Leopardi e gli errori degli antichi

di Silvia Melia


«Tutti convengono che fa d’uopo rinunziare ai pregiudizi, ma pochi sanno conoscerli, pochissimi sanno liberarsene, e quasi nessuno pensa a recidere il male dalla radice » (Leopardi G., Saggio sopra gli errori popolari degli antichi).


Chi avrebbe mai pensato che nell’antichità ci si astenesse dal mangiare le fave prima di dormire perché queste avrebbero dissuaso la divinità dall’apparire agli uomini in sogno? O che uno starnuto avesse più volte determinato la ritirata dal campo di battaglia, essendo considerato un segno infausto? O ancora che i tuoni e i fulmini producessero funghi, tartufi e addirittura perle?

Queste e molte altre le convinzioni diffuse presso il volgo intorno ai più svariati temi dell’esperienza e dell’immaginazione umana che Giacomo Leopardi passa in rassegna nel suo scritto del 1815, intitolato Saggio sopra gli errori popolari degli antichi. L’idea che diede l’avvio alla stesura dell’opera scaturisce dalla consultazione dei trattati di Bacone e di Sir Brown riguardanti le opinioni comuni al popolo, da cui Leopardi poté ricavare un vasto repertorio di aneddoti e notizie curiose. Nella Prefazione alla sua opera si difende dalle accuse che gli si potrebbero rivolgere, magari da parte di chi potrebbe pensare che abbia copiato o solamente riportato fatti che i due autori avevano già preso in esame molto tempo prima di lui, chiarendo in maniera puntigliosa l’intento dello scritto: trattare delle convinzioni comuni degli antichi per mostrare come molte di esse persistano ancora alla radice delle abitudini e delle opinioni dei moderni.

 

Non è dunque un’opera volta a farsi beffe di quelli che furono gli errori dei nostri antenati Greci e Latini, ma riferendosi a scrittori, filosofi e pensatori dell’antichità Leopardi vuole mostrare come l’educazione al sapere sia fondamentale per non incorrere in giudizi sciocchi e privi di fondamento, che possono mettere in dubbio ipotesi ragionevolmente fondate. L’esplorazione di questo mondo di errori e soprattutto la scoperta della presenza di molti di essi nell’opinione dell’uomo “illuminato”, portano l’autore a riconsiderare i progressi fatti nell’ambito della conoscenza sotto la spinta dell’Illuminismo, secondo cui progresso e libertà si realizzano attraverso il superamento di pregiudizi e luoghi comuni; per Leopardi unico punto fermo e fonte di verità è l’ “amabilissima religione”, spesso erroneamente identificata con la superstizione; di conseguenza sono soprattutto le convinzioni sbagliate riguardanti la metafisica quelle a causare i danni più gravi.

Secondo l’autore, gli errori sono distinti dai pregiudizi: i primi possono opporsi alle idee generalmente accettate, ma sono comuni a pochi; i secondi invece sono durevoli e regnano nelle menti del popolo di generazione in generazione.

 

L’esame comincia dunque dall’idea di Dio, considerato il Bene supremo, e dato che «il male che nasce da un gran bene suol essere grande ancor esso», la superstizione nasce dalla religione e la corrompe; oltre al politeismo viene condannata l’idolatria, intesa come venerazione di immagini per se stesse e non, come nel caso dei Cristiani, di immagini di Santi per ciò che esse rappresentano. Gli errori metafisici, argomenta il Leopardi, scaturirono dal timore provato dai primi uomini nei confronti di un Essere supremo quando, vivendo in un mondo ancora del tutto inesplicato, riconducevano eventi e situazioni sconosciute, spesso sconvolgenti, a una o più divinità.

 

L’infinita curiosità dell’uomo connessa alla volontà di poter prevedere il proprio futuro lo hanno portato, inoltre, a confidare nell’arte della divinazione e a dare importanza alle visioni degli oracoli; l’esito talvolta conforme, almeno in apparenza, a quanto preannunciato da queste ha, come dice lo stesso autore, «menati i popoli in folla a rendere omaggio all’artifizio signore perpetuo degli animi». Largo spazio è dato all’arte della magia e alle innumerevoli potenzialità dei maghi; si tramanda che molti di essi riuscissero a tirare giù dal cielo la Luna, o a farla arrossire, che avessero influenza sugli astri, sul meteo e addirittura sugli dèi. Largamente diffusa era, dunque, la negromanzia vale a dire la capacità di mettersi in contatto con i defunti; curioso il caso di Lattanzio il quale diede credito a tale convinzione poiché in questo modo vedeva confutata la teoria dell’anima mortale, sostenuta in particolare da Democrito ed Epicuro. Parimenti interessante è il fatto che i Tessali, in particolare le donne, venivano considerati abilissimi maghi, idea probabilmente diffusa dai commediografi Menandro e Aristofane che ne fecero oggetto delle loro rappresentazioni.

 

Un lungo capitolo è poi dedicato alla starnuto, intorno al quale sono scaturite idee discordanti: a detta di Omero, Penelope parlando a Ulisse riferisce che il figlio starnutì alla presenza dei Proci, segno di augurio in quanto preannunciava la loro fine; della stessa idea fu Senofonte quando, trovandosi a dover incitare l’esercito a compiere un’impresa particolarmente difficile, udì uno starnuto che venne poi considerato un augurio poiché successivamente fu nominato generale. E che dire della credenza secondo cui il genio di Socrate dipendesse dal suo starnuto o da quello dei suoi interlocutori? Si pensava infatti che se qualcuno o lui stesso starnutisse mentre si accingeva a enunciare le sue argomentazioni, allora ciò era considerato un segno fausto; viceversa, se si udiva uno starnuto mentre stava avvenendo la confutazione, Socrate abbandonava le tesi a sostegno dei suoi ragionamenti.

 

Tuttavia c’era nell’antichità chi aveva già scongiurato questo tipo di pregiudizio, ritenendolo assolutamente falso come il generale ateniese Timoteo il quale, vedendo che le sue navi stavano ritirandosi da una battaglia poiché uno dei marinai aveva starnutito, disse a uno dei suoi soldati: « ti meravigli tu dunque che fra molte migliaia di uomini ve n’abbia uno a cui prudano le nari? ».

 

Si passa poi all’analisi dei terrori notturni, che attanagliano le vulnerabili menti dei bambini e che scaturiscono dalla cattiva educazione impartita dalle balie; queste minacciano il fanciullo con storie di incredibili mostri e di fantasmi, tentando di renderlo obbediente. Ma in questo modo, condanna Leopardi, esse tramandano equivoci e abbattono il coraggio dei ragazzi, anziché aiutarli ad accrescerlo.

 

Ai pregiudizi metafisici seguono quelli fisici, che riguardano la natura; gli antichi filosofi e sapienti si sono posti infinite domande circa i fenomeni del nostro mondo, ma queste conoscenze sono appunto state a disposizione di una minoranza delle antiche società. Così il popolo, affidandosi alle conoscenze provenienti dai sensi, ha avuto modo di creare infiniti miti astronomici intorno alla natura del Sole e dei pianeti, all’immobilità della Terra, al fenomeno delle comete, ma anche di occuparsi dei fenomeni atmosferici tipicamente terrestri, come i terremoti, i venti e i tuoni.

 

Connessi a questo tipo di inesattezze erano i miti riguardanti creature dalle caratteristiche strabilianti, che solo in pochi sostenevano di aver visto ma che molti ritennero realmente esistenti, come i centauri, uomini con le zampe da cavallo, o i ciclopi, con un occhio solo in mezzo alla fronte,i cinocefali, le Linci, uomini e donne dalla vista straordinaria, e la leggendaria fenice, un uccello dalla vita lunga che riusciva a rinascere dalle proprie ceneri.


Questa serie di aneddoti risulta divertente agli occhi di un lettore contemporaneo, partecipe di un inarrestabile processo di sviluppo nell’ambito del sapere, ma non va sottovalutato il fatto che senza la continua ricerca di una spiegazione, anche attraverso la formulazione di teorie spesso ingenue, la conoscenza in genere non avrebbe potuto raggiungere i livelli oggi più avanzati. Il Leopardi nega in tutta l’opera che si possa ricavare una qualche utilità dai pregiudizi, tuttavia è opportuno affermare che il progresso non può prescindere dagli errori, essenziali affinché il grande fenomeno della scoperta non si arresti.

 


BIBLIOGRAFIA

- Leopardi G., Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, a cura di Angiola Ferraris, TORINO: EINAUDI, 2003.

- Bacone F., Cogitata et visa ; De dignitate et augmentis scientiarum libri 2. e 9 (a cura di) Bozzone A., TORINO: G. B. PARAVIA, 1924.

- Sir Browne T., Pseudodoxia Epidemica: or enquiries into very many received tenents and commonly presumed truths, N. EKINS, 1659.