SULL’ORIGINE DELL’ERMENEUTICA DEL SÉ

Michel Foucault

SULL’ORIGINE DELL’ERMENEUTICA DEL SÉ

Napoli, Cronopio, 2012

pp. 114, € 12,50

ISBN 9788889446751

 

di Paulo Fernando Lévano

ill. di Riccardo Santoro


«Per Heidegger, è stato a causa di una crescente ossessione per la techne, come solo mezzo per arrivare alla comprensione degli oggetti, che l’Occidente ha perso contatto con l’Essere. Rovesciamo la questione e chiediamoci: quali tecniche e pratiche costituiscono la concezione occidentale del soggetto, dandogli la sua caratteristica separazione tra verità ed errore, libertà e costrizione? Io penso che sia qui che troveremo la possibilità reale di costruire una storia di ciò che abbiamo fatto e, al tempo stesso, una diagnosi di ciò che siamo». (p. 37)

Quali tecniche permettono al soggetto di dire sé stesso? Sembra che sia proprio questa la domanda che Michel Foucault pone come fulcro delle due conferenze che mf/materiali foucaultiani ha curato per Edizioni Cronopio. Le due lezioni che compongono l’opuscolo, Truth and Subjectivity e Christianity and Confession, vengono presentate sotto il titolo che Foucault avrebbe preferito per l’insieme di esse e seguono un filo rosso di carattere storico: l’origine in questione va ricercata dal filosofo nell’evoluzione delle tecnologie del sé dalla classicità greco-romana all’affermarsi del cristianesimo.


Nell’antichità classica, fra il soggetto ed il proprio confessore si dava quello che Foucault chiama il “gioco di verità”, il confronto fra la verità del discepolo, del suo stato attuale, e la gnome del maestro, l’indicazione vera verso il traguardo (ovvero, la vita in virtù): la verità non deve farsi strada nel soggetto, piuttosto è il soggetto stesso la strada che la verità percorre, è il soggetto colui che, con la propria volontà, porta la verità in atto.

illustrazione di Riccardo Santoro
illustrazione di Riccardo Santoro

Con l’avvento del cristianesimo, la pratica dell’esame di coscienza subisce delle trasformazioni a livello di rapporto soggetto-verità: qualsiasi manifestazione autentica è vietata al sé, il quale viene sacrificato in onore di quelli che il filosofo chiama principi di contemplazione e di obbedienza. Fiorisce e si diffonde così una nuova tecnica di dominio sugli altri, il cosiddetto pastorato. Le origini della figura del pastore, a cui ogni verità è dovuta, vanno rintracciate nell’autorità del confessore nei monasteri. Il sé che si delinea nel monaco è ubbidiente, accetta le irrevocabili indicazioni del confessore verso la strada giusta, ma è anche contemplativo, in quanto risultato di un esame di coscienza minuzioso ed esaustivo (ma minuzioso ed esaustivo soltanto nella misura in cui il confessore percepisca che la confessione attinge alla sincerità che gli è dovuta per obbedienza). Sottomissione alla guida spirituale e contemplazione di un bene che giace in ogni modo fuori dal soggetto stesso, ecco l’origine delle moderne tecnologie che permettono di identificare i soggetti attraverso le loro stesse soggettività.


Queste sono quindi le tecnologie del sé che costituiscono l’oggetto delle lezioni tenute a Berkeley nel novembre del 1980; siamo quindi in quella fase del pensiero foucaultiano in cui a venir messo in discussione è il soggetto moderno, più specificamente la genealogia del sé moderno; è da notare poi che abbiamo anche a che fare con il Foucault antichista e, in effetti, gli autori con cui viene aperto il dialogo sono in particolare Seneca e Cassiano.


Ciò che si cerca di evidenziare in questo dialogo è la differenza fra il sè gnomico degli antichi e il sé gnoseologico dell’occidente cristiano. Il sé del soggetto moderno è tutto qui in nuce: verbalizzato davanti al confessore, estratto dal profondo dell’anima del penitente e interpretato come dato soggettivo nella ricerca della luce divina; il sé di chi si confessa è un esercizio della nullità che costituisce la condizione umana davanti a Dio, ma tale confessione non avrebbe senso senza l’attento ascolto del confessore. Il gioco è diventato completamente asimmetrico rispetto alla sua versione antica e pagana, ora che è il solo confessore colui che è in grado di dare coerenza all’inchiesta-introspezione del monaco penitente e di indicare quelle cose che possono allontanare l’uomo dal nulla e avvicinarlo verso Dio; di conseguenza tutto ciò che il monaco confessa è tutto ciò che il confessore prescrive di abbandonare nel nome della ricerca della verità (che nel monastero non può che essere Dio). Successivamente, la secolarizzazione ci ha visto impegnati nel compensare questa nullità con un sé positivo, un sé quantificabile che operi al margine della grande operazione di salvezza dei tempi dei monaci ma con le stesse tecnologie che da allora predominano: un sé con documenti numerati, con una storia clinica, con una fedina penale.


Dunque, l’Origine dell’ermeneutica del sé propone un’analisi teorica che è allo stesso tempo critica e genealogia del rapporto soggetto-verità. La verità in questione è la verità di un soggetto sottomesso, che deve potersi dire “peccatore” per poi potersi dire “redento”: egli non cerca più la massima del maestro, ma il perdono dei propri peccati; egli non dichiara ciò che adesso lo devia dalla giusta via, ma tutto ciò che lo ha deviato in passato. Si tratterebbe insomma di reindirizzare le tecnologie del sé: dall’ossessione dello sbaglio passato alla valutazione dello sbaglio presente, dal pentimento come consapevolezza della nullità davanti a Dio (e quindi all’autorità) all’autenticità di ciò che il soggetto attualmente è. Mettere in discussione le tecnologie del sé, gli strumenti concettuali con cui ognuno di noi interpreta la propria soggettività, è la svolta in grado di restituire al soggetto moderno la capacità di dire la verità producendola e non subendola, la possibilità di delineare una “filosofia di noi stessi”, fondata sulla nostra capacità di configurare i rapporti che nella nostra società determinano libertà e costrizioni.


Questa messa in discussione ha la forma di un’archeologia di queste tecnologie che permetta di rispondere a domande come “da dove viene l’obbligo di dire il vero su sé stessi” e “come si possono dominare gli individui attraverso questo obbligo”. Lo stesso potere pastorale, esercitato dall’autorità del confessore nei monasteri, si può consolidare unicamente sulla discorsività di soggetti che riconoscono sé stessi come totalmente sottomessi nei confronti di un’autorità superiore, un capo protettore che veglia sulla salvezza di tutti quanti e di ognuno dei soggetti (sul tema del pastorato, è consigliabile consultare il libro di Lorenzo Bernini Le pecore e il pastore. Critica, politica, etica nel pensiero di Michel Foucault; 2008).


Sulla strada che arriva fino a noi dunque si manifesta una nuova razionalità politica, quella del governo delle anime, cioè dei viventi: la società moderna, si suggerisce, può venire concepita come un grande monastero sconsacrato i cui monaci conservano comunque l’abitudine della dovuta obbedienza all’autorità del pastore, che gestisce unilateralmente il gioco della verità. In quest’ottica, sembra naturale che Foucault veda la questione dell’ermeneutica del sé come uno dei maggiori problemi della cultura occidentale: il Leviatano ha conservato il bastone da pastore nella mano sinistra mentre nella mano destra la spada ha sostituito il gesto del perdono, non gli serve più monopolizzare il diritto alla redenzione ora che ha scoperto il potere della coercizione.

 

Lungo la strada che arriva fino a noi, l’autorità ha imparato che conviene di più tipificare la deviazione così da individuarla e punirla anziché aspettare che si verifichi o che il deviato confessi. Su questa strada troviamo allora lo psichiatra francese Leuret (un personaggio ricorrente nell’universo dei riferimenti storici dell’opera foucaultiana): trovare l’insistente riferimento alla sua terapia di indurre per mezzo di getti di acqua fredda il malato che soffre di allucinazioni a dichiarare l’irrealtà delle proprie visioni e ad ammettere la propria follia è un modo per girare il dito nella piaga ed accusare la necessità di congedare le tecnologie del sé e tutto il loro fare.

 

La posta in gioco è questa: possiamo abbandonare l’ermeneutica del sé e staccare il collegamento che essa imponeva fra soggetto e verità, oppure possiamo lasciare che essa continui a scrivere da fuori la verità su noi stessi. Che sia chiaro, se scegliamo di tenerci la confessione come mezzo per conoscere noi stessi, dovremo pure tenerci il confessore (e quindi il pastore), di conseguenza saremo costretti ad accettare le maniere di Leuret e scusarvi finalmente la brutalità, che ci spiegheremo con la mancanza che vi era allora di tecnologie per comprendere il problema: dopo tutto, Leuret non è tenuto a perdonare il proprio paziente, è tenuto a curarlo, solo così può restituirlo alla normalità.


Il sé gnomico degli antichi è manifestazione della propria volontà, è azione; il sé del paziente di Leuret invece è anteriore alla propria azione, è inerme davanti al proprio confessore e al suo discorso. Da dove viene l’obbligo del paziente a confessare la propria verità di folle? «Dal momento in cui per l’uomo la ragione ha cessato di essere un’etica e si è trasformata in una natura» (Id., Malattia mentale e psicologia, 1997; p. 100).


Se la ragione, ovvero il contenuto della gnome, non è un’etica (che sia dell’azione o della volontà), allora la distanza con il sé degli antichi è immensa e la rottura con esso è genealogica: in questo senso, nessun Virgilio più ideale di Michel Foucault per avviare un dialogo con la tarda antichità, con lo scopo di ripercorrere le distanze che portano alle origini dell’odierna ermeneutica del sé.