L'IO COME CERVELLO

Patricia S. Churchland

L'IO COME CERVELLO

Milano, Raffaello Cortina Editore, 2014

pp. 307, € 28.00

ISBN 9788860306722

 

di Giancarlo Cinini

ill. Alessandro Spedicato

 

« Wilson stood up and saw the buffalo on his side (...). “Hell of a good bull,” his brain registered automatically» (Ernest Hemingway, The Short Happy Life of Francis Macomber).

Eccovi. Una sfera parte dall’ultimo quarto di un campo d’erba, con traiettoria parabolica. Le vostre orecchie percepiscono migliaia di voci confuse. Sudate molto ma ve ne accorgete solo ora che siete fermi. Molte persone si muovono attorno a voi, a distanze diverse e seguendo traiettorie apparentemente non chiare. La sfera rimbalza e mentre studiate tutto, correte, correte a 25 chilometri orari finché un uomo che riconoscete come amico per i colori della maglia non vi lancia la sfera. Dovrebbe cadere a qualche metro di distanza proprio sul vostro piede e voi questo lo sapete. Toccate la palla e avanzate, osservate, sollevate la gamba destra e la portate indietro, spostate le braccia e il baricentro del corpo intero, non cadete, scagliate la gamba in avanti, guardate lo spazio immaginario sotto il palo e la traversa bianca. Sferzate la palla con il collo del piede e intensità misurabile. Tutti trattengono il fiato.

 

Finisce molto sopra la traversa, la gente ride, fischia e voi siete pervasi da dispiacere e vergogna. Quanta fatica sprecata. Ma la colpa di questa vostra mancata carriera di centrocampista di chi è? Del vostro corpo? Della vostra incapacità di giudicare con precisione centimetrica dove infilare una palla? Dei vostri piedi o della vostra anima pigra che vi ha convinti a non giocare mai? O, se al contrario questa partita l’avete giocata, è davvero andata così? Avete misurato la corsa e dato ordine esplicito alla gamba? Eravate esattamente coscienti di tutto ciò che facevate? Eravate voi o parte del vostro cervello? A queste domande tenta di rispondere “L’io come cervello” di Patricia Churchland, filosofa della mente. Tentativo che la filosofa canadese mette in atto seguendo i risultati di un’altra partita, apparentemente giocata in tutt’altro campo: quello delle neuroscienze, le scienze del cervello.

ill. Alessandro Spedicato
ill. Alessandro Spedicato

«Odio il cervello!» (p. 13), risponde a questo punto uno dei filosofi nel mirino della Churchland. La questione infatti è estremamente seria: possiamo davvero ricondurre problemi come la morale, il libero arbitrio e la coscienza, ai dati e ai fatti offerti dall’inchiesta scientifica? O dobbiamo necessariamente supporre dualismi à la Cartesio o anime metafisiche? Il cervello umano, come ogni altro cervello, si è plasmato nel lento tempo dell’evoluzione biologica. Il suo pardon il nostro modo di percepire e concepire la realtà è frutto di millenni di selezione naturale che ci ha permesso di sopravvivere. Ricordatevi infatti dice il biologo Richard Dawkins che neanche uno dei vostri progenitori morì giovane, neanche uno dei vostri

progenitori non riuscì ad accoppiarsi; molti altri individui morirono giovani e non riuscirono ad accoppiarsi, ma non sono divenuti progenitori. «Ogni singolo essere vivente ha ereditato i geni di un'ininterrotta linea di progenitori di successo» (dal documentario televisivo: Richard Dawkins, The Genius of Charles Darwin, 2008). Voi siete abbastanza sicuri di come vedete e avete esperienza del mondo. Eppure ci sono persone che dopo un incidente possono credere ad esempio che un loro braccio non sia loro: si chiama somatoparafrenia. Oppure più banalmente e più spesso, quando siete su un treno fermo e ne vedete un altro muoversi, avete l’impressione di essere voi in movimento. Esiste perciò un meccanismo, detto copia efferente, che vi dice: questo sono io e quello è il mondo. E il meccanismo alle volte si confonde.


Ci sono ragioni dovute all’adattamento naturale, dunque, che stanno alla base di come il nostro cervello organizza la realtà. Realtà percepita diversa da quella del pipistrello fantasma: l’area uditiva sulla sua corteccia cerebrale è enorme e lui “sente” l’ambiente – forse più o meno come fa il supereroe Daredevil.

Patricia Churchland affronta con buona conoscenza biologica alcuni motivi d’orgoglio dell’umana specie e della sua presunta unicità. La morale non è esclusa. I mammiferi hanno geneticamente sviluppato un sistema di riproduzione strategicamente più utile per la sopravvivenza: pochi cuccioli e da accudire. La tartaruga comune non è d’accordo, depone sulla spiaggia fino a duecento uova e se ne va. Crudele? Se la pensate così è anche perché il vostro cervello è cablato per curare i propri cuccioli ed è sensibile a particolari ormoni: ad esempio oppioidi endogeni (sì, proprio oppioidi) si rilasciano durante la poppata e quando il neonato strilla, la vasopressina garantisce l’apprensione e l’accorrere della madre. Così le cure parentali si estendono dal partner in poi, in vario grado, fino ai membri della specie. Ma non pensiate a geni della bontà o ormoni dell’affetto che diano l’esatta e totale ragione di quello che fate.

 

«La variabilità è sempre presente in biologia» (p. 139): già filogeneticamente può essere notevole la differenza tra individui della stessa specie; ancor di più dunque, le differenze tra di noi e tra le nostre storie sono determinate anche dalla relazione con l’ambiente sociale e dall’apprendimento di comportamenti. La morale non è banalmente l’effetto di un singolo ormone. Ma non possiamo ignorarne la biologia. La Churchland è chiara: «per essere genuinamente morale, un comportamento deve fondarsi unicamente su ragioni consapevolmente riconosciute riguardanti il benessere degli altri» (p. 111). Vale a dire che la morale, benché elaborata, codificata e trasmessa socialmente, poggia su complessi meccanismi biologici da indagare. Meccanismi biologici che in parte possono determinare la nostra aggressività, ad esempio, e la sua antica e stretta relazione con la difesa del territorio e la competizione per il partener. Ma come non esistono ormoni dell’amore, così non esistono molecole della violenza. La natura è ben più complessa.

 

Quale spazio resta al libero arbitrio in un cervello che così ci comanda? Il libero arbitrio è un’illusione? Il fatto che sia l’interazione tra numerose aree del nostro cervello a determinare l’intenzionalità e la volontarietà di quello che

facciamo (insomma quello che comunemente chiamiamo libero arbitrio) non cambia la sostanza di quello che noi proviamo: noi intenzionalmente e volontariamente valutiamo, decidiamo e facciamo. Perché siamo il nostro cervello. E i tic? Ciò che sfugge parzialmente al nostro controllo cosciente, in quale dominio cade? Come possiamo dire di disporre della nostra volontà, se una mutazione genetica o le condizioni ambientali hanno reso la nostra personalità fortemente aggressiva? Dobbiamo forse considerare il libero arbitrio semplicemente come una graduale e variabile capacità di intendere e di volere. « Concetto” è un concetto vago» scriveva Wittgenstein (Osservazioni sui fondamenti della matematica, 1971) e come ricorda l’autrice forzare una precisione non ottenibile «porta spesso solo a una disputa sulle parole» (p. 186). Ma è altrettanto vero che le conseguenze giuridiche del concetto di libero arbitrio possono essere notevoli.

Negli ultimi due capitoli Churchland discute di coscienza e di vita inconscia del nostro cervello. Opponendo i due termini, la filosofa chiarisce subito: inconscio è qui inteso come ciò che può influenzare il nostro comportamento, ma di cui non ci rendiamo conto. Quando parliamo con un interlocutore che ci piace, ci imitiamo reciprocamente e questo è inconscio. È inconscio il controllo che i nostri neuroni esercitano sul battito cardiaco.

 

È inconscio il processo che vi permette di vedere la faccia di vostra moglie come una faccia e non come un cappello (ma può succedere se siete affetti da agnosia). Inoltre vi sono azioni così frequenti e così lungamente apprese che possono sfuggire parzialmente o totalmente dal nostro controllo cosciente. Parlare quando si è arrabbiati e eccitati, suonare a memoria dopo anni di studio. È il caso del nostro calciatore all’inizio. L’abitudine rafforza le risposte neuronali finché l’azione non deve essere più esplicitamente pensata. Un notevole risparmio di energia. Immaginate di dover pensare parola per parola a quello che dite al telefono a un amico mentre cercate di slacciarvi con estrema difficoltà le scarpe. Adesso è semplice, a quattro anni non lo era. Le evidenze suggeriscono che la coscienza non sia localizzata in una precisa area ma che sia multidimensionale e coinvolga regioni strettamente interconnesse. Tra di loro, il talamo centrale sembra svolgere una necessaria funzione di raccordo e difatti i danni al talamo causano gravi problemi alla coscienza. Nella vostra vita sperimentate qualche ora di incoscienza al giorno durante il sonno a onde lunghe, profondo e senza sogni. Non tutto il cervello è necessario all’esperienza cosciente. Sempre di notte, durante la fase REM, quella dei sogni vividi per intenderci, siete coscienti ma la vostra corteccia prefrontale è molto meno attiva e infatti credete a quel che percepite finché non siete svegli. Dunque con il neurologo Baars, Churchland considera la coscienza come uno spazio di lavoro globale e dinamico in cui si integrano segnali incoscienti, informazioni ed esperienze di cui al contrario siete coscienti, attraverso la sincronizzazione di gruppi di neuroni di aree diverse.

 

Esiste coscienza negli altri animali? Diversamente, sì nei mammiferi e in alcuni uccelli. Ma come diversamente? È il grosso limite di questa sezione: non pone in questione approfonditamente, come altrove fa il neurobiologo Edelman, la differenza tra la coscienza del presente (quella animale) e la coscienza di essere coscienti, esclusiva a quanto pare del pensare umano.

Ma questo è infatti il carattere del libro: più che proporre un’ipotesi strutturata o argomentare e ribattere filosoficamente, il tentativo di Patricia Churchland sembra essere una personale (a volte troppo) occasione per esplorare, anche solo toccando e accennando, la vastità di problemi che riguardano biologia e filosofia assieme. E in qualche modo di accettare la complessità del nostro cervello. Cioè, la nostra complessità di homo sapiens.