LA BESTIA DENTRO DI NOI

Adriano Zamperini

LA BESTIA DENTRO DI NOI, smascherare l’aggressività.

Bologna, Il Mulino, 2014.

pp. 179, € 14,00.

ISBN 9788815253583


di Andrea Germani


A lungo si è creduto che gli uomini fossero provvisti di particolari doti naturali che ne condizionassero irreversibilmente il comportamento; gli studi di Cesare Lombroso (1835-1909) in materia ebbero una certa risonanza all’interno delle comunità scientifiche internazionali. Lombroso aveva affermato – dopo anni di osservazioni e comparazioni di tratti somatici, dimensioni e peculiarità delle parti corporee di alcuni soggetti – che alcuni esseri umani fossero nati con una particolare predisposizione a delinquere. Il medico veronese ebbe l’intuizione definitiva, da cui partirà la stesura del suo più importante lavoro, L’uomo delinquente del 1876, mentre studiava il cranio del brigante Villela. A detta di Lombroso, nelle caratteristiche craniche del brigante calabrese erano ben visibili i segni contraddistintivi del natural born killer (per utilizzare un’espressione tanto cara a Hollywood).

I tratti atavici di alcuni uomini sono direttamente ricollegabili a istinti ferini, questo perché rappresentano il trade-union fra l’uomo e la bestia. Il “criminale per nascita” si trova in un regno di mezzo, fra l’uomo, di cui possiede le caratteristiche fisiche e cerebrali, e l’animale, di cui condivide il modus operandi nell’atto di procacciarsi i beni di prima necessità. Chi delinque per sopravvivere non lo fa perché impossibilitato ad agire in maniera più consona alle regole del vivere civile, ma perché è naturalmente incline ad agire come un leone, una volpe o un lupo, utilizzando la violenza e la forza bruta. Le prove sono nelle caratteristiche fisiche individuali. «[…] come ben dimostra l’antropologia criminale, non si tratta solo di metafore, bensì di sforzi e pretese di identificazione, sulla base di una presunta naturalità che permette di conferire all’immagine utilizzata un valore di scientificità, empiricamente dimostrabile. A tal fine, il riferimento al regno animale si dimostra centrale. » (p. 14).

illustrazione di Stefano Laureti
illustrazione di Stefano Laureti

Pur distanziandosi dall’idea di uomini “naturalmente violenti”, numerosi medici e psicologi mantennero parte dell’impianto lombrosiano nei loro studi. Il punto di partenza fu, ed è tuttora secondo alcuni studiosi, l’idea che sia presente negli uomini un impulso ad agire in maniera violenta e prevaricatrice, tenuto a bada dalla razionalità e dalle imposizioni sociali, ma sempre pronto a schizzare fuori in tutta la sua irruenza. Da Sigmund Freud a Paul MacLean, passando per Konrad Lorenz, la letteratura sulla violenza vanta numerosi nomi autorevoli fra i sostenitori dell’esistenza di un simile istinto. La tesi più curiosa sembra essere quella di MacLean (1913-2007) che risponde al nome di Triune Brain (cervello trino). Come si può facilmente intuire dal nome, MacLean sostenne che il cervello umano fosse formato da tre distinte componenti, ognuna delle quali è rappresentativa di un preciso momento evolutivo della nostra specie: l’archipallium o cervello primitivo (cervelletto o bulbo spinale) corrispondente al cervello rettile, in esso sono localizzati gli istinti primari e le funzioni vitali; il paleopallium (sistema limbico) coinvolto nell’elaborazione delle emozioni; il neopallium (gli emisferi cerebrali) sede delle funzioni cognitive e razionali, esclusivo dei primati. L’idea che ne deriva è quella di una «precaria coesistenza, sempre pronta ad assumere le fattezze di un conflitto aperto tra le strutture arcaiche […] che presiedono la sfera istintiva ed emozionale, e la neocorteccia, sede del raziocinio, il substrato che renderebbe l’essere umano un essere umano» (p. 42). Non si creda che il lavoro di MacLean sia stato abbandonato, o perlomeno superato, dai posteri; si pensi che le amministrazioni Bush Sr (1989-1993), negli Usa, e Sarkozy (2007-2012), in Francia, avviarono programmi atti a ricercare nella mappatura genetica umana il gene responsabile dei comportamenti aggressivi. Si può parlare in proposito di “determinismo genetico del crimine”?. Secondo Ann Gibbons, che coniò il termine “gene guerriero” a seguito dei suoi studi effettuati sulle popolazioni Maori in Nuova Zelanda, è legittimo parlarne. Peccato che studi successivi dimostrarono che l’anomalia genetica presente nei Maori fosse presente anche nell’80% dei maschi cinesi il cui stereotipo (affibbiato dagli occidentali e modellatosi nei secoli) si distanzia notevolmente da quello usato per descrivere la minoranza Maori, da sempre vista come una popolazione di individui bellicosi e attaccabrighe. Stereotipi, per l’appunto. 


Il grande errore del riduzionismo biologico, secondo Zamperini, è quello di aver ipotizzato l’esistenza di cause naturali per spiegare fenomeni complessi che hanno invece le loro ragioni nelle dinamiche sociali e nei rapporti fra esseri umani. Fare un’analisi della guerra ci aiuta a comprendere meglio questo punto. Nell’immaginario collettivo, tanto nell’antichità quanto nella modernità, il conflitto fra due popolazioni è visto come il trionfo di odi e intolleranze secolari che, giunte a un punto di non ritorno, si manifestano in tutta la loro brutalità nei massacri della guerra. Se così fosse non avrebbe avuto senso la martellante propaganda pre-bellica che fece facilmente leva sugli individui meno informati e meno istruiti, convintisi che i disagi di una vita fossero additabili alle nefandezze della nazione nemica, anche laddove il nemico cambiava nel giro di poco tempo (si pensi all’Italia negli attimi che precedettero la Grande Guerra). Inoltre, rimanendo del contesto della Prima guerra mondiale, non avrebbe avuto senso arruolare forzatamente migliaia di giovani restii a partire e punire i disertori con la fucilazione perché facessero da monito agli altri, perché un popolo stanco delle angherie subite dovrebbe aver timore di combattere il suo nemico? Si arrivò a minacciare di morte gli stessi compatrioti tanta era la paura che rifiutassero lo scontro, non menzionando i numerosi casi in cui le fucilazioni ci furono davvero. (Il mio bisnonno materno fu condannato a morte per diserzione e poi graziato e il nonno di Zamperini, come scrive l’autore nell’incipit del libro, si amputò un dito per non arruolarsi; non credo che entrambi fossero così convinti dell’idea che austriaci e tedeschi fossero i loro nemici giurati). 


Zamperini dimostra come si siano evoluti i processi di “creazione del nemico”, atti a degradare l’immagine di popolazioni mediante l’uso di stereotipi enfatizzati sino all’inverosimile e la diffusione di falsità di ogni sorta sugli abitanti di intere nazioni con il fine di de-umanizzarne gli abitanti, farli credere alla stregua degli animali, esseri che vanno uccisi senza rimorsi e senza indugi, appunto perché diversi dagli umani. Gli stessi soldati, una volta sul luogo del conflitto, hanno sempre avuto notevoli difficoltà a uccidere i loro avversari. Stime indicano come in alcuni conflitti buona parte dei soldati non sparò un solo colpo. Il caso riportato dal colonnello S.L.A. Marshall è emblematico, egli curò una raccolta di testimonianze dei soldati americani operativi nel secondo conflitto mondiale, i risultati che ne emersero lasciano sorpresi: «L’ufficiale-ricercatore arrivò ad affermare che circa l’85% dei militari non aveva sparato nemmeno un colpo, neppure sotto attacco e persino quando era prossimo a essere sopraffatto» (p. 72). Vi sono altri casi curiosi: si sa di militari che terminarono una durissima giornata in trincea con una partita a calcio in cui si contrapposero esponenti degli eserciti avversari, o di un soldato americano che, durante il massacro del villaggio di My Lai in Vietnam, per non sparare a dei civili fucilò gli animali del villaggio. Nella confusione degli spari non si riuscì a capire a chi stesse effettivamente mirando, così il soldato non fu punito dai suoi superiori per le sue negligenze e evitò di uccidere innocenti. 


La violenza si esplicita in varie forme (stupro, omicidio, pestaggi, violenze psicologiche, ecc.) e negli anni si è teso ad accomunare una molteplicità di atti violenti e degradanti, forti dell’idea che ci fosse una sola ragione che potesse dare spiegazioni di certi comportamenti. «Noi siamo abituati a pensare che alla base di fenomeni molto diversi, dal terrorismo alla guerra, dallo stupro all’abuso infantile, ci sia un’unica radice esplicativa» (Intervista di Radio Rai 1 al Prof. Zamperini, 8/1/2015).

 Voler ridurre tutte le forme di violenza, fisica o psicologica che sia, alla presenza di un gene o di un tratto “deviato”, presente in alcuni individui, è un errore di valutazione. Così facendo si estranea il soggetto sociale dal suo ruolo nella comunità e si considerano ininfluenti i rapporti di potere che regolano il suo modus vivendi, fondamentali invece per comprendere le ragioni del suo modus operandi. Sarebbe facile evitare attentati e risse da strada se avessimo in mano il segreto dell’aggressività (che Zamperini definisce “parola-valigia”, una parola comoda da usare quando si vogliono, erroneamente, attribuire comportamenti diversi alla stessa radice interpretativa). 


Zamperini nel suo libro affronta la questione degli school-shooters che da anni insanguinano le scuole americane; ragazzi “invisibili”, emarginati dalla compagine sociale che anima i licei del Nord-America, spesso vittime di violenze e umiliazioni, accusati di essere poco virili se non addirittura effeminati, «ragazzi che non risultano all’altezza delle norme della maschilità egemone» (p. 142). Dopo anni di oltraggi e vessazioni, questi ragazzi si ribellano ai tormenti sparando sui compagni di classe, questo grazie anche all’involontaria complicità dell’istituzione scolastica, che finge maldestramente di non accorgersi del bullismo dilagante nelle scuole, e delle famiglie, che non si curano dei problemi sociali di un ragazzino che, nei pomeriggi, invece che studiare o fare sport si esercita nei poligoni con la pistola del padre. Sostenere che lo studente in questione abbia problemi a relazionarsi e ad interagire con i coetanei, e che covi odio e invidia per il benessere altrui (il famoso anti-social behaviour) aiuta a liquidare la questione, discolpando le autorità e il sistema educativo, e a rassicurare le famiglie che si convincono si tratti di un “caso isolato”. Di certo non aiuta a risolvere il problema. Guarda caso, nel giro di pochi anni si passa da un “caso isolato” a un altro, stesse dinamiche, stesso background e stesso contesto sociale.

 Fino a che si continuerà a lavorare sui geni e su parti del corpo, presunti “responsabili” dei comportamenti aggressivi, e non sulle cause sociali che scatenano certe reazioni ci sarà violenza e ci saranno morti, e, ovviamente, ci sarà qualcuno a dirci di non preoccuparci; si tratta del “gesto isolato di uno psicopatico”, nulla da temere.