HOMO COMFORT

Stefano Boni

HOMO COMFORT. Il superamento tecnologico della fatica e le sue conseguenze.

Milano, Elèuthera, 2014

pp. 217, € 14,00

ISBN 9788896904572

 

di Andrea Germani

ill. Davide De Rosa

 

Fino a prova contraria, ogni invenzione partorita dalla prolifica mente dei nostri antenati aveva come scopo quello di migliorare l’esistenza dell’inventore e dei suoi simili. Piuttosto scontata come asserzione, non credo nessuno si sia mai applicato per peggiorare la propria esistenza (fino a prova contraria). Sin dai tempi antichi gli uomini hanno escogitato stratagemmi per vivere una vita dedita alle attività piacevoli rifuggendo quelle gravose e debilitanti. Fra le attività che più hanno tenuto impegnata la nostra specie nei millenni, la ricerca della comodità è quella che maggiormente ha messo in moto le menti umane; senza sembrare riduttivi nei confronti della nostra cara specie, si potrebbe dire che le tappe del progresso scientifico hanno coinciso con la scoperta di metodi, o mezzi, atti ad alleviare la fatica. “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici” potete solamente immaginarvi l’importanza che aveva per un contadino medievale rendere meno gravoso l’estenuante lavoro manuale nei campi. Al fine di comprendere il punto di vista di un uomo o di una donna vissuti nelle curtes, si devono prendere in considerazione le tecniche da loro messe in atto per evitare la fatica. Non solo loro, Stefano Boni nel suo saggio Homo Comfort (Elèuthera, 2014) sostiene che il processo evolutivo di tutta l’umanità sia inscindibile dalle invenzioni all’insegna della comodità: «In questo testo sostengo che la comodità è un tratto negletto ma cruciale per comprendere l’umanità degli ultimi secoli, e in particolare degli ultimi decenni» (p.9).

ill. Davide De Rosa
ill. Davide De Rosa

La nozione di comodità rimanda al latino cum (con) e modus, da essi commodus e commoditas, termini per indicare qualcosa di «conforme alla misura, vantaggioso». L’altro termine maggiormente usato, e abusato, per riferirsi agli agi e alle comodità è comfort, termine fatto proprio dalle lingue nord-europee (si pensi all’inglese comfortable) derivante dal latino cum e fortis, ovvero «rafforzare e, di conseguenza, soccorrere, alleviare il dolore» (p. 30). Riassumendo: l’uomo ha sempre ricercato il comfort nelle azioni che compiva così che esse potessero alleviare il suo dolore e rendere la sua vita più piacevole, o semplicemente più sopportabile. In questa misura si può parlare di qualcosa di vantaggioso, come è stato vantaggioso per noi andare a ricercare l’etimologia del termine per cercare di capirci qualcosa. Stefano Boni nel suo libro ci guida nella ricerca umana del comfort mostrandoci come questa abbia cambiato radicalmente il nostro modo di vivere e vedere il mondo.


Facciamo un salto nel passato: prima gli uomini vivevano in società che Boni definisce ipotecnologiche, società in cui l’attività manuale è necessaria al compimento di qualsiasi lavoro e acquisire competenze specifiche in ogni ambito è fondamentale per vivere in maniera dignitosa. Il riferimento è a quei gruppi sociali in cui anche l’alimentazione «si fonda sulla capacità di riconoscere tuberi, frutti, radici, erbe e di apprendere le abitudini dei vari animali» (p. 35). In tali gruppi si sviluppa «una familiarità con le materie e una profondità conoscitiva dei processi naturali» (p. 35) indispensabili alla sopravvivenza in ambienti che noi, uomini occidentali contemporanei abituati a vivere fra mille agi, definiremmo ostili.

L’uomo ipotecnologico ha competenze di vario tipo che toccano gran parte dei campi del sapere rurale, conoscenze acquisite nei secoli dai nostri antenati, tramandate di padre in figlio, e dimenticate nel giro di una generazione o ridotte a ‘rimedi della nonna’ da applicare solo in assenza di soluzioni proposte da esperti. Sarà questo il motivo per cui, come emerge da un’indagine, la metà degli studenti di alcune scuole superiori di una zona rurale dell’Emilia Romagna non sa quando maturano gli ortaggi più comuni? O, peggio ancora, che un terzo non sappia distinguere un ulivo da un cipresso? (Cfr. 179). Evidentemente oggi c’è bisogno di un agronomo, l’unico specializzato in certe classificazioni tassonomiche, mentre fino a qualche decennio fa era ovvio ai più quale fosse la differenza fra un ulivo e un cipresso (anche quando non era stagione di raccolta delle olive). La conseguenza della perdita di certe informazioni non poteva che essere la scomparsa dei mestieri più antichi: si pensi a un mestiere umile quale quello del fornaio. Per esercitare questa professione bisognava avere conoscenze concernenti la coltivazione del grano, era necessario «saper valutare i diversi tipi di farina, l’utilizzo del lievito o della ‘madre’, lo stato dell’impasto» (p. 181) per non parlare delle proprietà dei diversi tipi di legname, le varie temperature del forno per i differenti tipi di cottura e abilità tattili e olfattive di vario tipo. Oggi le cose sono più semplici, tutti possono acquistare la stessa pagnotta prodotta meccanicamente da una multinazionale che vende il prodotto in supermercati di tutto il mondo.


Negli anni il progresso tecnologico ha permesso al lavoratore di delegare a una macchina il lavoro che prima il padrone delegava ai sottoposti, nel processo di modificazione e sottomissione della natura le competenze sono scomparse con la scomparsa degli ultimi lavoratori che le custodivano gelosamente. «Vengono meccanizzate le tecniche produttive tramite la sostituzione di saperi artigianali con programmi di congegni che lavorano in serie materie prime omogenee» (p. 26). Il metro di misura del grado di civilizzazione di una società è stato il rapporto di quella società con la natura circostante, «il grado di civilizzazione è inversamente proporzionale alla natura rimasta intonsa» (p. 44), più ci evolviamo più la natura scompare, e con essa la conoscenza delle sue leggi. E per questo non siamo in grado di accendere un fuoco se non usando dei fiammiferi, non riusciremmo a sfamarci se non fosse per i supermercati e i ristoranti e abbiamo paura di sporcarci le mani ogni qualvolta c’è di mezzo qualcosa di organico, di sporco, di schifoso. (Sarebbe curioso confrontare il nostro senso di schifo con quello dei nostri bisnonni). La nostra società ha lasciato per strada la capacità stessa di gustare il cibo, persa com’è fra aromi ed esaltatori di sapidità e fatica a riconoscere un oggetto dal solo tatto considerando il tabù sorto attorno a esso. «Toccare ha ormai una connotazione negativa: connota un comportamento infantile, arretrato, rustico, volgare» (p. 64) meglio comportarsi bene, comprare la frutta in vaschetta e aggrapparsi agli «appositi sostegni» in un autobus solo se consigliato dall’azienda di trasporto pubblico, non si sa mai che il mezzo possa offendersi.


Non si può negare il valore delle comodità apportate dal progresso tecnologico: riusciamo a comunicare pur stando a chilometri di distanza, a spostarci da un capo all’altro del mondo in poche ore e a vedere cosa succede in un’altra città seduti davanti al nostro portatile, e queste sono solo alcune delle comodità di cui gode l’homo comfort. Ma a che prezzo tutto ciò? Forse il danno si limita allo stress di doversi arrangiare con mezzi di fortuna se il nostro aereo è bloccato a causa dell’eruzione di un vulcano, un po’ come successe nel 2010 con il vulcano Eyjafjallajökull in Islanda. Poco male, in tal caso daremo un’occhiata a internet con il nostro smartphone, di sicuro saprà darci una soluzione.