IL MISTERO DELLA LOGGIA PERDUTA

Matteo Bortolotti

IL MISTERO DELLA LOGGIA PERDUTA

Ghezzano, Felici Editore, 2012

pp. 174, € 12.00

ISBN: 978-88-6019-593-7

 

di Arianna Ricci

 

“Il modo migliore per recitare una parte è quello di viverla”

Sherlock Holmes (da L'avventura del detective morente,

in L'ultimo saluto di Sherlock Holmes, di  A.Conan Doyle)

 

Questa frase spunta all'inizio del libro di Matteo Bortolotti, su una pagina bianca prima delle dediche, ma non se ne comprende realmente il significato finché non si comincia il romanzo, perché l'investigatore protagonista di quest'ultimo, un giovane scrittore in giacca verde, camicia Hawaiana, e con un ciuffo di capelli grigi sulla fronte, è Matteo Bortolotti stesso!

L'indagine si svolge a Bologna, “fra i tetti bassi di una vecchia città medievale, che si comporta come una signora troppo truccata, come una MILF che non vuole confessare la sua età” (p.13), e, per dire la verità, Bologna è così: un po' materna, un po' ipocrita, e piena di bellezze nascoste che aspettano solo di essere scoperte. Si potrebbe quasi dire che la trama si apre in medias res, nel senso che si viene a sapere che da tempo Matteo ormai collabora con la polizia, vengono persino citati alcuni casi precedenti come succede nei racconti di Conan Doyle, e solo nel corso delle conversazioni fra i personaggi si scopre che il Commissario Tindaro Abate, afflitto dal morbo di Alzheimer,  riceve segretamente l'aiuto dell'amico scrittore e dell'ispettore Miglietta per risolvere i casi senza che ciò si scopra, cosicché, prossimo alla pensione, gli sia poi riconosciuta la Croce d'Oro.

 

In un palazzo di via Castiglione, di proprietà della famiglia Romoaldi, viene trovato ucciso il maggiordomo, Ubaldo Forzeschi detto “Duccio”, incaricato di sorvegliare l'edificio: è stato avvelenato, poi strangolato e, in fine, ha ricevuto un colpo di pistola. Come se questo non fosse già abbastanza per mandare su tutte le furie il Magistrato Benito Celestini (che, per puro caso, è anche l'ex-quasi-suocero di Matteo), il giovane scrittore, una volta sulla scena del crimine, osserva che il defunto aveva in custodia un grande palazzo, che possedeva libri importanti da ricercatore e da filosofo, e che porta al dito un anello che “viene consegnato dal Sovrano Gran Commendatore durante il passaggio al trentatreesimo grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato” (p.30): la vittima era un massone di altissimo grado, e scriveva saggi sulla storia della Massoneria con lo pseudonimo di “Tubalcain”, personaggio citato nella Genesi versetto 4:22 e parola di passo dei Maestri Massoni. La Massoneria è la grande protagonista del romanzo: da una parte, i pregiudizi e i luoghi comuni che la avvolgono, basandosi sui quali il Magistrato minaccia di scoperchiare tutte le logge della città, dando i membri e le loro famiglie in pasto ai giornalisti, dall'altro la realtà dei fatti a cui si attiene Matteo, attraverso la voce del quale veniamo a sapere che molti grandi personaggi del passato hanno fatto parte della Massoneria. Uno in particolare rimane il fulcro del mistero dall'inizio alla fine: il poeta Giovanni Pascoli. Già, perché Bologna, nel romanzo, non è soltanto la città di Matteo, ma è anche e soprattutto il luogo in cui nel 1248 è stata redatta la Charta di Bologna, il documento più antico recante lo statuto delle Corporazioni dei Muratori da cui discende la Massoneria, oggi conservato nell'Archivio di Stato della città; ed è anche il luogo dove Giovanni Pascoli sarebbe morto nel 1912 e dove, secondo la leggenda, si trova la sede della Loggia dei Morti, di cui Pascoli sarebbe stato l'ultimo Gran Maestro:

 

“La Loggia dei Morti era un gruppo che decideva dove destinare finanziamenti per i ribelli che volevano rovesciare dittature e monarchie assolute […] Era una specie di banca a fondo perduto […] La leggenda dice che si trovasse proprio qua a Bologna.” (p.43)

 

Ecco dunque che Matteo si trova a dover risolvere in poche ore gli enigmi che Ubaldo Forzeschi ha impiegato anni anche solo a recuperare, sfidando la leggenda per provare che la Loggia esiste ed è la causa della morte del maggiordomo, e per farlo non avrà altro a disposizione se non la sua intelligenza e l'appoggio dei suoi amici di sempre: lo spericolato amico detto “il Carne”, Eugenio, il barista del Cocoa (che esiste davvero a Bologna, in Via Altabella), lo “Zio Morte”, ex professore di Matteo, oggi restauratore di lapidi antiche, l'Ispettore Miglietta e persino Rambaldi, il Sovrintendente della Polizia Scientifica delle cui frecciate Matteo è il bersaglio. Infatti, pur essendo il personaggio principale, Matteo non potrebbe fare a meno dell'aiuto dei suoi amici, tanto consapevole, quando lo accompagnano nella sua folle impresa, quanto inconsapevole, quando una loro parola gli fornisce l'intuizione di cui aveva bisogno per proseguire.

 

Dylan Dog ha il “quinto senso e mezzo”, Matteo Bortolotti ha il “gatto della ragione”: l'ingegno dell'investigatore e la dinamica del ragionamento rappresentati attraverso la metafora di un gatto che fa le fusa e gioca con un gomitolo, e che porta spesso lo scrittore ad esclamare “Miao!” nel bel mezzo di una conversazione. Altrimenti, il personaggio di Matteo di solito esclama “Grande Cocomero!”, che sembra una sorta di crasi tra il mito di Halloween di Linus Van Pelt e il celebre “Grande Giove” di Doc Brown in Ritorno al Futuro. La cultura moderna è presente in molte sue forme lungo tutto il romanzo, con citazioni da film, come JFK, e libri, come Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carrol, ovviamente, con Pascoli ed anche Carducci, non può mancare la poesia, ed elementi di attualità che permettono all'autore di far trapelare in maniera più o meno esplicita le sue opinioni e le sue idee, tra cui, soprattutto, la forte opposizione al fanatismo, senza nulla togliere al fascino del mistero:

 

“La Loggia dei Morti è uno di quegli argomenti che potremmo trovare in qualche programma televisivo di terz'ordine sui misteri, materiale buono solo per siti internet di mitomani che credono nelle cospirazioni globali, nelle organizzazioni che cercano di dominare il mondo, negli alieni che si nascondono fra noi e cose del genere.” (p. 41)

 

Ed a proposito di fanatismi, non si possono non ci tare i due “tipi poco raccomandabili” che pedinano e inseguono Matteo e “il Carne” fino alla risoluzione dell'enigma. Vestiti da capo a piedi con abiti firmati e rigorosamente scuri, uno dei due ha un cellulare il cui schermo reca la scritta Meine Ehre heißt Treue, cioè “il mio onore si chiama fedeltà”, frase che dal 1932 fu il motto delle Schutzstaffel (SS).

 

Scrittore di gialli e detective amateur, tanto personaggio quanto autore, si può dire che in Il Mistero della Loggia Perduta Matteo Bortolotti segua il modello di Ellery Queen, tanto da terminare l'Undicesimo Capitolo chiedendo ai lettori se hanno capito chi è l'assassino, subito prima di svelare il mistero, come fa Ellery nell'omonima serie Tv. Sul sito personale di Matteo, quello vero, non il personaggio, (http://www.scrittoreingiallo.com/) si legge: “Alla base di ogni buona storia c'è sempre un delitto”. E alla base del Matteo-personaggio, chi c'è? Matteo Bortolotti è un giallista e un noirista. Dopo l'esordio a vent'anni come finalista al premio Tedeschi, ha pubblicato Questo è il mio sangue (Mondadori, 2005), per la Colorado Noir di Gabriele Salvatores, a cui sono seguiti titoli come Emilia-Romagna Misteriosa (Castelvecchi, 2010), L'ora Nera (Novecento Media, 2014) e diversi racconti. Da content editor per Mondadori, Rizzoli, Garzanti, Castelvecchi, a scrittore freelance, copyrighter, brander, consulente per il content marketing, ed anche sceneggiatore, con Carlo Lucarelli, di L’Ispettore Coliandro (RaiDue, stagione 3/4) e autore di alcuni adattamenti, come Innamorate Pazze (Rizzoli, 2010) e Il Clan dei Camorristi  (Fivestore, 2013). Usando qualsiasi mezzo, ha scritto di tutto. A parte, spiega Matteo, le frasi nei cioccolatini...