SOGGETTI SMARRITI

Davide Carnevali

SOGGETTI SMARRITI. Perché innovazione e giustizia non si incontrano (quasi) mai.

Milano, Franco Angeli, 2010

pp. 312, € 34,00

ISBN 9788856835854

 

di Paulo Fernando Lévano

ill. Davide De Rosa

 

Edoardo D’Elia (il capo redazione di questo sito) mi chiese se fossi stato sicuro di voler recensire Soggetti Smarriti. Il titolo gli aveva suggerito una trattazione più indirizzata verso questioni antropologiche; la copertina inoltre riporta una rappresentazione del Labirinto, quell’infrastruttura mitica che Dedalo, sotto commissione di Minosse, avrebbe costruito per rinchiudere il Minotauro. Ma di sicuro non siamo due persone che giudicano un libro dalla copertina (o dal titolo, in questo caso). Soggetti Smarriti è una raccolta di saggi che passano in rivista gli ultimi vent’anni in materia di telematizzazione della prassi giuridica in Italia. O meglio, i tentativi di telematizzazione della prassi giuridica.

Si tratta di un tema molto specifico ed è proprio questa osservazione che rende abbastanza valida la domanda di Edoardo. Eppure funziona la metafora di due concetti personificati che camminano in un labirinto senza un percorso stabile, senza seguire nessun filo di Arianna. I due concetti, giustizia e tecnologia, saranno in grado di trovarsi mutuamente, prima che il Minotauro li colga alla sprovvista nel loro errare? Carnevali suggerisce da subito chi è il Minotauro, un connubio che sembra mostruoso come il Minotauro vero, in quanto tiene insieme due cose distinte che non possono venire accoppiate: innovazione tecnologica e incompetenza. Ecco che l’impressione antropologica di Edoardo sembra lentamente dileguarsi, allorché questi due termini chiamano sulla scena l’efficienza (o inefficienza) di operatori burocratici addetti alla giustizia, alle prese con computer nuovi, banche dati, multimedia, etc. Conviene però ricordare quanto suggerisce Valerio Pocar: «la rivoluzione informatica (…) non sembra aver posto in crisi, almeno per il momento, lo schema tradizionale del rapporto tra le regole giuridiche e i valori [ma] non è affatto da escludersi che (…) l’abitudine di piegare il pensiero al fin di renderlo compatibile con la struttura logica della macchina (…) porti nel tempo all’alterazione, non solamente del pensiero artistico, ma anche della logica interpretativa delle regole» (Guida al diritto contemporaneo, 2002).

 

Secondo questa lunga citazione, l’avvento del computer nella prassi giuridica trova formidabili resistenze nella persistente incompatibilità fra le maniere degli utenti umani e l’operare dei loro computer ma, come suggerisce Pocar, questa incompatibilità non può persistere a lungo. Dunque, l’impressione antropologica di Edoardo troverebbe dopo tutto un suo riscontro nel volume recensito, a patto di riformulare la questione nei termini seguenti: che cosa accade quando un computer è chiamato a partecipare nell’erogazione del “servizio giustizia” (per usare l’espressione di Giovan Francesco Lanzara nel proprio capitolo, intitolato Innovazione e incompetenza nella giustizia)? Parlare del “servizio giustizia” permette di omologare l’apparato giudiziario di uno Stato con un sistema tecnologico, entro il quale Carnevali & co. trovano un sito strategico di ricerca, ovvero un posto «dove la complessità della rete continua è trattabile ma dove gli aspetti chiave dello sviluppo tecnologico sono abbastanza visibili».

illustrazione di Davide De Rosa
illustrazione di Davide De Rosa

Wiebe Bijker, Thomas Hughes e Trevor Pinch sono andati alla ricerca di questi siti nella loro raccolta, ormai diventata un classico per chiunque voglia approdare seriamente allo studio sociale della tecnologia, The social construction of technological systems(1989); nella sezione dedicata ai siti strategici di ricerca, si parla di importantissime tecnologie che hanno definito il secolo scorso: il missile balistico inter-continentale e il motore a propulsione jetda un lato, l’industria chimico-farmaceutica e gli ultrasuoni dall’altro. In Soggetti Smarriti, si prende di mira un’altra tecnologia fondamentale, il computer, ma Carnevali si riferisce ad esso come artefatto transizionale nel (deludente) contesto di telematizzazione degli uffici giudiziari. Per Carnevali però, il volume di Bijker, Hughes e Pinch si concentra troppo sui privati e sugli artefatti stessi, tralasciando «una valenza cognitiva e di elemento fondante del contesto istituzionale e che al contempo cambia la natura stessa dell’organizzazione, della norma e dell’istituzione» (volume recensito, p. 265). Risulta perciò alquanto particolare che il curatore del volume, chiamando il computer “oggetto di transizione”, citi Donald Winnicott nell’ambito di un tema completamente estraneo alle ricerche del pediatra inglese: conviene sfruttare questa menzione per dare la giusta consistenza alle impressioni che Edoardo ed io avevamo all’inizio. Altrimenti, continuare a parlare di diritto e sviluppo tecnologico finirà per farci parlare di scenari reminiscenti di Dredd – La legge sono io, di Danny Cannon (1995).


«Uno stato intermedio tra l’incapacità e la crescente capacità del bambino di riconoscere ed accettare la realtà» (Gioco e realtà, 2005; p. 21). Così Winnicott descrive i fenomeni transizionali, mettendo in evidenza il carattere illusorio delle prime esperienze che il bambino fa del mondo esterno, esperienze però ancora proiettate nel proprio mondo interno; in questo senso, una distinzione deve considerarsi fra entrare in rapporto con un oggetto esterno da una parte, e dall’altra farne uso. Penso a Linus van Pelt, l’amico più piccolo di Charlie Brown: in un fumetto dove gli adulti non ci sono, il piccolo Linus non si separa mai dalla sua coperta azzurra, ma difficilmente lo si vede usandola effettivamente per coprirsi; piuttosto, verrebbe da dire che essa è per lui una presenza rassicurante (soprattutto considerando che strappargliela via gli provoca disagio e malore). Diciamo che Linus è in rapporto con la sua coperta per spiegarci come mai egli se la porti dietro d’inverno, persino quando è vestito con capi di abbigliamento pesante, e non la usi per coprirsi ulteriormente ma semplicemente per tenergli compagnia e infondergli sicurezza; lasciarlo senza non sarebbe lasciarlo nudo contro il freddo, ma condannarlo alla solitudine e all’incomprensione (sia sua verso il mondo, sia del mondo verso di lui). Dall’esterno però, non siamo partecipi dell’illusione. «Meccanismi proiettivi e identificazioni hanno agito, e il soggetto è svuotato al punto che qualcosa del soggetto si ritrova nell’oggetto, sebbene arricchito dei suoi sentimenti» (op. cit.;p. 141).


Ma gli operatori giudiziari non sono bambini, non vedono i propri computer come giocattoli e sicuramente non hanno bisogno della mamma per fare il proprio lavoro. Come carpire dunque questo “capolino” di Winnicott e la sua nozione di transizione? Lasciamolo dire a Carnevali stesso: «introdurre l’e-justice nei sistemi giudiziari non significa semplicemente introdurre nel sistema informativo una nuova e più sofisticata tecnologia ma modificare la natura stessa delle relazioni e della comunicazione, ridefinire continuamente i confini dell’organizzazione, o meglio, rendersi conto che non vi sono più confini definiti nell’organizzazione» (volume recensito, p. 162). Avevamo detto che non era importante il giocattolo, ma il valore che esso assumeva per il bambino, come questo giocattolo veniva assemblato al mondo interiore del bambino; di conseguenza, così come il bambino non è un ricettore passivo di nuovi oggetti ma vi mette dentro la propria fantasia, l’operatore di un’organizzazione non si limita mai ad acquisire delle nuove competenze ogni volta che si adatta alla comparsa di nuove tecnologie: si tratta piuttosto di un’occasione per ristrutturare e riorientare, occasione durante la quale i nuovi oggetti sono ancora nel vecchio mondo interno della prassi giuridica di fascicoli e archivi passati da un ufficio all’altro. Per dirla con gli autori, il sistema informativo elettronico e digitale entra in un rapporto con l’organizzazione burocratica che amministra la giustizia, ma resta nello spazio transizionale fra vecchio e nuovo come un equivalente funzionale, come semplice trasferimento dell’informazione dal mezzo cartaceo al mezzo elettronico.


A questo punto, Edoardo ed io siamo più che convinti della rilevanza del lavoro dei ricercatori in questo ambito specifico dell’informatica giudiziaria, poiché possiamo trarne un’importantissima lezione: per dirla con Lanzara, «le condizioni per l’adozione del sistema maturano quando gli attori cominciano a scoprire non che il vecchio modo di lavorare è necessariamente sbagliato, ma che ce ne potrebbe essere uno migliore» (p. 46). Abbiamo imparato qualcosa su come si sviluppano le tecnologie dell’informazione all’interno di organizzazioni burocratiche di tipo professionale e su come si verifichino occasioni individuali nello spazio transizionale che va dal mondo senza computer al mondo con computer, operatori che faranno del loro meglio prima che un’innovazione tecnologica possa integrarsi nella prassi di un organizzazione. Abbiamo imparato che, in prima istanza, innovazione e giustizia possono incontrarsi soltanto in queste occasioni individuali, ma alla buona volontà di questi operatori, bravi ad usare i loro computer, deve aggiungersi quella ridefinizione dei confini organizzativi che Carnevali si augura per il futuro, in modo tale da permettere all’apparato burocratico di integrare i nuovi oggetti, di trasformare quell’entrare in rapporto del sistema con l’informatica in uso. Non esiste filo di Arianna in questo labirinto, ma intanto abbiamo Soggetti Smarriti per iniziare a pensare seriamente i motivi per cui la telematizzazione da sola non può bastare a rendere efficiente un servizio per i cittadini: come la coperta del piccolo Linus, ci sono cose «a cui gli attori conferiscono valore, ciò che considerano sacro e intangibile nel proprio lavoro professionale e amministrativo» (p. 25); diversamente dal Giudice Dredd invece, tutte le meraviglie che la tecnologia può offrire alla prassi giuridica non andranno mai a concentrarsi nel potere decisionale di un solo operatore (nemmeno nel caso in cui si tratti dello stesso Sylvester Stallone).