INTERVISTA  a Vallori Rasini

INTERVISTA a Vallori Rasini, autrice del libro L’ECCENTRICO. Filosofia della natura e antropologia in Helmuth Plessner


a cura di Francesco A. Genco


L'uomo è stato a lungo lacerato nelle sue parti dagli studi che lo hanno riguardato. Egli è stato attore nelle vicende della terra, sistema mirabile di organi e tessuti, animale privilegiato, portatore di coscienza, origine di ogni discussione, giudizio e studio; e così è stato sovente studiato, giudicato e discusso. Le scienze della natura e le scienze della coscienza l'hanno smembrato e se lo sono spartito, la parte vinta l'hanno adeguata ai bisogni della disciplina. Ma l'Eccentrico tratta di Helmuth Plessner, e Plessner si è impegnato a parlare dell'uomo nella misura in cui esso è esattamente un uomo. 

Per capire meglio in che senso l’uomo è esattamente un uomo e per approfondire la conoscenza di questo filosofo della natura e antropologo, abbiamo fatto alcune domande all’autrice Vallori Rasini, che ringraziamo per la disponibilità e la cura con cui ha preparato le risposte.


1. Plessner sembra avere la rara capacità di sintetizzare pensieri altamente complessi in frasi dirette e fortemente suggestive. Se dovesse sceglierne una, particolarmente rappresentativa della novità del suo pensiero, quale sceglierebbe?

Naturalmente ci sono molte, anzi moltissime, frasi che potrei indicare come rappresentative del suo pensiero (o come particolarmente felici); ne scelgo una che non è certo tra le più suggestive (Plessner, all’occorrenza, sa essere molto profondamente suggestivo), ma è senza dubbio emblematica del suo atteggiamento e riassuntiva del suo percorso speculativo: “Senza una filosofia dell’uomo, nessuna teoria dell’esperienza umana della vita nelle scienze dello spirito. Senza una filosofia della natura, nessuna filosofia dell’uomo”. Questa specie di sentenza parla di un lungo percorso seguito e di uno ancora da fare (personale ma anche storico-filosofico); e non solo indica lo “stato dell’arte” dal quale un’antropologia filosofica innovativa e seria deve partire, ma dichiara la necessità imprescindibile del recupero di elementi teoretici troppo trascurati dalla filosofia occidentale: la corporeità, la concretezza, la sensibilità del suo principale oggetto d’indagine.



2. Quanto la distinzione Cartesiana tra res cogitans e res extensa è stata una decisione radicale e quanto una presa d'atto di una intuizione ingenua diffusa?


Il dualismo contro il quale si schiera Plessner è definito “cartesiano” per comodità (e in certo senso per convenzione): vero è che Cartesio ne ha offerto una formulazione particolarmente efficace e duratura, ma la sua non è che la versione moderna di una impostazione epistemologica nella considerazione antropologica che affonda le sue radici nelle origini stesse del pensiero occidentale. Questa antichità del dualismo, non meno d’altronde della sua caparbia persistenza, depone senz’altro a favore dell’idea che ne sia all’origine una “intuizione ingenua”; resta il fatto che non potendosene ottenere attestazioni di sorta, il dualismo sostanziale rimane una assunzione metafisica. Un “dualismo dimensionale” – se così vogliamo chiamarlo – per la vita dell’uomo e la sua esperienza è invece secondo Plessner un dato di fatto incontestabile e da spiegare: per questo il concetto di “doppelaspectivität” (duplicità d’aspetto) sarà integrato in quello di posizionalità organica e infine in quello di eccentricità umana.  



3. Plessner è veramente riuscito a liberarsi dalla questione sull'essere nella sua ricerca dell'uomo? Si può parlare di cosa significhi essere un uomo all'interno di un certa tradizione filosofica senza assumere, consapevolmente o meno, una posizione riguardo al significato di «essere».


Un presupposto fermamente antimetafisico impedisce a Plessner anche solo di usare il termine “ontologia”, benché, a ben guardare e con le dovute precisazioni, usarlo con riferimento alla “teoria della posizionalità” non sarebbe del tutto fuori luogo. A Plessner comunque non interessa la questione dell’essere in quanto essere; e quando si interroga sull’“essere dell’uomo” ha di mira il modo in cui questo ente si distingue dal resto dei viventi (una questione che si colloca all’interno di quella più generale di come i corpi viventi si distinguano dai non viventi). Non è dunque tanto l’“essere” che lo interessa, quanto piuttosto il “darsi”. Non è un caso che dichiari il suo grande interesse per la fenomenologia ma non accetti di abbracciarne interamente i presupposti metodologico-teoretici, decidendo invece di affidarsi a una deduzione aprioristica di modali in qualche modo “verificabili” empiricamente. Per questo è forse più corretto dire che a Plessner interessa la “natura dell’uomo”, intendendo con “natura” le possibilità concesse a un certo corpo per via del suo speciale rapporto con l’esterno e con se stesso. Insomma, Plessner parte da un dato di fatto (l’uomo, l’animale, il vivente ecc.), e più che chiedersi “cos’è?” (o meglio ancora “è?”) si chiede: “come mai è così?”. 


4. Se è vero che l'uomo fa ciò che è, la natura umana è una questione di prassi? È contingente? L'iniziativa e le capacità del singolo influiscono sulla sua umanità?


Se è vero che per Plessner l’uomo “fa ciò che è”, è contemporaneamente vero che l’uomo “è ciò che fa”, proprio perché solo nel continuo tentativo di trovare se stesso in una quiete che tuttavia gli è costitutivamente impossibile (sia sul piano ontico-individuale, sia su quello storico), l’uomo ottiene le determinazioni (mutevoli) che definiscono il suo “essere”. La sua natura è inevitabilmente transitoria, e il concetto di “eccentricità posizionale” ha esattamente la funzione di indicatore dell’instabile stabilità di questo ente. Per questo le ossimoriche “leggi antropologiche” (ma prima ancora i modali organici stessi) esprimo un (apparente) paradosso, sempre vero, sempre vivo: l’uomo, come ogni vivente, diviene e il suo divenire – a seconda della direzione e della intensità – determina la sua “essenza”. Sì, potremmo dire che nel suo farsi l’umanità dell’uomo plessneriano è “contingente”; di questa contingenza fa comunque parte l’essere morale (un dato di fatto), e proprio con il suo atteggiamento morale l’uomo deve fare i conti.


5. Qual è il vero ruolo delle scienze empiriche nel pensiero di Plessner? Come possono la scienza e l’antropologia filosofica convivere e interagire senza che il loro rapporto sia esclusivamente di tolleranza?


Plessner non solo riconosce grande valore alle scienze, ma ne ha una profonda e reiterata reverenza. La sua vita di studioso e la sua carriera di filosofo sono costellate di scambi col mondo scientifico e di esperienze di laboratorio. Tra filosofia e scienza il rapporto è (dovrebbe essere) di reciproca, onesta e collaborativa informazione: la scienza adotta un metodo preciso e per lo più ottiene buoni risultati, ma settoriali e slegati da un contesto più ampio e comprensivo; la filosofia, capace di produrre immagini unitarie e comprensive, rischia invece di percorrere vie che si allontanano dalla concretezza del suo vero obiettivo – l’uomo – e ha dunque bisogno di puntelli e sollecitazioni. La collaborazione tra scienza e filosofia è assolutamente essenziale. Per questo Plessner non si affida mai a un unico metodo di ricerca e auspica l’elaborazione di una antropologia che sappia anche “capire” l’uomo (nella sua evoluzione) e non solo determinarlo (giudicarlo), quasi fosse un reperto archeologico.


6. Plessner offre una chiarissima descrizione del rapporto tra filosofia e scienza e delle differenze tra i loro metodi. Lei crede che la sua visione comporti la prevalenza di una sull'altra?


Come dicevo, no: non c’è prevalenza dell’una sull’altra, perché non c’è concorrenza. Secondo Plessner deve esserci collaborazione: una collaborazione proficua e onesta. Lo scopo, per scienza e filosofia, è il medesimo: capire e rendere noto. L’uso di metodi diversi – mirabile prodotto dell’eccentricità umana – non può che giovare. Detto questo, la filosofia ha la propria funzione, diversa rispetto alla scienza perché diverso è il suo ruolo. La filosofia deve coordinare, connettere giustificare: un compito assai difficile, anche perché su di esso si concentrano tutti gli obiettivi critici.