PERCHÉ LEGGERE I CLASSICI

Italo Calvino

PERCHÉ LEGGERE I CLASSICI

Milano, Mondadori, 2014

pp. 310, 9,50 

ISBN 9788804401407


di Paulo Fernando Lévano


Perché? Prendete in esame Cuore di tenebra del polacco Joseph Conrad: «se a molte cose sue non ho mai creduto, al fatto che fosse un bravo capitano ho creduto sempre, e che portasse nei suoi racconti quella cosa che è così difficile da scrivere: il senso di una integrazione nel mondo conquistata nella vita pratica, il senso dell’uomo che si realizza nelle cose che fa, nella morale

implicita nel suo lavoro, l’ideale di saper essere all’altezza della situazione, sulla coperta dei velieri come sulla pagina» (p. 195). Molto potrebbe dirsi di questa qualità di Conrad di cui Calvino tesse le lodi in uno scritto del 1954, contenuto in questa ristampa di Perché leggere i classici.

Vita pratica, morale del lavoro, controllo delle contingenze, variabili che risultano compatibili con le osservazioni fatte da Leo Marx (The pilot and the passenger, 1988) sulla comparsa di una nuova sensibilità legata ai piroscafi e alla navigazione fluviale, sensibilità che scaturisce non dal paesaggio ma dall’operare stesso degli uomini sul paesaggio: il bello di un tramonto sul fiume dice tanto al passeggero sulla bellezza della natura, sulle foscoliane immagini invocate di fatale quiete, sulla terribile fragilità dell’esistenza e sull’arrivo della fine di ogni viaggio, ma un pilota non ha tempo per dare ascolto a tutte queste voci; per un pilota, un tramonto può dare soltanto qualche notizia (e in qualità di informazione spuria) sul clima previsto per il giorno successivo di navigazione, niente di più e niente di meno. Ed ecco la piuma di Conrad, descrivendo le impressioni di Charles Marlow sul piroscafo che costeggia l’Africa: «l’ozio del passeggero, il mio isolamento fra tutti quegli uomini con cui non avevo alcun punto di contatto, il mare languido e oleoso, la cupa uniformità della costa, tutto sembrava tenermi lontano dalla verità delle cose, nel travaglio di una lugubre e assurda allucinazione» (cap. I). Battello a vapore o Airbus, l’anonimità del passeggero di fronte all’operare dei piloti è proprio questa nuova sensibilità, attualissima se uno pensa che il posto dove questo contrasto si svolge è il fulcro delle riflessioni di Marc Augé nel suo Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità (2009).


«È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno. È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona» (p. 12). Sono diafani i motivi per cui il Conrad di Calvino è un classico: prima di Augé, prima di Kerouac, Conrad aveva già messo in parole cosa si provava ad essere un passeggero nel nonluogo dei protocolli operativi di una nave, Conrad aveva già proposto al lettore moderno la sensazione di essere sulla strada, alla ricerca di un Kurtz che, come Dean Moriarty nel romanzo Sulla strada (1957), da lontano si presenta avvolto da un mito e da vicino si rivela come una personalità molto perturbata, ammalatasi per essere rimasta troppo tempo in un posto solo. E non finisce qui. Ispirato liberamente a Cuore di tenebra è un altro classico, il film Apocalypse now! (1979), regia di Francis Ford Coppola, musica dei Doors. I modi in cui Coppola rivisita la storia conradiana, la sfida al grande rimosso dell’immaginario e al processo di “vietnamizzazione” individuale e collettivo, tutti questi dettagli sfuggono a un ignaro Enrico Fiabeschi in Paz! (2002), regia di Renato De Maria; nella scena classica dell’esame al DAMS, Fiabeschi dichiara di aver letto qualcosa sul libro, ma risponde con un proverbiale “chi?” alla proposta della professoressa di discutere su Conrad. Chi lo conosce Conrad? Perché parlare di lui e non del fatto che il segno si decifra e l’apparenza non si deve assolutamente decifrare? Quando la professoressa recita le parole di Charles Marlow riguardo la somiglianza fra il fiume e il serpente, Conrad piomba nel vuoto dello scarso interesse di Fiabeschi e finisce per diventare rumore di sfondo, come le voci del collettivo studentesco a cui partecipa Pentothal (che si sentono nell’aula esami), come l’urlo dello stesso Pentothal rivolto ai tetti rossi di Bologna, che questa volta però raggiunge Fiabeschi, che per un attimo resta come trafitto da un raggio di sole, nel cuore di Piazza Maggiore, in mezzo alla gente e quando si è già fatta sera.


Oppure, prendete ad esempio Robinson Crusoe dell’inglese Daniel Defoe: «Defoe è giunto fino a noi come il poeta della paziente lotta dell’uomo con la materia, dell’umiltà e difficoltà e grandezza del fare, della gioia di vedere nascere le cose dalle nostre mani» (p. 109). Il naufrago dell’isola è ognuno di noi, l’isola è questo mondo del quale ci viene detto, da quando siamo bambini, che va combattuto con le armi dell’ingegno e il minimo impiego necessario della forza, assoggettando per bene flora e fauna, fidandoci soltanto di amici come Venerdì e fondamentalmente diffidando da qualsiasi altro Robinson sulla nostra isola. Non patiremo la fame, non moriremo di fame: sembra che il galateo che fa per gli avventurieri è quello del quarto sonetto dell’Ipersonetto (1978) di Andrea Zanzotto, che consiglia di non perdere mai di vista la sopravvivenza dell’animale per soddisfare i bisogni dell’anima. «I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale» (p. 7).

Non importa se si tratta di Bugs Bunny in Rabbitson Crusoe (1956) o di Tom Hanks in Cast Away (2000) di Robert Zemeckis, non importa se abbiamo sostituito i materiali del Robinson originale con le apps dei nostri smartphones, l’influenza di quelle che Calvino chiama le “virtù mercantili” del capolavoro defoeiano è sia indimenticabile che inconscia: vogliamo vivere, sì, ma vogliamo vivere come abbiamo imparato a vivere, Dio (anche un Dio barrato andrebbe bene) ci dia la forza per mantenere civile l’isola deserta che ognuno di noi popola e ci aiuti a capire (lentamente però, godendoci la vacanza al mare) che nessun uomo è isola ma siamo tutti continente (John Donne, Devotions, 1624).


Ma perché dare fastidio a Dio, se ci sono i classici con tutti quei Robinson e tutti quei Marlow che hanno capito il nocciolo della questione? Conrad, Kerouac, Defoe, Zanzotto, Quasimodo, Donne: tutti i capitani di Calvino in dialogo col portoghese Fernando Pessoa quando diceva che «bisogna navigare, non bisogna vivere» (Navegar è preciso, 1914).