherzo...) e mi disse che la storia che avevo inventato era estremamente plausibile. Poteva sembrare vera. Mi sono inventato delle cose per comunicarne determinate altre, quello che non mi sono inventato però c'è: ci sono dei dati storici, ci sono delle notizie vere. Al lettore credo che stia porsi delle domande, cosa è vero e cosa no. Quindi secondo me il modo migliore per equilibrare le due cose, la Storia e le storie, è fare in modo che non si distingua l'uno dall'altro.


L'ispettore Murer, Matteo Bortolotti e Walter Maggiorani sono tre personaggi molto diversi, i quali però condividono la caratteristica di essere membri “sui generis” delle loro rispettive categorie. Qual è dunque, con questi protagonisti nei diversi romanzi, il tuo rapporto col metodo investigativo?

Sono tre generi diversi e il rapporto con il metodo investigativo riguarda soprattutto il tipo di romanzo. Nel caso di Walter Maggiorani (Questo è il mio sangue, Mondadori) volevo scrivere un hard boiled, quindi l'investigazione procede, come dire, in modo virile. Un personaggio ostinato, talmente tanto da prenderle e darle finché non scopre una verità. Quello che mi interessa non è mai la Verità con la “V” maiuscola, però mi interessa la verità del protagonista, quella che lui raggiunge dopo un'estenuante ricerca. Nel caso dell'ispettore Murer si tratta di un noir “civile” iniettato di spionaggio, l'investigazione è più legata all'azione narrativa che opprime il personaggio, a tutto quello che gli succede attorno, e anche qui c'è l'ostinazione della ricerca, che per me è fondamentale! Nel caso di Matteo Bortolotti c'è più una... - parlare di me in terza persona è ridicolo! - nel caso del Mistero della Loggia Perduta, dicevo, il protagonista, lo scrittore, è uno scrittore di gialli, quindi lui procede con il metodo investigativo che ha imparato dal genere di cui scrive. Di conseguenza, per lui Poirot ed Ellery Queen sono colleghi, non semplici personaggi di un romanzo. Sono modelli da seguire. Lui, quando risolve un mistero, vuole farlo con lo showdown, perché se lo facevano i protagonisti dei gialli di Agatha Christie, allora è così che si devono risolvere i misteri: tutti quanti i sospetti in una stanza e poi BAM! la grande rivelazione, possibilmente mangiando una pizza. Un tocco di becera italianità. Quindi, diciamo che nel caso del Matteo Bortolotti de il

Mistero della Loggia Perduta c'è più la citazione, la parodia di una tecnica, che però non è mai solo parodia. Una riscrittura, forse, del genere. Un gioco con gli amatori del giallo. Il mio rapporto personale col metodo investigativo è invece abbastanza rigoroso nella vita privata, mi sono dilettato in criminologia, sociologia, psicologia forense e il profiling. Ho cominciato all'università e non ho mai smesso, ho fatto da consulente in alcune vere indagini investigative e la realtà in questo caso è molto diversa dalla fiction, ma non sempre. In ogni modo, per la mia esperienza personale credo che non scriverò “presto” un romanzo procedurale. Le procedure in Italia non sono interessanti da descrivere. Meglio la caccia (all'assassino).


Sul tuo profilo Twitter ti descrivi come uno “Whovian impenitente”. Dunque, come e quanto la cultura pop in particolare e l'attualità in generale influenzano la tua scrittura?

Dovrebbero! Nel senso, credo che sia normale per tutti gli scrittori. Uno scrittore, anche se pubblica storie ambientate nel 1200, comunque parla della sua attualità e del suo mondo. Danila Comastri Montanari, ad esempio, è una delle scrittrici più attuali che abbiamo in Italia, quello che scrive col suo Publio Aurelio appartiene al contemporaneo, non al passato. Secondo me il rapporto con la cultura pop è necessario anche per il genere che mi sono scelto, fino a quando mi divertirò a scrivere gialli e noir non potrò esimermi dall'attingere al mio quotidiano più stretto, alle cose che si vedono, si leggono e si dicono. Molti storcono il naso quando si parla di cultura popolare o romanzo popolare. Bisogna riverire il romanzo popolare, capire come utilizzare questa grande scatola per arrivare alle persone. Non alla gente, non alla massa. Se scrivi un libro arrivi alle persone: parli a una persona per volta, e forse puoi ancora cambiarla. In bene o in peggio, questo sta a te.


Sul tuo sito si legge che hai collaborato alla scrittura di episodi della serie L'Ispettore Coliandro, stagioni 3 e 4. Trattandosi sempre di giallo/noir, che differenza c'è tra scrivere in giallo nei romanzi e scrivere in giallo per le riprese?

Tutto. Perché scrivere una sceneggiatura è un altro paio di maniche, è un genere para-letterario, molto tecnico, che sarebbe di tantissimo aiuto a tutti gli scrittori e in generale a chiunque volesse o dovesse raccontare una storia. Gli Americani sono stati bravissimi a prendere spunto dalla mitologia e identificare un certo tipo di canone, che non è obbligatorio seguire pedissequamente, anzi! Però io sono sempre del parere che le regole vanno conosciute per poterle rompere e aggirare. E quindi a me la sceneggiatura ha dato tanto, così tanto che la insegno. Come sceneggiatore non so quanto sono riuscito a fare di buono, ma sicuramente mi sento realizzato. Mi è piaciuto quello che ho scritto, mi è piaciuto vederlo realizzato. Nella serie l'ispettore Coliandro, per dirne una, mi è stata data una libertà di scrittura che certi miei amici sceneggiatori non hanno mai avuto. Ed è stato bello, completamente diverso dallo scrivere un romanzo: un romanzo lo scrivi da solo, quando ti va male c'è l'editor che ti “tampina”, ma un film lo scrivi in duecento. Perché anche se all'inizio c'è una trimurti fondamentale fatta dal produttore, dal regista e dallo sceneggiatore (o gli sceneggiatori), comunque tutto quello che fai verrà reinterpretato, riutilizzato, e tutti daranno il loro contributo. Anche l'elettricista potrà cambiare la storia, perché se lui dice che un cavo non può passare da lì, il movimento che tu avevi previsto in una sceneggiatura non è più quello. Può cambiare tutto, volendo, perché il cinema è un atto d'amore e di tradimento. E poi è strana questa cosa che uno sceneggiatore mette ordine in una storia per poi consegnarla al caos del set. È un bel conflitto, una bella storia.


Dalla pubblicazione di Questo è il mio sangue all'uscita del Mistero della Loggia Perduta, a L'Ora Nera, passando attraverso gli altri titoli, pensi che qualcosa sia cambiato nel tuo stile di scrittore o nel tuo metodo di ricerca?

Io ho sempre cambiato tipo di storie, pur rimanendo nel genere, sconfinando ogni tanto nella commedia romantica per questioni di lavoro, ma anche di piacere, come nel caso dei libri pubblicati sotto pseudonimo. Però faccio fatica a pensare di avere uno stile, non ho ancora avuto l'occasione di fissarne uno. Da un lato questo è positivo perché posso permettermi di cambiare ogni volta, dall'altro mi piacerebbe avere l'occasione di raccontare una storia che accompagni i lettori per molto tempo. Forse questa storia c'è già, anche se non è una serie di romanzi, ma un piccolo “corpus”, un “corpicinus”. Se li prendiamo tutti insieme e li leggiamo, lo ritroviamo uno stile, ma preferisco chiamarlo in altri modi. È qualcosa che si adatta alla storia che devo raccontare. Se ho in mente una storia di spionaggio, ci sarà violenza, azione, sesso; se voglio scrivere una commedia gialla, lo stile sarà più buffo, più “gigionesco”: lo stile è quello che si riconosce di me in tutti i libri che ho scritto. Anche se forse un bravo scrittore dovrebbe saper scomparire all'interno delle proprie storie. Dovrei riuscire a non farmi notare persino nei libri in cui sono io il protagonista!