ELOGIO DELLA LENTEZZA 

Lamberto Maffei

ELOGIO DELLA LENTEZZA 

Bologna, il Mulino, 2014

pp. 120, € 12,00

ISBN 9788815252753


di Sara Gozza


Elogiare la lentezza sembra, per noi uomini contemporanei, un fatto non troppo bizzarro. Il progresso tecnologico procede freneticamente e le uscite sul mercato dei nuovi prodotti sono talmente ravvicinate l’una all’altra che risulta difficile restare al passo coi tempi. Tutto ciò unito a una quotidianità che ci porta fin da bambini ad avere ritmi, tempi di reazione e di apprendimento sempre molto rapidi. Il desiderio di riscoprire la lentezza è sicuramente molto forte ed è dovuto a questo il successo di slow food, dei centri benessere, delle tecniche di rilassamento e di tutte quelle pratiche e stili di vita la cui lentezza fa da padrona. Ma in una società (in particolare quella occidentale) le cui mode cambiano in pochi mesi e il motto sembra essere “celerità e perfezione”, come può trovare spazio la lentezza? Come può avere fortuna il cosiddetto pensiero lento se il nostro cervello è messo alla stregua di un calcolatore? A queste domande ha cercato di rispondere Lamberto Maffei, professore emerito di Neurobiologia alla Scuola Normale di Pisa e direttore dell’Istituto di Neuroscienze del CNR, il quale in poche pagine ha riflettuto sui meccanismi cerebrali che riguardano le relazioni rapide dell’organismo umano, sia quelle di origine genetica, sia quelle più lente selezionate dall’evoluzione e dall’uomo stesso con l’evoluzione culturale.

La biologia con cui l’uomo si deve confrontare non ha nulla a che vedere con la rapidità. Il cervello si costruisce lentamente nel corso della vita embrionale, tuttavia questa formazione continua anche dopo la nascita in particolare nella prima infanzia. Non c’è nessuna fretta nella maturazione del cervello, basti pensare che essa occupa un quarto o un quinto della vita, mentre per un topo bastano all’incirca 5-6 settimane. Questa lentezza però non è una perdita di tempo, anzi ci è data affinché ognuno di noi possa aggiustare progressivamente le connessioni delle fibre nervose a seconda degli stimoli selezionati dall’individuo o dall’ambiente in cui vive. La plasticità, di cui l’uomo è dotato per un tempo così lungo, significa capacità di apprendimento e di adeguamento all’ambiente. Il successo dell’uomo come animale, non dipende solo dal suo sviluppo fisico ma soprattutto da quello intellettuale. La stessa lentezza riguarda anche la parte discendente della vita, certo in questo caso ad una velocità ulteriormente ridotta. Crescita e vecchiaia seguono dunque un processo lento e per quanto possiamo inventare nuovi prodigiosi strumenti, non ne è ancora stato inventato uno in grado di sostituire il vecchio cervello.


Come detto prima, la tecnologia procede nella sua folle corsa e questo ha portato a un incremento spasmodico dei consumi di questi prodotti. Vecchi oggetti vengono rimpiazzati da nuovi che nel giro di poco tempo risultano già obsoleti e pronti ad essere sostituiti. Il consumismo è dunque figlio del pensiero rapido perché anche il consumo deve essere rapido per cambiare desiderio altrettanto rapidamente e tornare a comprare. La speranza che la tecnologia possa portare ad un mondo migliore si è radicata nel pensiero comune e questo ha portato ad una «bulimia dei consumi» (p. 93) che diventa svago e fuga dal reale. A tutto ciò viene associata una grave «anoressia dei valori» (p. 95) non perché hanno perso la loro validità ma perché non sono più rilevanti, non danno un’immediata ricchezza. Il pensiero lento è un pensiero pesante da portare, ha memoria e trascina con sé i dubbi del ragionamento, ma è la peculiarità che ci differenzia dagli altri animali. L’uomo non può volare o vivere nelle profondità marine ma ha la logica, la matematica e la poesia e tutto ciò non è frutto di un pensiero frenetico ma di uno lento. L’appello di Maffei è dunque al pensiero irriverente, al ragionamento fine a se stesso senza il bisogno di creare prodotti destinati al mercato. L’arte e la contemplazione non sono perdite di tempo ma sono ciò che ci distingue dagli altri esseri viventi ossia il fatto di produrre senza che ve ne sia un’esigenza pratica.


Ciò che sostiene Maffei concludendo è che l’uomo non è biologicamente predisposto alla fretta ma al contrario necessita di arte, di bellezza, di memoria e di scienza. Tutte attività che richiedono calma e concentrazione. Volgersi al ragionamento piuttosto che all’istinto, è fondamentale non solo per la stabilità delle relazioni interpersonali e dunque per la qualità della vita ma anche per far sì che in futuro il pensiero non venga ridotto ad un tweet o un quadro ad una pennellata. La facilità con cui costruiamo e distruggiamo legami, dimentichiamo le tradizioni e la nostra storia è il risultato di un modo di pensare superficiale e immediato. Con pessimistica ironia, parlando dell’affanno con cui si è indotti persino a mangiare, l’autore immagina che i giapponesi arriveranno addirittura a mangiare il riso con la forchetta perdendo l’eleganza dell’arte delle bacchette. Il puntare alla costante efficienza e celerità non può che portare al restringimento della capacità di pensiero, ossia quella peculiarità che ci fa credere di essere superiori agli altri esseri viventi. Tornare, dunque, all’origine di quel carpe diem oraziano, non inteso erroneamente come frenesia del vivere compulsivamente ogni attimo, quanto come inno all’ottimismo, all’amore per la vita e invito a cogliere le occasioni, le opportunità e le gioie di oggi senza angosce e affanni.