IL GIOVANE FAVOLOSO DI MARTONE: LEOPARDI TRA IRONIA E DISINCANTO.

di Valentina Sordoni

 

Sullo sfondo della piccola Recanati, «paese di frati» nel cuore della Marca Pontificia, si staglia la figura di Giacomo Leopardi, il «giovane favoloso» protagonista dell’ultima fatica di Mario Martone che reinterpreta l’esperienza umana del poeta emancipandola dai consueti cliché sedimentati da secoli per restituirci, almeno sul grande schermo, la portata dirompente di una vita e di un pensiero che si fanno poesia.

Il padre del poeta, il Conte Monaldo Leopardi, è un fervente reazionario, paladino della conservazione, la madre, la Marchesa Adelaide Antici, è una donna consumata da una devozione bigotta, pragmatica fino all’eccesso. E se fu lei a gestire l’economia domestica dopo il dissesto finanziario della famiglia causato dalle folli spese di Monaldo, fu proprio il padre a introdurre Giacomo, appena bambino, nella sua sterminata biblioteca, seguendolo passo dopo passo negli studi, orgoglioso ma con sguardo accorto; il sovversivo vento illuminista non deve soffiare sul cielo di Recanati e così quando più tardi l’intellettuale piacentino Pietro Giordani, interpretato nel film da Valerio Binasco, parla di «rivoluzione» al cospetto dei Conti Leopardi, la reazione di Monaldo è eloquente: Giacomo, destinato precocemente a una carriera ecclesiastica, deve preservarsi da pericolose idee e sospette frequentazioni. Giordani, che non ha la fiducia dei consorti Leopardi, sarà per Giacomo, invece, un animo pronto all’ascolto, capace di sostenerlo con un significativo scambio epistolare e il suo arrivo a Recanati è salutato dal giovane con vivo entusiasmo, con passione tangibile nella rappresentazione che ne dà Martone in un climax di emozioni divampanti sulle note musicali di Sascha Ring.  

 

È il periodo in cui Leopardi matura la volontà di scoprire il mondo oltre gli stretti confini recanatesi, di aprirsi nuovi varchi per esplorare orizzonti ignoti, fino a progettare una fuga fallita per l’immediato intervento del Conte padre.

È il 1819. Pochi mesi più tardi prende forma l’Infinito, l’idillio che incanta nella recitazione sublime di Elio Germano, naufrago tra i sentieri dell’«ermo colle».

Trascorsi alcuni anni, Giacomo esce finalmente dallo scomodo nido familiare e attraverso lunghi ed estenuanti viaggi approda nelle più importanti città dello stivale: Firenze e Napoli, sulle quali più si sofferma Martone, sono solo due tra le mete toccate. La prima, sulle rive dell’Arno, offre a Giacomo un confronto diretto con i Liberali raccolti intorno al Gabinetto Vieusseux , la seconda, alle pendici del Vesuvio, sarà il suo ultimo lido dove la morte lo coglie prima di una nuova partenza per la vicina Torre Del Greco.

 

Sono città animate da personaggi affascinanti e scomodi, come Niccolò Tommaseo e Fanny Targioni Tozzetti: il primo, un intellettuale poco incline verso il giovane, non gli risparmia acute provocazioni quando l’opera del Botta viene premiata al posto delle sue Operette morali; la seconda, donna emancipata e musa privilegiata per il «ciclo d’Aspasia», non ricambia il sentimento del poeta, insofferente e fisicamente provato.

O Antonio Ranieri, l’esule napoletano che accompagnerà Leopardi fino all’ultimo dei suoi giorni in un «sodalizio» cui il regista ha dedicato particolare attenzione conducendoci negli oscuri vicoletti partenopei, nei teatri e nei caffè, nelle piazze brulicanti di quella vita presto cancellata dal colera.

 

Città, personaggi e incontri che il regista ha saputo ricreare in un amalgama riuscito, fondendo ambienti, atmosfere e suoni con il più grande lascito leopardiano: i Canti, accuratamente selezionati insieme a passi scelti dall’Epistolario, dai Ricordi d’infanzia e d’adolescenza, dalle Operette Morali per accompagnare questa straordinaria narrazione cinematografica, chiusa dalla suggestiva liricità di versi scelti da La Ginestra, che suggellano il testamento più autentico del nostro poeta.

Sono alcuni dei punti toccati dalla regia di Martone nel suo ambizioso intento lodevolmente raggiunto di ripercorrere l’iter biografico del Recanatese presentandoci un Leopardi nuovo, diverso da quello incontrato nei libri di scuola, un Leopardi che scavalca l’inappropriata etichetta del pessimista e del disperato che canta il dolore come lamento per una vita travagliata da gravi, ingombranti disturbi fisici.

 

Il ritratto disegnato da Martone riflette piuttosto il temperamento inarrendevole di un Leopardi traboccante di energia pur avendo spogliato la vita umana delle sue vane illusioni, dei suoi vacui inganni, per ripensarla e concepirla invece all’interno di un universo materialistico, un «perpetuo circuito di produzione e distruzione» cui assiste disinteressata una Natura affatto benevola, che inaugura la cosiddetta fase del «pessimismo cosmico», concetto sostanziale nella poetica leopardiana cui Martone dedica un breve istante del film animando una delle più celebri Operette morali, Il dialogo della Natura e di un Islandese: la Natura, indifferente alle sorti umane, non dispensa parole, né gesta consolatorie per l’uomo, l’Islandese che tenta invano di fuggirla e in cui si proietta l’umanità intera. Martone riesce magistralmente a plasmare e dare concretezza alla Natura, mostrandocela in tutta la sua potenza ed essenzialità, conservando intatto il complesso concetto leopardiano. Non solo. Martone ha saputo trasportare sul grande schermo la disarmante profondità, il disincanto pungente di questa prosa letteraria.

 

Ora che il sipario sta calando e i riflettori sul film si stanno lentamente spegnendo, superata l’ondata di successo siglata da un incasso stimato per ora di 6.200.000 euro e da circa 1.200.000 presenze in sala, il modo più opportuno per conoscere il Leopardi che ci ha raccontato Martone è immergersi nei suoi testi, come ha fatto il regista, dialogando con essi, interrogandoli senza timore.

È proprio in queste opere che vanno ricercati gli slanci, gli afflati vitali di un poeta titanicamente sospeso tra dolore e passione, geniale e ironico, capace di affermare la sua drammatica voglia di vivere, liricizzata e resa perciò eterna attraverso la poesia, uno strumento efficace per aiutarci a recuperare e accettare con estrema umiltà, una dimensione più misurata della nostra precaria, finita umanità.

E questo basterebbe già per poterlo considerare, senza blanda retorica, il nostro «sempre caro» «giovane favoloso».