IN PRINCIPIO

Maciej Bielawski

IN PRINCIPIO. Racconti sull’origine del mondo

Milano, Garzanti, 2014

pp. 272, € 14,00

ISBN 9788811651017

 

di Paulo Fernando Lévano

ill. Davide De Rosa 


«Sento che mi vengono bene specialmente le storie dove c’è il non essere contrapposto a quel che c’è, il vuoto contrapposto al pieno, o altri motivi di questo genere». (Italo Calvino, 22-12-1965)


La cosa che più stupisce di questa simpatica antologia di miti cosmogonici è la presenza di un ultimo capitolo intitolato Big Bang. Sì, il misterioso evento iniziale che prese il nome dal detrattore più famoso della teoria stessa, l’astronomo inglese Fred Hoyle, lo sconfitto della battaglia cosmologica della seconda metà del XX secolo. Può suonare un po’ contro-intuitivo includere la teoria del Big Bang, sarebbe decisamente più consono annoverarla fra quelle che quotidianamente chiamiamo “conquiste della scienza”, che risolve i misteri dell’universo (o almeno li mette in termini ragionevoli, scientifici), ma quando Hoyle coniò la suddetta denominazione nel 1949 non c’era un inizio “scientifico” per l’universo, così come lo intendiamo oggi.

All’inizio, c’erano solo ipotesi di atomi primordiali e osservazioni di un universo in espansione; poi vennero i cosmologi e le loro assunzioni: «i problemi cosmologici sono sempre legati a qualche assunzione fondamentale», riconosceva Richard Feynman nella dodicesima lezione delle sue lezioni sulla gravitazione universale, tenute al Caltechnell’anno accademico 1962-63, e continuava dicendo che il miglior modo possibile (forse l’unico) per valutare la validità di queste assunzioni fosse «dedurne qualche conseguenza e dopo compararla con le osservazioni». Con i mezzi bellici ormai delineati per entrambi gli schieramenti, la battaglia cosmologica ebbe inizio a colpi di deduzioni teoriche sempre più complicate e rilevamenti dal profondo universo con strumenti sempre più sofisticati.


Hoyle proponeva la teoria dello “stato stazionario”, in cui suggeriva che l’universo non aveva né un principio né una fine; erano proprio le idee di un punto di partenza e di un punto di arrivo che gli risultavano odiose, poiché esse avrebbero inevitabilmente chiamato in causa una Creazione e una teleologia cosmica, che risveglia quei sotterranei brividi apocalittici così tipici nell’immaginario della società di massa, dal film L’invasione degli Ultracorpidi Don Siegl (1956) al furore maya del 2012. Per Hoyle, una Creazione e una teleologia cosmica erano conseguenze indesiderate dell’assunzione di un inizio e una fine del tempo: l’universo deveessere uniforme da sempre e per sempre, avere una regolare “geografia della materia”, prendendo in prestito un’espressione dalle lezioni di Feynman. La nucleosintesi (ovvero la generazione di elementi chimici nei nuclei stellari) da sola poteva garantire l’assunzione che l’universo mantenesse un aspetto costante, ma deduzioni e osservazioni col tempo portarono non al detrimento delle garanzie teoriche di Hoyle ma alla sostituzione della sua assunzione con quella del Big Bang. Una grande esplosione, il conseguente scompiglio cosmico: lo stato stazionario perse gradualmente il suo potere esplicativo fino al colpo di grazia, dato da Ralph Alpher e George Gamow e la loro assunzione di una “nucleosintesi primordiale”, avvenuta appunto nei primissimi minuti di esistenza dell’universo.

illustrazione Davide De Rosa
illustrazione Davide De Rosa

Ci chiediamo ancora: il Big Bangè un mito cosmogonico, allo stesso modo in cui il pollo di Odudua spinse l’acqua via dalla terra? Bielawski riconosce che il Big Bang«è nato all’interno dei laboratori della scienza moderna sotto forma di equazioni. Senza le coordinate e il linguaggio della scienza la teoria del Big Bangrisulterebbe incomprensibile, ma per essere compresa e accettata ben presto ha dovuto farsi racconto» (p. 241). Giustamente abbiamo deciso di chiamarla “battaglia cosmologica” e non “cosmogonica”, quella degli anni Cinquanta. Il mito cosmogonico non scaturisce da laboratori, da calcolatrici, da equazioni: in breve, e a differenza dalla cosmologia “seria”, il mito cosmogonico non poggia su nessuna assunzione fondamentale ma procede piuttosto come il genere a cui si riferiva Italo Calvino, nel principio di questa recensione. Claudio Milanini ha studiato le Cosmicomichee osserva quel particolare intreccio di rigore scientifico e fantasia creatrice, concludendo al riguardo che «la letteratura e la scienza hanno in comune (…) l’attitudine a costruire modelli destinati a essere messi in crisi, un’istanza progettuale non statica ma perennemente in corso di precisazione (…). Distinti rimangono però i procedimenti di cui si avvalgono, a cominciare dai tipi di analogia: mentre lo scienziato riporta analogicamente un fenomeno ignoto a un fenomeno noto, cercando di riassorbire l’anomalia o il rompicapo all’interno del paradigma normale, l’analogia letteraria guarda le cose più familiari con occhio straniante, sorprendendo nel noto un volto inedito e ricreandolo con connotazioni ignote, sommerse dall’usura banalizzante dei modi di vedere abituali» (Calvino & Il Comico, 1994; p. 24).


La linea divisoria fra miti cosmogonici e fantascienza può sembrarci molto debole, ma solo se decidiamo di mantenere la convinzione che la cosmologia moderna è una cosmogonia. “Ragioni a noi ignote”, “meccanismi ancora sconosciuti” sono termini che sono sinceri ed attuali, ma soprattutto indipendenti dal cantastorie che li recita. La storia siamo noi, ma noi siamo una piccolissima e isolatissima manifestazione di storia nell’universo; è precisamente questo che spinge lo scienziato a cantare una storia che sa di apologia delle asserzioni prudenti. Se si tratta di costringere i cantastorie della scienza moderna a cantare canzoni che tutti sappiamo, allora nemmeno loro potranno eludere una caratteristica fondamentale dei miti cosmogonici, per quanto siano decisi a parlare di funzionamento e non di fondazione dell’universo: come scrive Bielawski, «il mondo si presenta all’uomo come bello e luminoso, ma anche come terribile e oscuro; è sperimentato come un luogo accogliente, ma anche come totalmente ostile; può sembrare dotato di una realtà indubitabile e imponente, ma appare anche simile a un sogno» (volume recensito, p. 18). Gli astrofisici Neil de Grasse Tyson e Donald Goldsmith descrivono tutte queste condizioni, ma non sanno dirci nulla sul perché sia così; invece, nel caso delle Cosmicomiche, «l’io-che-narra domina il tempo, si re-immerge con suprema agilità nel suo flusso per farsi ambasciatore d’altre epoche all’interno della nostra epoca» (Milanini, p. 31). Il mito cosmogonico offre una possibilità che allo scienziato è preclusa, ed è quella di vincolare l’andamento del macrocosmo stellare con l’andamento del microcosmo umano: la mediazione di Qfwfq narratore ed eroe cosmico, annienta qualsiasi distanza fra i destini di entrambi l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, permette all’uomo di riconoscere le proprie vicende anche laddove vicende non c’erano ancora. «La scrittura mitologica significa anche rivendicazione di una nuova visione soggettiva della realtà rispetto alla presunta oggettività della scienza (…). Il prima e l’adesso di Qfwfq rappresentano quindi delle categorie relative alla stabilità del processo cosmogonico: (…) il tempo, in quanto tale, è un’astrazione che si riduce nei racconti deduttivi a una unità minima, a un tempo zero. E’, in ogni caso, il tempo del mito» (Roberto Deidier, Le forme del tempo. Miti, fiabe, immagini di Italo Calvino, 2004; p. 83).


Quale cosmogonia per noi? Quello che vogliamo è un eroe cosmico, non un’assunzione fondamentale. Quello che vogliamo è la potenzialità del mito e non le incertezze sincere della scienza. Vogliamo un cantastorie che trovi hic et nuncl’origine del mondo, non qualcuno che ci tartassi con la serietà del proprio approccio verso il passato più passato di tutti. Il genere cosmicomico è l’unica possibilità di avere il mito cosmogonico che ci meritiamo.