LA POLITICA DEGLI ESPERTI

Elisa Grandi, Deborah Paci (a cura di)

LA POLITICA DEGLI ESPERTI. Tecnici e tecnocrati in età contemporanea

Milano, Unicopli, 2014

pp. 265, € 17,00

ISBN 9788840017167


di Paulo Fernando Lévano


«Chiariamoci, campione: non sono qui per dire “per favore”, sono qui per dirti cosa fare. E se un istinto di conservazione ancora lo possiedi, sarà meglio che tu lo faccia, e subito anche. Sono qui per dare una mano, e se il mio aiuto non è apprezzato, tanti auguri signori miei!» (Wolf, Pulp Fiction, 1992).


La politica degli esperti apre la collana Tracce, che sarà dedicata a percorsi di storia

contemporanea, e la scelta del tema inaugurale non potrebbe essere migliore. La tecnocrazia, il governo tecnico dei tecnici, è stata la grande trovata dello scorso secolo, il termine che più salta alla vista nella strada fin qui percorsa; sia che i tecnici siano stati essi stessi capi di stato o funzionari strategicamente posizionati nell’organigramma statale, sia che siano stati semplicemente consulenti, si deve tenere presente che quando si parla di tecnocrazia si parla non solo di tecnici nel governo, ma anche di una tecnica del governo: “governo tecnico dei tecnici”, infatti.

Indiscutibilmente, la “tecnica” in questione è l’economia; se non lo si capisce scorrendo gli ottimi saggi di questa raccolta, che passano in rivista le vicende di personaggi come Henri Fayol, Raúl Prebisch, Joseph Dodge, lo si capisce consultando la sezione Bussole inclusa alla fine del volume: in essa, si discutono nello specifico alcune voci ricorrenti nello studio del fenomeno tecnocratico. Juan Carlos Villamizar, politologo dell’Universidad Nacional de Colombia invitato a dare un suo contributo alle Bussole, commenta nella voce Le diverse tecnocrazie in America Latina: «già alla fine degli anni Ottanta, si cominciarono a produrre analisi sociologiche degli economisti latinoamericani che si formavano negli Stati Uniti d’America: queste giungevano alla conclusione che gli studenti che intraprendevano un percorso di formazione economica volevano in realtà fare politica e non economia e che la loro conoscenza e il loro interesse per la letteratura economica era ridotto al minimo necessario» (p. 239). Soffermiamoci un attimo a immaginare la scena: una moltitudine di matricole vogliose di coinvolgersi in politica, tutte quante convinte di trovare nell’ateneo di loro preferenza la chiave maestra per tutte quelle scrivanie altolocate e tutte quelle auto blu; questa chiave maestra è la facoltà di scienze economiche, per il semplice fatto che gli economisti sono in pole position nella corsa verso il futuro migliore, verso il progresso, insomma, verso la modernizzazione delle società ancorate al passato di disordine e arretratezza.


Si può certo andare a studiare scienza politiche, ma quello conta soltanto per chi vuole fare “politica” e non per chi vuole concentrarsi esclusivamente sulla modernizzazione economica. Le parole di Villamizar sulla modernizzazione economica rispecchiano quello che scriveva Loris Zanatta nel suo capitolo sugli anni neri dell’America Latina sottomessa quasi nella sua totalità da dittature militari, anni di cui Zanatta vede l’inizio proprio nella caduta del governo di Salvador Allende, episodio che diede notorietà ai simpaticissimi amici del fortunatissimo generale Pinochet, i cosiddetti Chicago Boys. (cap. 28 di Introduzione alla storia contemporanea, 2006, a cura di Paolo Pombeni). Leggiamo ancora quanto espresso da Villamizar riguardo i vincoli che hanno connesso economisti e tecnocrati nella seconda metà del secolo scorso nell’America Latina, sotto la voce Elites Tecniche. «A differenza di altri intellettuali, gli economisti hanno preteso di essere gli “ingegneri del potere”, attraverso la pianificazione, l’organizzazione del bilancio e la definizione delle politiche economiche e fiscali. L’economista si autodefinisce come il possessore di un sapere specialistico, indispensabile ai politici nella formulazione delle leggi e, allo stesso tempo, si sente esentato dalle responsabilità politiche. Questo fenomeno (…) si è convertito in uno strumento delle élites per autoperpetuarsi attraverso l’accumulazione di capitale educativo. Inoltre, si sono create connessioni di interessi tra gruppi locali e attori internazionali: i primi sono portati ad appoggiare le coalizioni e le politiche che propongono i secondi» (p. 235). Mettersi a cercare responsabilità politiche, infatti, sembra un lusso per le nazioni scevre di un traguardo definito e sembra addirittura un uso criminoso del potere: «i paesi dell’America Latina avrebbero potuto imboccare il cammino del progresso economico e ritornare alla democrazia politica solo dopo avere restaurato l’ordine e la disciplina in ogni ganglio della società. Ad ogni costo e con ogni mezzo. Una società che essi concepivano alla stregua di un organismo omogeneo ed armonico attaccato da un male che ne minacciava l’unità, e dunque la sopravvivenza: l’eccesso di politica, la cronica conflittualità» (Zanatta, loc. cit.)


Un po’ più avanti nel capitolo, Zanatta continua a parlare di questi esperimenti politici ed economici, antecedenti degli odierni inciviliti “governi tecnici”: «quei regimi non avevano scadenze, ma obiettivi, come non si stancarono di proclamare. E non erano conservatori bensì “rifondatori”, poiché lungi dall’illudersi di tornare ai “bei tempi” andati si proposero di cambiare così a fondo le più profonde trame della società, dell’economia e della cultura da pensare di sciogliersi solo quando fosse stato scongiurato il pericolo che il ritorno dei militari nelle caserme sfociasse nuovamente nella “demagogia”, nel populismo, nell’eccesso di politicizzazione. Una fase più o meno lunga di medicina autoritaria parve loro necessaria per guarire quelle società malate di disordine e disobbedienza e guidarle nel delicato processo di modernizzazione economica».

 

L’autoperpetuarsi delle élites tecniche a cui si riferiva Villamizar è quindi un fattore da tenere in considerazione per capire il fenomeno tecnocratico, poiché quest’ultimo si proporrà sempre come rimedio alla mancanza di perizia dei politici, oppure come tesoro delle consulenze per politici che vogliano smettere di essere un ostacolo per la modernizzazione del proprio popolo. Nessuna immagine può rappresentare meglio questa situazione dell’indimenticabile “Wolf”, interpretato da Harvey Keitel in Pulp Fiction di Quentin Tarantino: si può discutere fino a una certa istanza su quale sia la parte di ognuno di noi dentro al protocollo di emergenza, ma dopo arriva inesorabile il momento delle decisioni e dell’azione, il momento di mettere in moto il protocollo, di “meno parole e più fatti”.


Del resto, è proprio quello che avevano in mente i pivelli latinoamericani di scienze economiche di cui Villamizar parlava all’inizio, cioè di agire, in maniera analoga a quella di Wolf, con le economie dei propri paesi, non importa se sparare a Marvin in faccia sia stato fatto intenzionalmente o per sbaglio, non importa se ci va di mezzo l’orgoglio personale di Vincent Vega nel rispetto dei tempi necessari per il contenimento dell’assurda situazione che si crea a casa di Jimmy, il personaggio incarnato dallo stesso Tarantino. Scusate l’abbinamento sui generis, ma paragonando Wolf ai tecnocrati dell’economia salta fuori un dettaglio che non è affatto secondario, una distinzione che Michel Callon riprende fra le considerazioni preliminari che aprono il libro Agir dans un monde incertain. Essai sur la démocratie technique (2001), con Pierre Lascoumes e Yannick Barthes); all’élite tecnica Callon contrappone il foro ibrido, come modalità per contrastare la concentrazione di potere che i tecnici propongono come toccasana per le malattie che affliggono una società, soprattutto per anticipare quegli effetti collaterali che possono scappare alle loro (pur meticolose) misurazioni. Poiché i tecnici, radunati e posizionati strategicamente nelle loro associazioni professionali e nelle loro agenzie di consulenza specializzata, riescono solo a minimizzare i rischi identificabili nelle condizioni iniziali poste dalla situazione iniziale, ma oltre i rischi ci sono le incertezze che sorgono ogni volta che si prendono misure sulla stessa situazione.


Lo ricorda lo stesso Wolf: il tutto lo si fa per evitare che Bonnie torni a casa e chieda il divorzio a Jimmy, ma anche per evitare che sull’autostrada un poliziotto possa notare le macchie di sangue dello sfortunato Marvin; mentre la prima congettura ha tutta la priorità, per il secondo scenario Wolf tiene aperta la possibilità di agire per contenere le incerte conseguenze dal degenerare in una nuova situazione problematica. La catena infinita di rischi che sorgono dall’incertezza che non smette mai di forgiare anelli può venire controllata in una democrazia tecnica dal diversificarsi dei fori professionali, dal concorso delle capacità di tutti gli studiosi nella società, sia di quelli compromessi con i problemi “tecnici” che di quelli compromessi con il sociale, cioè con problemi di indole più “politica”: contro la specializzazione dei saperi, Callon, Lascoumes e Barthes propongo l’ibridarsi delle competenze tecniche delle singole associazioni professionali di “esperti”.


Fra l’altro, è una questione assodata nella letteratura economica (quella che i menzionati pivelli considererebbero come “chiacchierio accademico irrilevante”) che non ci sia un unico modo a priori di caratterizzare la razionalità degli attori economici, ovvero i presupposti entro i quali questi attori agiranno verso l’ordine o il disordine, dato che la razionalità stessa dipende dal contesto in cui

essa cerca di applicarsi; un attore dirà di prendere una decisione razionale nella misura in cui è in grado di coordinare diversi fattori affinché sfocino in una rappresentazione attendibile del mondo, e la diversità dei fattori è proprio ciò che giustifica l’appello di Callon a costituire fori ibridi, chiamando in causa una corrispondente diversità di competenze professionali. Si tratta di una questione non da poco, se si tiene conto sia della consuetudine fra gli storici di parlare del periodo esaminato da Zanatta come “esperimenti economici” portati avanti sulla popolazione sottomessa dagli economisti dei governi militari, sia della particolarità degli esperimenti sociali, così come ne parla Roberto Scazzieri: è importante ricordare che, mentre questi economisti cercavano di stabilizzare un processo sopprimendo qualsiasi rischio di eversione e rispondendo alle incertezze del futuro con il perpetuarsi del loro modello, dall’altro lato «gli esperimenti nelle scienze sociali (inclusa l’economia) presuppongono un’indagine sottile alla ricerca di caratteristiche e attitudini latenti. In poche parole, l’euristica del sociale è spesso collegata alla maieutica del sociale. Questo suggerisce che, nel caso degli esperimenti economici, l’abilità di individuare dinamiche congruenti inaspettate è tanto importante quanto l’abilità di controllare e manipolare parametri, allo scopo di esplorare i diversi modi della razionalità e della coordinazione» (battute conclusive del breve saggio contenuto nella raccolta curata da Maria Carla Galavotti, Observation and experiment in the natural and social sciences, 2004). Non vale la pena voler essere come Wolf, visto che prima o poi impareremo (soprattutto, se pubblicazioni come il volume recensito prolifereranno) che bisogna trasformare le tecnocrazie in democrazie tecniche, e quindi il nocciolo della questione diventa fare in modo che di Wolf non ci sia mai il bisogno.