INTERVISTA a Tommaso di Carpegna Falconieri

Intervista a Tommaso di Carpegna Falconieri


di Arianna Ricci


J. R. R. Tolkien, Marion Zimmer Bradley, Mary Stewart, Stephen Lawhead, Terry Brooks... A quale tradizione fanno riferimento? E quando si dice “Medioevo”, noi a cosa pensiamo? Lo ha spiegato il Prof. Tommaso di Carpegna Falconieri, docente di Storia Medievale presso l'università degli Studi di Urbino, quando il 27 Novembre 2014 ha tenuto una lezione dal titolo "Medioevo: termine comodo e ingannevole" presso il dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell'Università di Bologna, nell'ambito del corso di Storia della Scienza. Studioso della storia italiana con diverse metodologie, egli si occupa anche di indagare il tema delle testimonianze storiche, soprattutto in relazione ai falsi: a questo proposito, recentemente ha concentrato i suoi interessi sull’uso politico del medioevo nel mondo contemporaneo. Nell'occasione, il prof. Di Carpegna Falconieri ha accetato di rispondere ad alcune domande per Deckard...


1. Medioevo Militante. Perché ha dato questo titolo alla sua opera che parla dei falsi storici relativi al Medioevo?

Il titolo è venuto fuori dopo lunghe riflessioni, chiacchierate e brain storming, mi pare di ricordare, durante uno dei miei interminabili viaggi tra Roma e Urbino. Mi sembra che funzioni bene, sia per la sonorità – è allitterante e ha un buon ritmo – sia perché riassume in due parole il senso del libro, che tratta degli usi delle idee di medioevo nella politica contemporanea, dunque nella «militanza». In più, «militante» ha anche un richiamo medievaleggiante, poiché “miles” era il termine usato per indicare il cavaliere.


2. Nell'introduzione di Medioevo Militante lei scrive: “Una grande distanza corre tra il medioevo indagato nei centri di ricerca e quello che troviamo nei giornali, nei romanzi, nei film e in altri mezzi di comunicazione della nostra società contemporanea. A qualcuno può apparire ancora un'assurdità, ma anche il medioevo mediatico e più o meno inventato è suscettibile di studio e d'interpretazione”. Che cos'è il “Medievalismo” e in cosa consiste lo studio di quest'ultimo?

Il medioevo è un periodo storico, ma allo stesso tempo è anche un luogo mitico e astorico, una sorta di «altrove» spazio-temporale. Gli storici medievisti devono, ovviamente, indagare e ricostruire la storia del medioevo, perché è il loro mestiere; ma non possono fare a meno di comprendere e spiegare anche l’immaginario che di quel periodo si riverbera nel mondo contemporaneo, perché questo immaginario (non importa se completamente inventato oppure no) determina sulle nostre esistenze influssi reali, concreti, cioè «storici». Infatti, e lo scriveva già Marc Bloch quasi cento anni fa, l’immaginario e la realtà non sono entità contrapposte: anche l’immaginario è storia, ed è studiabile con metodo storico. Non solo: spesso gli elementi immaginari (o simbolici) hanno un impatto sulla cultura superiore a quello della cosiddetta «realtà». Si pensi alla cavalleria medievale: la sua storia come istituzione è confinata in alcuni secoli ormai remoti, mentre la ricreazione e la riproposizione della cavalleria come mito e immaginario sono un Leitmotiv di tutta la storia occidentale moderna e contemporanea: dal Don Chisciotte alla mania contemporanea per i Templari. Insomma il medievalismo è proprio questo: è il «sogno» (qualche volta l’incubo) del medioevo. La sua presenza nel mondo di oggi è imponente e il suo studio è una possibile chiave di lettura della società contemporanea e degli indirizzi che essa sta percorrendo. Studiando il medievalismo, gli storici del medioevo fanno anche storia contemporanea: che è quanto, credo, è giusto attendersi da loro.


3. Quali sono le caratteristiche principali dei Medievalismi più popolari oggi?

Di medievalismi ve ne sono di ogni tipo e qualità e vengono studiati soprattutto nel mondo anglosassone (http://medievallyspeaking.blogspot.it). Sono presenti nella cultura popolare, nella letteratura e nel cinema (per es. fantasy), nei giochi di ruolo (si pensi ad Assassin’s Creed), nel turismo, moda, arte, musica, e chi più ne ha più ne metta. Qualsiasi espressione sociale e culturale post-medievale che si serve di temi medievali o avvertiti come tali, è interna al «medievalismo». Il mio campo di studio è però più specifico, perché io mi occupo prevalentemente del medievalismo politico. A prima vista potrebbe sembrare poca cosa, ma non è così. Infatti, molte comunità occidentali usano oggi – cioè soprattutto dalla fine degli anni Ottanta del XX secolo – il contenitore «medioevo» per attestare la propria peculiare identità, sia in chiave di rivendicazione delle proprie origini, sia in chiave di auto-rappresentazione. A vario livello, in una sorta di scala ascendente, questo accade alle comunità/identità cittadine, alle comunità/identità regionali in cerca di una propria affermazione autonomistica; alle comunità/identità nazionali riforgiate in Europa dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino; alla comunità/identità europea; infine alla intera comunità/identità occidentale vista come contrapposta soprattutto a quella islamica, e viceversa. Anche in America il fenomeno è in pieno rigoglio e il «New Medievalism» è una vera e propria categoria interpretativa negli studi delle relazioni internazionali. Dunque per rappresentare ed esprimere la propria appartenenza a un gruppo, il codice di comunicazione prescelto è, spesso, di colore medievale. Il che non è affatto ovvio, scontato o ineludibile, ma può essere spiegato nelle sue ragioni: che è quanto ho cercato di fare nel mio libro. In un altro studio che sta per uscire, invece, mi sono occupato dei miti medievali che furono utilizzati dalla propaganda nel corso della Prima guerra mondiale: san Giorgio, santa Giovanna d’Arco, le idee di barbarie, cavalleria e crociata, ecc. Il periodo oggetto di studio è diverso rispetto a quello del libro (che si occupava del mondo di oggi), ma il tema di fondo resta lo stesso: anche questa volta, ho portato avanti l’esame della riflessione sul medioevo nella sua dimensione di soggetto storico operante, in quanto delle idee sul Medioevo ci servì anche per fare la Grande Guerra e per darle senso.


4. Alcune rappresentazioni del Medioevo sono celebri ed affascinanti, nel momento in cui creano l'immaginario di un grande filone di letteratura. Quando questo tipo di immaginario diventa pericoloso? Qual è il confine tra Fantasy ed errore?

Letteratura (anche fantasy) e storiografia sono due campi indipendenti, uno letterario e l’altro scientifico: in un mondo puramente teorico non hanno nulla a che vedere tra di loro, anche se molte contaminazioni sono possibili. Ne ho scritto abbastanza diffusamente in un mio articolo che si trova anche online (Medioevo quante storie), al quale mi permetto di rimandare.

 

5. Nell'approcciare letteratura non Fantasy, ambientata nel Medioevo e che promette veridicità storica, come distinguere se ci si trova davanti a elementi storiografici effettivi o a semplici stereotipi di Medievalismo?

Normalmente, la strada maestra per distinguere che cosa abbiamo di fronte consiste nel verificare la correttezza del metodo. Mi spiego: se l’autore dichiara apertamente quali sono le sue fonti e le sue letture e consente a chi lo legge di ripercorrere l’analisi da lui seguita – e dunque lo mette in condizione di verificarne le conclusioni – ci troviamo di fronte a un lavoro storiografico degno di questo nome. Le note – che spesso ci viene voglia di saltare – sono pertanto indispensabili, perché sono il luogo in cui un autore esprime il proprio pensiero con onestà, mostrando alla comunità dei suoi lettori non solo il punto di arrivo, ma anche il percorso. Questo non vuol dire, ovviamente, che uno studioso non possa sbagliarsi (perché anche noi, spesso, ci fidiamo dei luoghi comuni, e perché comunque la scrittura storica deve essere, per statuto, passibile di continua correzione) o che qualsiasi opera, purché abbia le note, diventi per questa sola ragione un’opera storiografica. Ma direi che il principio di consentire al lettore di compiere verifiche – cioè, se vogliamo dirlo in un altro modo, di “ripetere l’esperimento” - è la prima garanzia di un lavoro serio. E questo vale,

naturalmente, in tutti i campi. La differenza tra un approccio scientifico e un approccio non scientifico, alla fine, sta tutta qui.


6. “La storia dei Templari sta al Templarismo come la storia Medievale sta al Medievalismo” afferma lei nella conferenza avvenuta a Perugia (San Bevignate), l'1 aprile 2014 : il mito dei Templari costituisce “un caso emblematico di medievalismo contemporaneo”. Quali sono le interpretazioni più diffuse e in cosa peccano di Medievalismo?

Ho parlato di questo tema in un capitolo di Medioevo militante, poi, come indicato, a Perugia – in un luogo colmo di fascino e che fu davvero una chiesa templare – e ora sto per pubblicare un articolo sull’argomento in un libro collettaneo, che qui riassumo in poche frasi. Quando ci si riferisce ai cavalieri templari occorre distinguere due piani che non sono coincidenti. Il primo è il piano istituzionale e attiene alla storia medievale, il secondo, invece, è quello simbolico e attiene alla storia moderna e contemporanea.

L’Ordine del Tempio fu soppresso da Clemente V nel 1312 e i suoi beni furono assegnati ad altri. Non avendo mai alcun pontefice o concilio ricostituito l’Ordine, la sua storia finisce qui. Ben diverso, però, è il discorso che deve essere fatto intorno all’eredità templare intesa sotto il profilo simbolico, che corrisponde a uno dei fenomeni di massa più rilevanti degli ultimi decenni, a tutt’oggi in pieno rigoglio. Questo fenomeno culturale è il «templarismo». Ha una fisionomia difficilmente decifrabile, ma possiede due chiavi di lettura che permettono di aprirne la serratura con metodo storico.

Occorre per prima cosa rigirare il punto di vista con cui affrontiamo la sua storia: non partendo dal medioevo per arrivare fino a noi con un percorso lineare, ma facendo il contrario, risalendo il tempo alla ricerca delle radici di questo mito. Così facendo, ci accorgeremo che le rappresentazioni dei cavalieri templari che ci circondano, dall’esoterismo, ai numerosi ordini oggi presenti nel mondo, fino alle ricostruzioni pseudo storiche e alle trasposizioni letterarie e cinematografiche, non hanno un nesso diretto con la storia medievale, bensì un’origine più recente, corrispondente al XVIII secolo. La seconda chiave storica consiste invece nell’osservare che un gran numero di persone avverte un senso potente di fascino confrontandosi con il mito dei templari. Questo templarismo è riducibile a due tipologie fondamentali, peraltro viventi un continuo processo di interscambio. Si riconosce infatti un templarismo che potremmo definire “politico” e un templarismo “massmediatico”. Il primo è quello presente soprattutto nell’associazionismo cattolico, nell’estrema destra e nella massoneria, mentre il secondo, alimentato anche da sostanziosi interessi di mercato, si nutre di formule dell’immaginario che sono ormai largamente standardizzate e di immediata identificazione, andandosi a costituire come una sorta di luogo comune dell’enigma: vedi Il Codice Da Vinci, le relazioni fantastiche tra templari e santo Graal, il sito di Rennes-le-Château, la cappella di Rosslyn, ecc. Se volete saperne di più, potete leggere il libro di Franco Cardini Templari e Templarismo (Rimini 2005), oppure andarvi a vedere la conferenza a San Bevignate, che è online, oppure aspettare che esca l’articolo che ho scritto.


7. Oltre ai numerosi articoli, alle pubblicazioni, alle voci d'Enciclopedia, lei ha scritto diversi libri per bambini. In Nascondino compare il cane Giorgio alla ricerca di un bambino che non si trova per davvero, in Fiaba di Vento tra i Capelli, una bambina innamorata del vento dell'Ovest, la quale parte alla ricerca di quest'ultimo quando esso cessa di soffiare... Quali messaggi cerca di trasmettere ai più piccoli attraverso le sue storie?

Quando scrivo per i bambini, lo faccio soprattutto per divertimento (mio e, spero, loro): è quello che il mio piccolo grande professore di liceo Giuseppe Gioia ci insegnò a chiamare “die Lust zu fabulieren”, il piacere di raccontare. E dirò di più (questa volta citando Tolkien, del quale condivido questo pensiero): “I cordially dislike allegory”. Dunque i miei personaggi non sono allegorici (ovvero lo sono nella misura in cui qualsiasi personaggio è allegorico della condizione umana). I miei personaggi mi stanno simpatici. Vivono avventure appassionanti, giocano e imparano che ciò

che conta non è solamente la meta che si raggiunge, ma il cammino che si percorre insieme. Che è la vita.