NIETZSCHE E LA COSTRUZIONE DEL SUPERUOMO

Michel Onfray

NIETZSCHE E LA COSTRUZIONE DEL SUPERUOMO

Milano: Ponte alle grazie, 2014

pp. 320, € 26.00

isbn 978 88 6220 741 6


di Stefano Scrima


«In questo secolo della morte di Dio, e in un certo senso della morte dell’Uomo, due crimini compiuti il primo nel 1841, con L’essenza del cristianesimo di Feuerbach, il secondo nel 1859, con L’origine delle specie, all’individuo, che deve dunque costruire a partire dal reale e non più da finzioni, favole o miti ebraico-cristiani, non resta granché» (p.9). Il campo è libero, l’individuo può sognare grandi cose senza dover rendere conto a nessuno, nasce così l’idea (o forse la necessità) del superuomo, prospettiva di sé che si inquadra in una morale umana che può fare a meno della trascendenza e dell’ideale ascetico.

Il titolo originale del libro di Michel Onfray dedicato al superuomo recita: La Construction du surhomme, effettivamente mantenuto sulla copertina italiana seppur preceduto dal più editoriale e altisonante “Nietzsche”, e soprattutto corredato dal bel faccione del filosofo tedesco (se siete curiosi andate su google a cercare la copertina francese). Oltre ad essere un saggio su Nietzsche e su altri filosofi che hanno avuto a che fare con il concetto di superuomo, è il VII volume della Controstoria della filosofia onfraiana, una narrazione alternativa (che dà spazio a personaggi spesso eclissati per le loro idee anticonformiste) alla storia della filosofia “classica” che si insegna nelle scuola ed università. È vero che Nietzsche non è proprio un filosofo snobbato, anzi, tutto il contrario (e gli editori lo sanno bene), ma pensatore realmente misconosciuto è invece Jean-Marie Guyau, a cui Onfray dedica tutta la prima parte del libro. 


Ora, senza cadere in trivialità e polemiche, un motivo per cui il buon Guyau non fu mai troppo considerato lo si potrebbe immaginare, ma così, a quanto pare, non la pensa l’autore. A modo suo vitalista, epicureo, utilitarista, evoluzionista, ottimista, bigotto, razzista, e soprattutto tubercolotico (muore a 33 anni), il che lo faceva sognare per contrasto d’essere un superuomo tutta forza e salute, Guyau individua nella natura uno sforzo vitale (anticipando così Bergson) che genera vita, leggendoci però un disegno umanista, altruistico, che porterà l’umanità ad un amore superiore. Ma come può dal caos di forze della natura emergere un disegno, per di più che tende all’altruismo, quando è evidente che il mondo è governato dall’egoismo? Non si sa. E di questo anche Onfray se ne accorge.


Passiamo a Friedrich Nietzsche, il vero motivo per cui leggerete questo libro – fino a pagina 143 abbastanza trascurabile. 


Semplicità di un pensiero abissale è uno dei titoli dei tanti capitoletti che costituiscono la corposa seconda parte del volume dedicata al filosofo tedesco, ma è anche l’impressione che dà Onfray nel parlare di uno dei più discussi e interpretati pensatori della storia. Come se non ci fosse mai stato Deleuze e tutti gli altri arzigogolanti parolai (in senso buono, eh), come se niente di più chiaro possa mai esser stato scritto. Tutto questo rasserena, per Onfray Nietzsche voleva dire proprio quello che scriveva e, quando si contraddice o è poco chiaro, la soluzione migliore è quella di andare a frugare nella sua biografia per capirne le motivazioni, che spesso esistono. Evidentemente era anche lui un uomo e non solo uno spirito cristallizzato in inchiostro. Anzi, Onfray ci tiene a sottolinearlo, soprattutto un uomo. Un uomo che soffriva, un uomo con uno spaventoso eczema genitale: «La sofferenza fu dunque la sua compagna. Non potendo ottenere ciò che desidera, desidera ciò che ha – ecco che cosa spiega la logica nietzscheana: perciò aspira alla salute che gli manca; ma ama la malattia che lo affligge, per non dover disperdere le sue forze in una lotta inutile, che comporterebbe solo un inutile spreco di troppe energie» (p.235). Di qui, pertanto, la costruzione del superuomo e di tutto il resto. 


Che cos’è dunque la volontà di potenza? Amare il proprio destino. Volontà di vita. Gioia dell’esperire il puro piacere di esistere. Volere la potenza (che è la vita) che ci vuole. Nietzsche vuole tutto, accetta tutto, anche il male, il dolore, ché tanto non ha senso lottare contro ciò che non può essere cambiato. Ma quindi non siamo liberi? No, o meglio siamo liberi di accettare, gioiosamente, il nostro destino, qualunque esso sia: «Nietzsche, che nega il libero arbitrio, crea un’altra libertà. Ciò che sono io, devo volerlo essere. O ancora, e si ritrova l’amor fati: posso diventare ciò che sono amandolo. Amando ciò che avviene, io creo una libertà grazie alla quale mi riapproprio di me stesso» (p.206). Di qui, solo di qui, la serenità, che a quanto pare, secondo Onfray, è il fine ultimo dell’uomo Nietzsche.


E l’Eterno Ritorno? L’identico ed eterno ripetersi di ogni momento. Semplice. Nessuna metafora. Dobbiamo amare ciò che avviene perché ritornerà eternamente, sempre uguale. Inutile ribellarsi, pena un dolore, anch’esso, inutile.  


E chi è allora il superuomo? Colui che dice sì alla vita in ogni suo aspetto, che è fedele alla terra, unica dimensione reale. Secondo Onfray, Nietzsche si rifà ad un epicureismo inattuale e al suo Quadruplice rimedio: 1) gli dèi non si devono temere; 2) la morte non è da temere; 3) la sofferenza è sopportabile; 4) la felicità è possibile. Infatti «il superuomo non teme Dio – anzi, egli è colui che, per realizzarsi nella storia, ha bisogno di invocarne la morte a squarciagola; non ha paura della morte – perché sa che, in virtù del principio dell’Eterno Ritorno, essa è un istante, un momento in un movimento perpetuo; sa soffrire – e dà alla sofferenza un ruolo selettivo che produce forza e superiorità; gode del mondo così come esso è – in quanto, sapendo ciò che sa, aspira all’eternità del godimento di essere al mondo» (p.221).


Per chiudere, il Nietzsche di Onfray è totalmente denazificato ed estraneo a qualsiasi concretizzazione politica sul piano storico. È apolitico, né di destra né di sinistra, perché profondamente legato ad altre categorie di pensiero, è rimasto in Grecia, dedito esclusivamente alla coltivazione di sé. Quando scrive, per esempio, che sarebbe meglio sbarazzarsi di alcuni uomini, lo dice sempre in quanto tipi ontologici, perché è il filosofo stesso che si colloca su un terreno ontologico.