DA ANIMALI A DÈI

Yuval Noah Harari

DA ANIMALI A DÈI. Breve storia dell’umanità.

Milano: Bompiani, 2014.

pp. 531, € 22.00

ISBN (cartaceo) 9788845275906

ISBN (E-book)   9788858766811

 

di Elisa Baioni

 

Se qualcuno vi chiedesse cos’ha di peculiare l’uomo rispetto agli altri esseri viventi, voi cosa rispondereste? È un cervello incredibilmente grande a renderci speciali? Il genoma? Mani con cui compiere operazioni di straordinaria complessità? La capacità di costruire utensili, di maneggiare il fuoco? È la postura eretta? Il linguaggio? Una struttura sociale articolata? Secondo Yuval Noah Harari, docente di Storia del Mondo alla Hebrew University di Gerusalemme, una risposta più che valida potrebbe essere la Storia. In che senso?

Quando i Sapiens comparvero in Africa, circa 200.000 anni fa, un cervello di dimensioni mai viste prima, una struttura scheletrica e muscolare adatta a camminare su due gambe per lunghi periodi, una notevole mobilità delle dita, l’uso del fuoco o di altri strumenti rudimentali, erano già caratteristiche comuni alle numerose specie di uomini che da diversi millenni popolavano la Terra. Eppure, gli umani di allora rimanevano animali piuttosto insignificanti, e i Sapiens non sembravano distinguersi per eccellenza. Le cose cambiarono 70.000 anni fa.

 

Non ci è dato sapere che cosa causò il mutamento, né è facile comprendere tutti i passaggi che occorsero a trasformare ingredienti antichi in una nuova ricetta del successo. La teoria più accreditata prevede che accidentali variazioni del genoma comportarono una modifica del cervello. Questa rivoluzione, detta cognitiva, fornì i Sapiens di uno strumento davvero speciale: un linguaggio estremamente duttile, capace tanto di introiettare e comunicare grandi quantità di informazioni circa l’ambiente e i legami interni ai gruppi, quanto di descrivere “realtà immaginate” trascendenti l’esperienza diretta. Leggende, miti, dèi, religioni, così come le prime forme di commercio, di stratificazione sociale e di creazione di oggetti artistici comparvero per la prima volta con la rivoluzione cognitiva. In poche parole, 70.000 anni fa si posero le basi per lo sviluppo di quelle che noi, oggi, chiamiamo culture.

 

Per Harari le culture appartengono alla categoria degli ordini immaginati, ovvero fenomeni intersoggettivi che si esplicano in modelli comportamentali, organizzazioni sociali, manufatti, forme di sapere e di approccio alla realtà esterna, credi e riti religiosi, correnti filosofiche, ma anche ideali, modi di pensare e desideri dei singoli soggetti, che si perpetuano nel tempo attraverso l’educazione di nuove generazioni.

La loro forza consiste nel plasmare inconsapevolmente le persone e nell’adattarsi alle esigenze di esse; il successo alla loro capacità di innovazione del comportamento sociale. Attraverso questo gigantesco sistema a feedback pervasivo tanto del mondo materiale quanto della sfera interiore, «l’Homo sapiens imparò a rivedere il suo comportamento con rapidità, conformandosi al mutare delle necessità. Ciò aprì una corsia veloce per l’evoluzione culturale, che bypassava gli ingorghi dell’evoluzione genetica. Percorrendo questa corsia veloce, l’Homo sapiens presto distanziò sempre più marcatamente tutte le altre specie umane e animali, proprio nella capacità di cooperare» (p.47).

 

La comparsa delle culture consentì, quindi, un vero e proprio salto qualitativo: la storia umana si rese indipendente dalla biologia. I Sapiens non dovettero più metabolizzare nuovi modelli sociali o nuove forme di tecnologia, che nelle altre specie erano «esito non tanto di iniziative culturali, ma di mutazione genetiche e di esigenze ambientali» (p.47). Allo stesso tempo, per capire il loro comportamento e l’evolversi delle loro azioni, non bastò più comprendere la chimica interna ai loro corpi né quella che regola le relazioni sociali, ma si dovette studiare anche l’interazione tra idee, immagini e fantasie.

 

Ecco perché, nelle cinquecentotrenta pagine di Animali e dèi: breve storia dell’umanità, biologia, politica, antropologia, storia, economia si intrecciano indissolubilmente. Harari vuole delinare su quale ordito si sia andata intrecciando la nostra esistenza confusa di fili e di forme, e lo fa con passione, con curiosità e una buona dose di ironia, sempre fedele al motto per cui «Fare riferimento soltanto ai nostri vincoli biologici sarebbe come se un radiocronista che segue la Coppa del Mondo di calcio facesse ai suoi ascoltatori una dettagliata descrizione del campo di gioco invece di raccontare cosa stanno facendo i giocatori» (p. 54), ma consapevole che, senza quel campo di gioco, quella Coppa del Mondo non si sarebbe mai potuta disputare.