L’UOMO DI MARTE

Andy Weir

L’UOMO DI MARTE

Roma, Newton Compton Editori, 2014 

pp. 379, € 9,90

ISBN 978 88 541 6938 8 


di Arianna Ricci 


«Spazio. Ultima frontiera...»

Nel 1969 abbiamo mandato un uomo sulla Luna, e dal Novembre del 2000 ne mandiamo periodicamente diversi in orbita a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, ma siamo sempre portati a sognare di «spingerci coraggiosamente là dove nessun uomo è mai giunto prima» ed ecco ciò che ha fatto Andy Weir quando ha scritto L'uomo di Marte, immaginando le vicissitudini dell'astronauta Mark Watney sulla superficie del Pianeta Rosso.

Andy Weir fu assunto come programmatore per un laboratorio nazionale all'età di quindici anni e, da allora, ha lavorato come ingegnere di software. Nella sezione about del suo sito ufficiale, si definisce "un eterno nerd dello spazio" con l'hobby di materie come la fisica relativistica, la meccanica orbitale, e la storia del volo spaziale. L'uomo di Marte è il suo primo romanzo e, come debutto, si può dire che abbia davvero decollato, tanto che Ridley Scott si sta occupando di portarne la trama sul grande schermo, con Matt Damon nel cast.


Sui social network, si leggono commenti come «Gravity incontra Robinson Crusoe» o «McGyver incontra l'Apollo 13», ed è sicuramente vero: Mark Watney, ingegnere e botanico dell'equipaggio di Ares 3 si trova abbandonato su Marte quando la missione viene cancellata dopo solo sei giorni dall'atterraggio a causa di una tempesta di sabbia dalla potenza inaspettata. Per una serie di più che sfortunati eventi, il suo equipaggio è portato a pensarlo morto, e in effetti Mark ci va davvero vicino, ma, in conseguenza ad un insieme di coincidenze ancora più fortuite, sopravvive. Tuttavia, si trova completamente solo. Su Marte. Senza che né la NASA, né il suo equipaggio, né nessun altro essere umano dalla Terra possa mai immaginare che lui è ancora vivo.

«Giornale di bordo: Sol 6


Sono spacciato di brutto. Questa è la mia ponderata valutazione. Spacciato. Sono passati solo sei giorni dall'inizio di quelli che sarebbero dovuti essere i più gloriosi due mesi della mia vita e sono finito in un incubo. [...] Per la cronaca... Non sono morto a Sol 6. Così crede senza dubbio il resto dell'equipaggio e non posso biasimarli.» (pag. 9)


La narrazione consiste in un martellante susseguirsi di eventi e suspense, e fino all'ultima pagina ci si chiede se effettivamente Watney riuscirà a tornare a casa sano e salvo oppure no. Due elementi colpiscono immediatamente i lettori, sopratutto i “nerd dello spazio” come Andy Weir: l'accurata caratterizzazione dei personaggi, specialmente il protagonista, e gli accuratissimi dettagli tecnici (oltre, ovviamente, alle citazioni da Star Trek!).


È più facile definire questo romanzo Scifi, cioè “Fiction Scientifica”, piuttosto che “Fantascienza”, dal momento che nelle reali specifiche tecniche che costellano la narrazione, c'è ben poco di “Fanta-”. All'inizio del romanzo, Watney si trova ad alloggiare nello HAB, il modulo abitale in cui sono presenti i rifornimenti, gli effetti personali degli astronauti e le apparecchiature, mentre i suoi compagni, durante la tempesta di sabbia, sono saliti a bordo del MAV, che sta per Mars Ascent Vehicle, con il quale hanno lasciato Marte ed hanno raggiunto lo shuttle Hermes (nome di un vero Shuttle progettato dall'ESA nel 1987 e mai costruito), per fare rientro sulla Terra.“31,2° Nord, 28,5° Ovest... Acidalia Planitia” (pag. 64) è la posizione dello HAB dove si trova Watney. All'inizio del libro si trova una chiarissima mappa della parte del suolo di Marte in cui si svolge la narrazione: “Acidalia Panitia” dove era il MAV della missione Ares 3, “Chryse Planitia” vicino alla quale Mark Watney trova la vecchia sonda Pathfinder con il rover Sojourner (realmente giunti su Marte nel 1997), “Terra Meridiani”, a sud della quale si trova il rover Opportunity (che raggiunse Marte nel 2005), per il quale Watney è tentato di fare una deviazione nel suo viaggio verso il vero obiettivo: il cratere Schiaparelli e il MAV di Ares 4, la nuova missione che dovrà giungere a Marte, fra qualche anno.


Grazie alla presenza di numerosi satelliti attorno a Marte che permettono allo staff NASA di accorgersi che sulla superficie del pianeta qualcosa si muove, e alle capacità tecniche di Mark nel riparare il sistema di comunicazione con Pathfinder e Sojourner, egli riesce finalmente a mettersi in contatto con la Terra ed un primo tentativo di spedirgli rifornimenti viene fatto con la costruzione in tempo record della sonda Iris, che viene approntata nella Spacecraft Assembly Facility del JPL (Jet Propulsion Laboratory del California Institute of Technology a Pasadena) conosciuta anche come la “stanza pulita”: il luogo di nascita dei più famosi velivoli spaziali nella storia dell'esplorazione marziana, Mariner, Viking, Spirit, Opportunity, Curiosity... E quando Iris fallisce nel suo compito, a causa di alcune imperfezioni tecniche date dalla grande velocità della costruzione, ecco che entra in scena Taiyang Shen. Non si tratta della divinità solare della mitologia Cinese, ma di una sonda già pronta che la Cina decide di cedere agli Stati Uniti per salvare la vita di Mark Watney e assicurarsi la presenza di un astronauta Cinese nell'equipaggio della prossima missione Ares 4.


Il piano che viene elaborato è che il vecchio equipaggio di Mark, a bordo di Hermes, invece di giungere sulla Terra come previsto, intercetti il Taiyang Shen e si diriga di nuovo verso Marte per recuperare Watney, il quale deve giungere in orbita servendosi del MAV di Ares 4. I problemi che si pongono a questo punto sono innumerevoli: Mark deve servirsi dei rover (i veicoli per lo spostamento sulla superficie extraterrestre) da lui stesso modificati per percorrere 1200 km di superficie marziana da Acidalia Planitia a Schiaparelli, mentre Hermes deve operare l'intercettazione ed il cambio di rotta attuando con grande precisione quella che viene definita la “Manovra Rich Purnell”, così chiamata dal nome del geniale e un po' asociale operatore della NASA che ha fatto calcoli notte e giorno dopo averne avuto l'intuizione. Delle operazioni di Watney sulla superficie marziana viene fatto un resoconto più che dettagliato da lui stesso sul suo diario di bordo, con calcoli precisi sul consumo energetico, sulle reazioni chimiche, sullo spostamento dei materiali, etc..., mentre della “Manovra” che deve effettuare Hermes si viene a sapere che:


«Se facessero questa “Manovra Ritch Purnell” [...] comincerebbero ad accelerare già da ora per conservare la loro velocità ed aumentarla. Non intercetterebbero la Terra, ma passerebbero abbastanza vicino a noi da poter usare l'effetto fionda, un assist gravitazionale con cui correggere la rotta. Contemporaneamente, nella stessa finestra, recupererebbero una sonda di rifornimento con provviste supplementari per il prolungamento del viaggio.» (pag. 211-212)


E mentre sulla Terra si discute del suo destino, Watney è impegnato a sopravvivere per suo conto, materialmente e psicologicamente.


«Mi ha preso una noia mortale, così ho deciso di scegliere una canzone tematica! Qualcosa di appropriato.[...] Ci sono un buon numero di ottimi candidati: Life on Mars? di David Bowie, Rocket Man di Elton John, Alone Again (Natually) di Guilbert O'Sullivan. Però alla fine ho scelto Stayin' Alive dei Bee Gees.» (pag. 233).


Mark Watney, da questo punto di vista, non somiglia al protagonista di Castaway, decisamente non è il tipo d'uomo che potrebbe disegnare un volto sopra una roccia marziana e chiamarla “Wilson” pur di non restare solo o, forse, il diario di bordo è il suo “Wilson”. In realtà, è piuttosto sorprendente vedere come anche, e soprattutto, nelle peggiori situazioni di pericolo, Watney non solo mantiene un certo sangue freddo (o racconta di aver avuto un momento di cedimento, ma come fosse qualcosa di già passato), ma dà anche sfogo alla sua ironia ed al suo humor (a Sol 11, fa un'unica annotazione in cui si chiede come stanno andando i Cubs). Tutto ciò acquista un senso quando, verso metà del romanzo, una delle psicologhe della NASA spiega che Watney è stato scelto per essere un membro dell'equipaggio di Ares 3 non soltanto per le sue capacità tecniche, ma anche per la sua predisposizione d'animo all'ottimismo e che la tendenza dell'astronauta è quella di reagire allo stress facendo quante più battute possibili: in pratica, più parole scherzose si leggono, più si viene a sapere che Mark si sente sotto pressione. Dunque il protagonista di L'uomo di Marte non è inverosimile o assente, né prende la propria situazione alla leggera. In realtà, attraverso le sue parole, Andy Weir si permette alcune righe di riflessioni filosofiche, soprattutto legate alla solitudine, al senso di appartenenza o al senso di abbandono, e alla realizzazione del fatto che Mark è il primo uomo ad aver messo piede su quella parte di superficie marziana, il primo ad aver calciato questo o quel sasso, il primo ad aver vissuto su Marte per tanto tempo e, soprattutto, il primo uomo a rischiare di morire su un pianeta che non è la Terra.


Trattandosi di Science Fiction, non possono certo mancare considerazioni sulla scienza e sul suo valore, la più significativa delle quali Andy Weir non fa pronunciare a Mark Watney, ma a Teddy Sanders della NASA nell'incontro con gli esponenti dei programmi spaziali della Cina: «È la dimostrazione che l'amore per la scienza è un sentimento universale in tutte le culture.» (pag. 256).