Il buono, il brutto, il cattivo ovvero Camus, Sartre, Onfray

Il buono, il brutto, il cattivo ovvero Camus, Sartre, Onfray

(Commento a L’ordine libertario. Vita filosofica di Albert Camus di Michel Onfray).


di Stefano Scrima


Ora, non ho sottomano i documenti, ma mi fido di Michel Onfray: Jean-Paul Sartre scrisse non una ma ben tre volte sul giornale collaborazionista Comœdia; non evase, come vorrebbe Simone de Beauvoir, dalla sua prigionia tedesca, ma venne liberato ufficialmente grazie all’intervento di Drieu de la Rochelle o ai suoi «buoni e leali servigi della sua animazione culturale nel campo» (p. 208); pensava che il collega Albert Camus sbagliasse nel suo pacifismo radicale e che non comprendesse appieno la delicata situazione internazionale, che quando parlava di filosofia non sapeva bene di cosa stesse parlando e inoltre che non schierandosi coi comunisti e con gli algerini fosse di destra, reazionario e colonialista; era brutto – per questo bastano le foto –, borghese e quindi deprecabile, figlio di Parigi e quindi dell’Inferno.

Beninteso, bel libro quello di Onfray sulla vita filosofica di Camus, davvero, ha il pregio di conferire il giusto valore a una riflessione filosofica di tutto rispetto (e attualissima) e di chiarificare una vicenda biografica spesso fraintesa, adombrata da polemiche di viziata risonanza – perché a parlare, per gli scrittori e i filosofi, dovrebbero essere i loro libri, non quello che l’uno dice dell’altro. [1]

Ma per compiere la sua missione, Onfray deve necessariamente smontare la leggenda di Sartre, il nemico che la storia e i critici diedero a Camus. Tutto ciò senza chiedersi mai del perché in Francia dal 1938 in poi si propagò questa leggenda; o meglio, nella convinzione che gli uomini che vedessero in quell’ometto strabico un punto di riferimento della cultura francese dell’epoca fossero, in sostanza, degli idioti, o dei pazzi, o degli illusi, o semplicemente dei modaioli. [2]

 Può anche essere. Gli uomini sotto pressione (delle ideologie e delle guerre) possono trasformarsi in qualsiasi cosa, soprattutto in folli criminali, figuriamoci se non in comuni idioti. Onfray di Sartre critica lo scollamento tra vita e leggenda, tra vita e opera, sul piano politico soprattutto, nonché il contenuto della sua stessa riflessione politica – estrema, violenta (ma mantenendosi, ipocritamente, a debita distanza dalla violenza concreta, magari sorseggiando un caffè a Saint-Germain-de-Prés). Ed esalta Camus, la sua coerenza tra vita e opera, la sua radicale nonviolenza. Per come ce la racconta Onfray è difficile che Sartre possa risultarci simpatico. Camus invece sembra Cristo. 

Purtroppo, a prescindere dalla sua verità, questo costante confronto – Camus, nonostante si sostenesse (ovvero nonostante Sartre & Co. sostenessero) il contrario, era nel giusto, mentre Sartre, che tutti osannavano per non si sa quale motivo, aveva torto marcio – alla lunga rischia di annoiare. Perlomeno a me annoia. È pur vero che in percentuale, in termini di battute, Onfray parla di Sartre ben poco, ma è anche vero che il confronto tra i due riemerge costantemente, come un refrain, dall’inizio alla fine del libro, sempre per dire la stessa cosa. Non si può certo negare che la polemica con Sartre non influì sul pensiero e sulla vita di Camus. Basta leggere le sue opere. L’algerino inizia a tirare frecciatine all’esistenzialismo fin dai tempi del Mito di Sisifo (1942), e La caduta [3]

 (1956) è probabilmente frutto della frustrazione dovuta al suo isolamento intellettuale perpetrato dalla cricca sartriana. Ma non voglio entrare nel merito della polemica Sartre/Camus, non mi sento all’altezza. Forse perché, come scrittori e filosofi, li amo entrambi, poiché credo che in modi diversi (ma in alcune intuizioni convergenti) ci abbiano fornito spunti di riflessione inestimabili. [4]

 

Ad ogni modo faccio sinceramente fatica a giudicare il loro pensiero e il loro operato sulla base degli elementi che mi fornisce Onfray; a immaginare la difficoltà di un intellettuale, che è prima di tutto un uomo, durante l’occupazione tedesca; a figurarmi un prigioniero che non vede l’ora di tornarsene a casa. E liquidare Sartre come opportunista, ipocrita e bugiardo, oltre che guerrafondaio, filo-collaborazionista e totalitarista, mi pare eccessivo. E pensare a Camus come l’unico uomo sulla Terra che in quel momento avesse ragione mi pare altrettanto eccessivo. Potrei sbagliarmi, in tal caso chiedo ad Albert di perdonare il mio scetticismo. 

Su un’unica cosa mi sento di rivendicare il pensiero camusiano contro l’inspiegabile, forse provocatoria, opposta presa di posizione sartriana: l’abolizione della pena di morte, barbarie sempre e comunque ingiustificabile. 


Ad ogni modo, considerato che al pubblico piace la polemica, e quella tra Sartre e Camus pare non stancare mai, tenterò di sviluppare sinteticamente un’affermazione di Onfray che mi ha particolarmente colpito: «Analizzare la relazione che Sartre ha intrattenuto intellettualmente  e filosoficamente con Camus e prendere in considerazione il fascino dell’uno e la bruttezza dell’altro (come lo stesso autore di Parole ha confessato), non spiegherebbe sicuramente tutto, ma non sarebbe privo d’un certo interesse» (p. 440).

Cosa sta insinuando Onfray? Che Sartre fosse invidioso di Camus? Per la sua bellezza, per la sua scioltezza, per la sua apertura corporea alla vita riverberata in un’accattivante opera letteraria? Mettiamola così. Questo spiegherebbe l’astio di Sartre nei confronti del collega e le sue ragioni per screditarne l’operato. Ma bisognerebbe anzitutto chiedersi perché la gente si schierò con Sartre e non con Camus. Onfray ci dice che è tutta colpa delle umili origini dell’algerino, auto-screditanti in quell’ambiente parigino, borghese, snob e sinistroide che era il fulcro della cultura francofona del Novecento. Dato che la maggioranza degli intellettuali apparteneva a questa schiera il gioco era fatto. Camus è solo contro tutti, crocifisso. 

Ora, concentriamoci sul merito di Camus: bambino povero nato in Algeria, cresciuto con madre sordomuta e analfabeta, che arriva a Parigi e ottiene il premio Nobel per la letteratura a soli 44 anni. Storia incredibile. Onfray ama Camus alla follia perché si rispecchia in lui: anche Onfray viene da una famiglia povera seppur della provincia francese, e anche lui ha avuto successo contro ogni pronostico (pur non trasferendosi a Parigi). Questo basta e avanza perché Michel decreti la vittoria – dato che vuole per forza ci sia una battaglia all’ultimo sangue – di Albert su Sartre, borghese da sempre cresciuto in mezzo a libri e vizi. Addirittura a un certo punto del libro Onfray si fa beffe di una lettera di Sartre indirizzata a Simone de Beauvoir nella quale, a trent’anni suonati, egli racconta che la madre gli passava dei soldi (p. 373). Da questo si giudica un uomo? E soprattutto un uomo che con i suoi scritti e il suo impegno intellettuale è riuscito a guadagnare un sacco di soldi? Qual è il merito di Sartre che Onfray non considera minimamente perché accecato dalla commovente storia del bambino povero che si emancipa ed entra nell’olimpo della letteratura mondiale? Quello di uomo brutto, borghese che odia la borghesia, che grazie al suo talento letterario e alla sua sensibilità riesce a imporsi come intellettuale di primo piano del suo paese, forse una delle figure più carismatiche della Francia di tutti i tempi. 

È merito di Camus essere bello, aitante e avere un’infanzia in spiaggia da rivendicare? Non mi pare. Il suo merito è invece quello di aver cercato di diffondere il suo pensiero meridiano, un pensiero solare, che sostenesse l’uomo nel suo arduo percorso. E, allo stesso modo, non è certo colpa di Sartre essere borghese, brutto e abituato alla nebbia. Ma è sì un suo merito quello di aver cercato di ribellarsi a questa condizione, proponendo anch’egli una possibile via per l’uomo smarrito, e come lui frustrato. L’ha fatto, e di questo parlo in Esistere forte (vedi nota 4).


Sartre e Camus sono due autori che vanno letti e riletti. Soprattutto i loro romanzi (anche se Onfray, per bocca di Camus, sostiene che La nausea sia un romano fallito!), dai quali emergono i loro veri pensieri filosofici e grazie ai quali si può ancora continuare a riflettere sull’assurda e nauseante condizione umana. Da un punto di vista politico Camus è molto più attuale di Sartre (Onfray ce l’ha fatto uscire dalle orecchie), ma da un punto di vista – diciamo così – esistenziale sono entrambi grandi maestri, e alla loro autorità io mi prostro quale umile e disperato allievo.

 

________________

[1] Ecco, Onfray dice che a causa delle polemiche nessuno lesse L’uomo in rivolta di Camus. Ma che      significa? Può essere esclusivamente colpa di Sartre e degli altri intellettuali vicini a lui se          

     nessuno (?) lesse L’uomo in rivolta?

[2] Non può essere stata Simone de Beauvoir, da sola, come vorrebbe Onfray, a costruire la

     “leggenda” di Sartre. Prima ancora della redazione delle sue incriminate memorie, Sartre era

     già diventato leggenda grazie ai suoi scritti. 

[3] Ironia della sorte, La caduta è lo scritto camusiano favorito da Sartre.

[4] È quello che ho provato a raccontare nel mio libro Esistere forte. Ha senso esistere? Camus, Sartre e

     Gide dicono che..., Edizioni del Giardino dei Pensieri, Bologna 2013. In questo caso, nel metodo

     utilizzato, mi sento molto camusiano, ovvero non “scelgo” tra Sartre e Camus, non parteggio, non

     dichiaro vincitori, penso invece che entrambi debbano poter convivere sui nostri scaffali e nelle

     nostre teste per continuare a farci riflettere attraverso le loro opere.