INCONTRI (E SCONTRI) MEDITERRANEI 

Franco Cardini

INCONTRI (E SCONTRI) MEDITERRANEI

Roma, Salerno Editrice, 2014

pp. 125, € 8,90

ISBN 9788884029171

 

di Paulo Fernando Lévano

 

Questo breve e scorrevole libro è uno studio storico delle due linee di frattura che giacciono alla base dell’idea del Mediterraneo come limite dell’Occidente moderno. Il suo essere breve non impedisce comunque di fare opportunissimi riferimenti a grossi libri scritti in precedenza sull’argomento, veri e propri classici. Classici che chiedono oggi più che mai di venire riproposti e più volte rivisitati, se si vuol prestare fede al luogo comune secondo il quale il dialogo è il miglior modo di conciliare interessi e di evadere i costi distruttivi della guerra. Scritti che, per dirla francamente, sono importanti e completissimi studi su aspetti ben precisi della lunga storia della regione mediterranea, e proprio per la serietà con cui questi studi sono stati condotti, scritti che non sono mai al di sotto delle duecentoventi pagine: parliamo delle opere fondamentali di Fernand Braudel e di Shlomo Dov Goitein, oppure dei più recenti studi di David Abulafia e di Eugenio Di Rienzo.

Dunque, il libro di Cardini offre un’opportunità immancabile per mantenersi al passo con le opinioni più competenti in merito a quello che gli antichi Romani chiamavano mare nostrum, con il suggestivo pretesto di fare da cardiologi e guardare al cuore del paziente tenendo i sintomi (le valutazioni soggettive degli effetti della malattia) lontani da quelli che ci dovrebbero interessare, cioè i segni (i rilevamenti che “oggettivamente” denotano la presenza di una malattia). Lampedusa è questo cuore, «centro quasi geometrico», dal quale il sangue della vita di Occidente viene pompato: diastole e sistole di questo cuore sono le due linee di frattura accennate inizialmente, quindi conviene capire questo concetto, fondamentale per lo sviluppo del libro e, chissà, per proseguire con un felicissimo tuffo nella bibliografia consigliata.


«Mare che distingue, separa e pertanto rende riconoscibili le masse di terra emersa e pone il problema della loro rispettiva identità. È la cultura greca e romana, ereditata dal medioevo, che pensa al mondo come a una realtà ripartita in continenti divisi dall’insieme di acque fluviale-mediterraneo-oceanico e nel loro complesso distinti e delimitati grazie ad esso. Un continente non è una realtà obiettiva ma piuttosto l’epifenomeno di un sistema di considerazione del mondo, di una visione del mondo, alternativa rispetto ad altre» (p. 25-26). La ricerca di queste distinzioni e separazioni originarie però non è sempre stata unita alla consapevolezza della presenza del Mediterraneo nella vita di tutte le generazioni che precedono agli odierni Europei. Maurice Olender ha parlato di questa prima ripartizione dello spazio del mondo attorno al Mediterraneo in termini di una “geografia della maledizione e della benedizione”, la cui configurazione è scaturita dalla sbornia biblica di Noè. Si racconta nel nono libro del Genesi che, fra le primissime vicende del mondo postdiluviano, il vecchio patriarca avrebbe scoperto per primo la sonnolenza che ha sempre la meglio sui bevitori di vino, seguito subito dopo dal più piccolo dei suoi figli, Cam, che si sarebbe trovato lo spettacolo di suo padre profondamente addormentato, nudo e con la bottiglia in mano. Non volendo mantenere per sé una scena del genere, alquanto divertente per qualunque spettatore, Cam (detto anche Canaan) è andato dai suoi fratelli maggiori Sem e Iafet a raccontare quanto accaduto; questi due decidono di agire con più senso del rispetto, coprendo la nudità dell’anziano padre e riportandolo a letto. L’episodio si conclude con il risveglio di Noè, con tre versetti in cui il patriarca augura ai suoi figli i destini che più tardi si sarebbero trasformati in quelle origini tanto ricercate nei decenni a cavallo fra XIX e XX secolo.


Dal Libro del Genesi 9, 24: «Sia maledetto Canaan! Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli!». 9, 25: «Benedetto il Signore, Dio di Sem, Canaan sia suo schiavo!». Finalmente 9, 26: «Dio dilati Iafet e questi dimori nelle tende di Sem, Canaan sia suo schiavo!». Come è solito nei racconti biblici, maledire una persona significa maledire la sua discendenza e, perché no, anche il posto che sceglierà per dimora. E non importa se vogliamo dire “Cam, Sem, Iafet” oppure “Cronos, Titan, Giapeto”, il fatto è che tre elementi provenienti da un’origine unitaria implicano l’esistenza di due linee di frattura: infatti scrive Olender che già «nel VI secolo a.C., i Greci dividono il mondo in tre parti: l’Africa, l’Asia e l’Europa. Questa antica geografia si trova ormai cristianizzata grazie ai nuovi antenati biblici dell’umanità». Una frattura longitudinale divide l’Europa dall’Asia, una frattura latitudinaria divide l’Europa dall’Africa, ma quello che è al di qua di queste fratture, non dimentichiamolo, è una visione del mondo: per la precisione, la visione di coloro che si riconoscono “iafetici”, discendenti che nulla hanno a che fare con i discendenti di Sem in Asia o quelli di Cam in Africa. Dallo iafetico si è passato successivamente allo scitico, all’indo-europeo (o indo-germanico), all’ariano, e tutto nello spirito di rendere sensata questa tripartizione originaria: essere “europeo” deve significare qualcosa, così come “africano” significa qualcosa di preciso e “asiatico” e (visto che si parla di “subcontinente”) “indiano” fanno venire in mente due cose distinte.


Nel terzo capitolo del suo Terra. Storia di un’idea (2013), Marco Ciardi racconta delle difficoltà che la scoperta di America pose alle conoscenze storiche e geografiche degli iafetici. ”Pre-adamiti”, “antichi abitanti di Atlantide”, “ante-diluviani”, tutti queste denominazioni servivano a nascondere il grosso imbarazzo di coloro che facevano riferimento alla versione cristiana della mappa del mondo degli antichi, nei confronti degli abitanti del Nuovo Mondo. La questione più difficile da risolvere, ma anche quella che si presentava come preliminare a qualsiasi discorso sui nativi, era quella del popolamento di America: come vi erano arrivati nelle Indias prima di Colombo, gli indios? L’assenza di una risposta chiara a questa domanda rendeva difficile il discorso successivo, quello che era davvero importante: vanno salvate o no, queste anime? I loro “sovrani” sono sostenuti dal beneplacito del unico Dio, o sono degli usurpatori? Ci era sfuggito, chissà, un quarto figlio, oppure i nativi americani precedevano Noè e la sua prole? Le dispute fra teologhi come Las Casas e Sepúlveda e le dispute fra colonizzatori come Villegagnon e Almagro El Viejo si intrecciavano nel camino opposto alla soluzione desiderata: anziché ricercare l’identità delle Americhe, veniva affermandosi l’identità degli Europei. Come diceva Tzvetan Todorov, con la scoperta dell’America, il mondo si era chiuso, i ruoli divenivano definiti: scoperti gli americani, la domanda restava ancora quella di capire chi fossero questi iafetici che, come recita Gn 9, 26, si dilatano per il mondo.


Che la dilatazione di Iafet si sia verificata, lo si può leggere nelle pagine de Il secolo dei lumi (uscita per i tipi di Sellerio, 2001) del cubano Alejo Carpentier, romanzo storico che segue la diffusione e il tradimento degli ideali illuministi e rivoluzionari nello spazio culturale del Mare Caraibico. Come il Mare Mediterraneo, questa costellazione di isole chiusa fra due terre ferme è un posto magicodove le civiltà, camminando ognuna sulle proprie strade, si incontrano e riconfigurano l’universo, facendo in modo che le cose avvengano: in questo posto, l’arrivo degli iafetici è soltanto l’arrivo di una nuova linea genealogica, e la loro storia si aggiunge alla più ampia mitologia del posto; nello specifico, l’arrivo degli Europei è visto come un avvenimento dentro la cornice narrativa della migrazione dei caribes dalla terraferma meridionale verso l’istmo centroamericano. Leggiamo un po’ le impressioni di Esteban, che dopo essere stato testimone dei fatti della Rivoluzione Francese, torna nei Caraibi come funzionario della Repubblica: «facendo un salto di millenni, diveniva questo Mare Mediterraneo erede dell’altro Mediterraneo, ricevendo, insieme al grano e al latino, al vino e alla Vulgata, l’imposizione dei segni cristiani. I caribes non avrebbero mai raggiunto l’impero dei Maya, rimanendo razza frustrata e ferita a morte nel bel mezzo della loro impresa secolare. E della loro grande migrazione fallita, che forse aveva avuto inizio sulla sponda sinistra del Rio delle Amazzoni, quando le cronologie degli altri segnavano un secolo XIII che tale era solo per loro, non rimaneva, sulle spiagge e sulle rive, che la realtà dei petroglifi caraibici – pietre miliari di un’epopea mai scritta – con i loro personaggi disegnati, scolpiti nella roccia, sotto un’orgogliosa simbologia solare» (cap. 34). Le vicende del Mediterraneo, corsari, navi imperiali, esattori di tasse, ribellioni di schiavi e così via, si ripetono nel bacino dei Caraibi, e più in generale in ogni spazio geografico dove i gruppi umani e le loro cosmovisioni vengono a contatto.


Sarà forse per questa visione delle cose che Carpentier si scaglia contro il mito delle razze pure in questa intervista dell’anno 1977 per la televisione spagnola: «insomma, tutta la grande cultura europea, dalla quale le Americhe ricevettero in eredità grandi e abbondanti ricchezze, nasce nel bacino del Mediterraneo, e che cosa mai sarà il bacino del Mediterraneo, se non proprio il crogiolo delle razze più favoloso e più tremendo di tutta la storia? Eppure, ecco che, trovando sustento nelle idee di Gobineau, un certo Chamberlain, sposato con una delle figlie di Wagner, nessuna parentela con il futuro primo ministro inglese, creò questo mito, sostenuto dagli ideologi nazi, della razza ariana, e via dicendo». Il Chamberlain in questione è Houston S. Chamberlain, autore di quello che Andrea Orsucci denomina “il libro sacro del pangermanesimo”, le Grundlagen der neunzehnten Jahrhunderts(1898); Orsucci riporta un brano molto illustrativo del tipo di letteratura con cui si ha a che fare, la stessa che provoca lo scandalo di Carpentier: «che le razze, non diversamente dagli individui, non siano affatto egualmente dotate, è quanto viene attestato dalla storia e dall’esperienza quotidiana; oltre a ciò, l’antropologia ci insegna (a dispetto del professor Kollmann) come fosse dominante, nel caso di razze che hanno compiuto determinate imprese, una ben precisa configurazione psichica». Del resto, è stato lo stesso Martin Heidegger a dire, nelle lezioni invernali del 1941-1942 a Friburgo, che «l’appartenenza non si lascia mai accertare attraverso misurazioni di crani e la descrizione di lance e fibbie dissotterrate, desumendo da ciò che tali accertamenti presuppongono ciò che conta per stabilire l’appartenenza stessa» (Hölderlins Hymne “Andenken”, uscita nel 1982 a Francoforte).


«Ammettiamo pure che non sia stato un passato “roseo”: vi furono, certo, luci e ombre. Ma al di là delle guerre e dei contrasti che oggi si vorrebbero far passare come generalizzati e totalizzanti, nel nuovo politically correct imposto da chi vuol dimostrare che in un modo o nell’altro lo “scontro di civiltà” è sempre stato incombente, il bilancio di tredici secoli di vita comune di differenti culture nel Mediterraneo – con i suoi periodi di fioritura e le sue fasi di crisi o di ristagno – è innegabilmente positivo. Si può senza dubbio negare che lo sia: ma solo a patto di nascondere una parte della realtà e ipertrofizzarne altre» (p. 90). Con Carpentier, il bilancio sembra ripetersi per ogni volta che la storia mitica del Mediterraneo va interpretata come quella che è: una storia di contatti fra gruppi umani attorno a un mare magico.


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*Vorrei ringraziare Andrea Germani per avermi segnalato la raccolta Civiltà e popoli del Mediterraneo. Immagini e pregiudizi (1999), curata da Anselmo Cassani e Domenico Felice, dove ho trovato i saggi di Olender e Orsucci. Ringrazio anche il prof. Manlio Iofrida per avermi segnalato il libro di Orsucci Da Nietzsche a Heidegger. Mondo classico e civiltà europea (2012), il cui capitolo 6 tratta in profondità il tema della gerarchia delle civiltà.