IL PROFESSOR GRAMSCI E WITTGENSTEIN

Franco Lo Piparo

IL PROFESSOR GRAMSCI E WITTGENSTEIN. Il linguaggio e il potere.

Roma, Donzelli, 2014

pp. 185, € 18.00

ISBN 9788868430573

 

di Paulo Fernando Lévano

ill. di Pietro Boschi


«Le espressioni verbali, nella filosofia gramsciana della praxis, non sono né immagini (Bilder) del mondo (tesi sostenuta nel Tractatus) né manifestazioni di una libera e autonoma attività creatrice (filosofie idealistiche). Sono pratiche che concorrono alla formazione delle composite e complesse praxis che Wittgenstein chiamerà giochi linguistici e forme di vita». (p. 77)


Questo libro ha un protagonista, che non è nessuno dei due giganti della filosofia menzionati nel titolo: si tratta invece di un economista, il torinese Piero Sraffa. L’autore lo propone come “traghettatore” di idee, nel duplice ruolo di Sraffa-Wittgenstein e Sraffa-Gramsci; lungi dall’essere «ipotesi peregrina» (p. 37), sembra più che conveniente seguire l’indagine gramsciano-filologica di un intenditore come Franco Lo Piparo, che ha dimestichezza con il mestiere. (I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista, 2012; L’enigma del quaderno. La caccia ai manoscritti dopo la morte di Gramsci, 2013).

L’opera è divisa in due parti. La prima parte si propone di chiarire un mistero, quello di Sraffa come anello mancante in uno scambio di idee tra il secondo Wittgenstein e il Gramsci prigioniero nelle cliniche laziali. Lo Piparo risolve questo mistero attraverso una brillante indagine dei carteggi e delle vicissitudini che coinvolsero Sraffa dal 1929, l’anno di arrivo di Wittgenstein a Cambridge, al 1935, anno in cui Gramsci, ormai gravemente malato, ricevette le ultime visite di Sraffa nella prigione-clinica. L’economista a Cambridge, assillato dall’irrequieto e ossessivo Herr Schwinckel-Winkel (nomignolo che un altro professore, Bertrand Russell, aveva dato a Wittgenstein, in quegli anni impegnato nelle questioni preliminari alle Richerche), si sarebbe rivolto per qualche dritta sul tema al “Professor Gramsci”, appellativo questo che vuole rimarcare sullo specifico programma di ricerca del carcerato, programma che va oltre la classica figura di pensatore politico che viene associata a Gramsci. La trattazione in simultaneo del concetto di praxis nei pensieri dei due filosofi sarebbe la tesi filologica del libro.

illustrazione di Pietro Boschi
illustrazione di Pietro Boschi

La seconda parte dell’opera mette a confronto le due biografie del titolo e funziona da sottofondo alla tesi filologica di Lo Piparo: due biografie parallele, in quanto Sraffa sarebbe soltanto un testimone (fortunatissimo) della nascente consapevolezza, condivisa parallelamente dal sardo e dall’austriaco, di una necessaria correzione delle pretese filosofiche imperanti all’epoca. La questione è la seguente: le regole del linguaggio si stabiliscono prima o dopo che ne siano stati definiti gli scopi? Ciò che gli uomini dicono va valutato nella misura in cui lo dicono o nella misura in cui ciò che dicono sia riconducibile a certe forme di correttezza? In questo senso, il Gramsci lettore dell’Idealismo e il Wittgenstein lettore del Positivismo Logico posseggono una somiglianza sorprendente: entrambi percepiscono con preoccupazione, nei sistemi filosofici dominanti nei loro rispettivi ambienti, l’assenza della praxis come elemento fondamentale della vita e del pensiero degli uomini. Wittgenstein esamina il linguaggio nel Tractatus e proprio nella conclusione dell’opera chiede di “gettare via la scala” (6.54), la scala con cui ci si è recati sul piano superiore: ciò che è rimasto giù (comprese le proposizioni del Tractatus) non ha più senso, ci resta soltanto il mondo visto dal piano superiore. Bisogna però segnalare che si parla qui di “piano superiore” e “piano inferiore” senza voler minimamente far riferimento a una concezione gerarchica che differenzi il linguaggio corretto da quello sbagliato. Ciò che Wittgenstein ha al di sopra della scala è una prospettiva più ampia sulle cose e su come parliamo di esse, non una prospettiva più corretta.


Gramsci, dal canto suo, fa osservazioni analoghe rivolgendosi a questioni diverse, ma soltanto in apparenza; alcune di queste osservazioni sono rivolte a Benedetto Croce critico d’arte (“Croce the deaf” come suggerisce Fernando Bollino in Modi dell’estetica, mondi dell’arte, 2005); altre sono rivolte a Giovanni Gentile interprete del materialismo storico. Secondo lo studioso sardo, si trattava in entrambi i casi di grossi equivoci. La “sordità” di Croce è criticata nell’occasione di un suo articolo del 1905, Questa tavola rotonda è quadrata: detta in breve, una proposizione come quella che intitola l’articolo in questione «come è impensabile, così è inimmaginabile, (…) assolutamente falsa: falsa nella sfera della coscienza estetica, falsa nella sfera della coscienza logica» (cito dalla rivista La Critica, #3, 1905). Ossia, una tavola rotonda e quadrata allo stesso tempo è tassativamente priva di senso, e la stessa diagnosi verrebbe sia dal logico che dall’estetico; per il logico la proposizione è assurda e non dice niente, per chi si occupa di estetica (e vuole pure dare retta a Croce) la proposizione è squilibrata, poco chiara, esteticamente e spiritualmente decadente: la sua comparsa in un testo sarebbe da ricondurre a quel culto della poesia pura, in cui la parola è priva di qualsiasi corrispondenza con un’emozione umana e diventa per il lettore puro rumore, «suono che, tutt’al più, molce o riempie o titilla l’orecchio» ma non trasmette nessun messaggio vero (la citazione è riportata nel libro di Bollino).


Se si potesse ridurre a una mera questione di gusti, il professor Gramsci avrebbe potuto vedere insomma l’ennesima presa di posizione del Filosofo rispetto allo spirito ed allo stile barocco. Croce suggeriva che questa frase potesse trovare senso soltanto dal punto di vista della grammatica, disciplina che non attinge a nessuna verità ma si limita a disporre delle regole che costituiscono un «complesso di astrazioni e di arbitri, utili alla memoria». Naturalmente, il professore Gramsci, interessato di linguistica e di glottologia, non poteva accettare tale declassamento della grammatica a pura convenzione e utilità; più precisamente, non era accettabile affermare che lo studio delle regole grammaticali fosse lo studio di ciò che talvolta può essere assurdo o decadente. Per il professore, le regole grammaticali hanno valore teorico (e quindi attingono a una verità) proprio perché rispecchiano i modi dell’autore di tale proposizione di porsi davanti ad un pubblico specifico: in altre parole, se dico che questa tavola rotonda è quadrata, non lo faccio per invocare un momento dello Spirito ma per provocare una reazione negli spettatori. Le regole grammaticali (e le torsioni alle quali si prestano) rispecchiano la praxis degli uomini, onde sembrerebbe inadeguato negarle qualsiasi rilevanza teorica.


Come si traduce questa considerazione sulla grammatica nel resto del pensiero gramsciano? Bisogna seguire la praxis. Precisamente, il materialismo storico è la filosofia della praxis, ovvero del fare (come aveva suggerito Antonio Labriola), ma Gentile trasforma la centralità del “fare” in centralità del “pensiero in atto”, la pura attualità del fare che si verifica nell’eterno presente dello Spirito. Ne La filosofia di Marx, Gentile ha interpretato (e scartato) il materialismo storico come un matrimonio impossibile fra Materia e Idea, ma il professore Gramsci mette subito sotto accusa questa operazione idealistica di riduzione della praxis ad attualità e a pensiero puro. Per superare la posizione gentiliana, bisogna seguire la praxis, cioè considerare la materia «come socialmente e storicamente organizzata per la produzione come rapporto umano». (Q 4, 25). Alla filosofia dell’atto puro bisogna sostituire quella dell’atto impuro, della materia che si organizza, della natura che viene trasformata dall’agire degli uomini. 


Senza questa sostituzione, le tavole rotonde e quadrate allo stesso tempo resteranno bandite dal linguaggio dell’artista e dovranno trovare rifugio nel mestiere del grammatico, specialista curatore di non-sensi. Senza questa sostituzione, la materia resterà bandita dal fare puro, resterà informe senza il pensiero che la attui. Le parole del professore carcerato sembrano ispirare il suo inconsapevole ascoltatore di Cambridge, di cui riporto un brevissimo passo tratto dal Blue book: «risulta ingannevole parlare del pensiero come attività della mente. Possiamo dire che pensare è essenzialmente l’attività di operare con segni. Quest’attività è fatta dalla mano qualora i pensieri si dovessero mettere per iscritto; dalla bocca e le laringi qualora pensassimo a voce alta; e qualora si concepisse il pensare come composizioni con segni o immagini, non sono in grado di nominare un agente che pensi». Croce e Gentile, invece, fecero i loro tentativi di dare un nome a questo agente pensante: la mente che fa, lo Spirito che pensa. In uno spirito chiaramente diverso a quello del professore Gramsci e del secondo Wittgenstein.

 

Considerare la praxis allontana diametralmente alcuni pensatori e ravvicina in maniera sorprendente altri, il che rende il libro di Lo Piparo un brillante esercizio di storia della filosofia. Ecco cosa significa essere una forma di vita nel mezzo di un gioco linguistico: al via tutti dobbiamo gettare via le scale e giocare. Su colui che non segue quest’unica regola del gioco, siamo autorizzati a far pesare almeno il sospetto che egli voglia aggiudicarsi la facoltà di decidere quali enunciati abbiano senso e quali no, sembrando inevitabilmente sordo al rumore che fanno gli altri giocatori.