LO SPECCHIO VUOTO

Ferdinando Scianna

LO SPECCHIO VUOTO. Fotografia, identità, memoria.

Roma, Laterza, 2014

pp. 110, € 12,00

ISBN 9788858112427

 

di Paulo Fernando Lévano


ARMANDO MENDOZA.- «Pensa un po’, questa donna ieri sera si è fissata col fatto che io per lei non potevo impazzire, che non potevo ossessionarmi con lei, che lei non aveva le qualità sufficienti per farmi innamorare di lei».
MARIO CALDERON.- «Vabbè, ma lei non è mica un’ingenua. Si è solo guardata allo specchio».


“Armando Mendoza” e “Mario Calderón” sono rispettivamente il presidente ed il responsabile dell’area commerciale della firma colombiana “Ecomoda”, parte dell’universo fittizio in cui si svolge la telenovela Yo soy Betty, la fea (1999-2001), forse la telenovela più famosa prodotta recentemente nel paese di Fernando Botero e della cumbia. Prova del grande successo del format è la miriade di versioni che in diversi paesi sono state trasmesse sugli schermi televisivi: Verliebt in Berlin in Germania, La fea más bella in Messico, I love Betty la fea nelle Filippine, Ugly Betty negli Stati Uniti, e così via. La donna a cui Armando e Mario si riferiscono è precisamente “Beatriz Pinzón”, detta “Betty”. Il dialogo riportato fa parte della 61esima puntata: a questo punto della storia, Armando ha consegnato la totalità della firma a Betty per salvarla dalle banche, che vorrebbero recuperare i crediti di grossi prestiti fatti prima a favore di Ecomoda. Per assicurare il controllo sulla compagnia (che legalmente non è più in loro possesso), Mario suggerisce ad Armando di sedurre Betty, garantendosi la lealtà di colei che detiene a pieno titolo il potere sui 50 milioni di dollari americani che costituiscono il valore della prestigiosa firma. Armando è uno degli uomini più ricchi della Colombia, veste in maniera elegante, frequenta i posti più in voga di Bogotá, parla le più importanti lingue del Vecchio Continente e viene (giustamente) rappresentato da Jorge Enrique Abello, un bell’uomo, o meglio, un papi, come è solito dirsi in America Latina.

Betty invece è brutta, semplicemente brutta, addirittura per definizione, dato il titolo stesso della telenovela, dettaglio che solo i produttori tedeschi hanno omesso (il titolo si traduce letteralmente con “innamorata a Berlino”). Ora, che questa bruttezza abbia più significati oltre a quello specifico dell’apparenza fisica e finisca per rispecchiare invece i sintomi di una società ineguale, polarizzata e intollerante, questo ci sembra un tema forse troppo pesante, per il quale vorremmo rimandare alla lettura di Colombia: fragmented land, divided society (2001) di Frank Safford e Marco Palacios. Concentriamoci invece sul brutto aspetto di Betty. La risposta di Mario non è una banalità: infatti, Stefano Ferrari ha scritto che «lo specchio (…) è ciò che consente la costruzione del nostro Io; inoltre esso ci rassicura sulla stabilità e la costanza della nostra immagine» (Lo specchio dell’Io. Autoritratto e psicologia, 2007). Da copione, lo specchio non può dire a Betty altra cosa che non sia “sei brutta”; quando parla allo specchio, in una di quelle sdolcinate scene introspettive in camera sua, le parole pronunciate dallo specchio sono quelle di una donna “brutta”. Nessuna banalità: Mario sta chiedendo ad Armando di prendere in considerazione il fatto che una racchia può rifiutare un papi per pura consapevolezza, quindi il buon senso può far andare in fumo le loro strategie di controllo della manovra legale! Lo specchio quindi è evidenza di uno stato delle cose.


Certo, lo specchio non è la sola evidenza della bruttezza di Betty, ci sono anche le fotografie. Pensate che la povera Betty, laureata con lode in scienze economiche, si sente persino costretta ad inviare il curriculum vitae senza aggiungervi una foto, quasi conscia del fatto che non basta essere qualificati per il lavoro, bisogna avere anche un minimo senso della buona presenza e (soprattutto) non spaventare in anticipo i potenziali datori di lavoro con una fototessera che nulla avrebbe da dire di diverso da ciò che lo specchio è venuto dicendo finora. Già sembra abbastanza scandaloso il fatto che una laureata capace e vogliosa di lavorare debba andare ad ingrossare la lista dei sotto-impiegati, ma la povera Betty l’ha fatta veramente grossa: una donna brutta che cerca lavoro in una casa di haute couture! Figuriamoci: se Meryl Streep aveva qualcosa da dire sull’aspetto di Anne Hathaway in Il diavolo veste Prada (2006) di David Frankel, a Betty non poteva andare meglio con la questione dello stile (lasciamo stare, infatti, paragoni specificamente fisiognomici). Eppure, gli sceneggiatori colombiani prendono non solo quel tono pungente di disprezzo verso la bruttezza fisica e stilistica: a tratti, i detentori di bellezza e di glamour sembrano abbracciare i luoghi comuni meno deliranti rappresentati in Zoolander (2001) di Ben Stiller (cioè, belle zucche vuote ma non necessariamente assassini telecomandati). Se specchio e fotografia sono evidenza, allora il fatto di non aver allegato evidenza del proprio aspetto fisico è una sorta di battuta a doppio filo; come le forbici del sarto, che in un solo movimento della mano attiva due lame, la satira degli sceneggiatori trasforma una situazione tragica in commedia e atteggiamenti eleganti in affermazioni di superficialità e, quindi, di cattivo gusto.

Situazione tragica? In fondo, stiamo parlando di quelle che gli specialisti definiscono fashion emergencies e del fatto che le persone brutte si azzardano a vivere ignorandole, quando il mondo sembra fatto per persone belle. Atteggiamenti eleganti? In fondo, stiamo parlando di quell’eleganza che solo splende accanto ai non-eleganti: persone incantevoli che partono dalla premessa che il mondo sia popolato da persone brutte in proporzioni schiaccianti rispetto alle persone belle, comunque “accettando la sfida”. La fotografia assente dal curriculum è una sorta di fuga dallo specchio, un tentativo di nascondere la donna che compare davanti ad esso. Ma l’assenza di quella stessa fotografia è anche rassegnazione allo specchio, poiché dallo specchio alla fine non c’è via d’uscita: se non è quello in camera o in bagno, è quello della sala d’attesa, oppure quello di un corridoio; e se non ci sono quelli, ci sono le vetrine o i pavimenti ben puliti; se tutti questi non ci riescono, c’è sempre lo specchio degli occhi degli altri. Betty è consapevole di essere brutta, ha completa certezza del proprio aspetto fisico, e il vedersi specchiata come tale si è trasformato in normalità per lei. Ma, come bene osserva Ferrari, per farsi la fototessera «la situazione è diversa: noi ci dobbiamo mettere in posa senza però poterci vedere, senza poter scegliere l’inquadratura giusta prima dello scatto definitivo. Dobbiamo immaginarci, vederci in anticipo con gli occhi della mente (…) ciò di solito presuppone la presenza di qualcuno che osserva; mentre in questo caso non c’è nessuno tranne noi stessi o, meglio, la nostra immaginazione».


Si diceva prima che il buon senso poteva rovinare i piani di Armando e Mario. Bene, risulta che a questo punto nella telenovela la certezza stessa di ciò che è brutto e ciò che è bello inizia a frantumarsi: Betty, che si era ritrovata ad avere una cotta atroce per il suo capo, Armando, a un certo punto inizia a passare grosse porzioni di episodio scrivendo sul proprio diario e parlandosi allo specchio, nel quale vede sì la stessa Betty di sempre ma questa volta con qualcosa che non va, con qualcosa di perturbante. Una persona che tutta la vita si rispecchia come brutta negli occhi degli altri, di punto in bianco accolta fra le braccia di uno degli uomini più belli e ricchi di Bogotá? Ci deve essere qualcosa che lo specchio e le fototessere nascondono. O forse l’amore, assopito nel profondo della psiche di Betty, può seriamente rimuovere o superare tutte queste barriere sulle quali si erige lo spirito dell’industria della moda? «Nel momento in cui questo contenuto inconscio riaffiora, cambia di segno, e ciò che prima era familiare diventa estraneo e pericoloso, generando un sentimento appunto di perturbante». Mario ha ragione: è facile trovare perturbante tutto questo intreccio di emozioni amorose e controllo delle contingenze, soprattutto se una persona che si percepisce brutta e non-amabile inizia a trovarsi bella in uno specchio molto particolare fra tutti quelli che ci sono (gli occhi di Armando) e in una fototessera molto particolare fra tutte quelle che di Betty ci sono (quella che, per tutto il resto della storia, Armando conserverà nevroticamente con sé). L’amore è quel dato nuovo e perturbante, come del resto lo è in tutte le telenovelas.


Ferdinando Scianna condivide con noi un aneddoto, a pagina 48 del volume recensito: «di fronte a qualche suo ritratto ogni tanto mia moglie mi accusa: "non sai fotografare le donne". Magari ha ragione, eppure ho anche fatto il fotografo di moda, per la miseria, e mi è anche andata piuttosto bene. In realtà, quel che mia moglie vuole dire è che in quelle foto non si trova bella come si aspettava che io la vedessi». Questo tipo di malinteso è moneta corrente nei nostri tempi, quando una questione così delicata come l’identità di ognuno di noi viene maneggiata su oggetti così peculiari come le fotografie: «le fotografie cambiano, e cambiamo noi che le guardiamo, perché quell’istante è sì prelevato dal flusso di tempo in maniera obiettiva, diciamo così, ma è anche il prodotto di un incrocio tra caso e necessità: e questo implica anche chi eri tu, chi era il fotografo, com'era il mondo intorno a voi, nel momento in cui la fotografia è stata scattata» (p. 24). Se le foto in cui veniamo male non sono costrutti sociali, per lo meno lo sono i momenti in cui abbiamo trovato una nostra foto non brutta ma terribile! L’autoritratto fotografico non è soltanto un modo per venire descritti per mezzo della luce, ma anche un modo di scrivere chi siamo con la luce.