PAOLO ROSSI, UN MAESTRO

A.A. V.V.

PAOLO ROSSI, UN MAESTRO.

Pisa, Edizioni della Normale, 2013

pp. 101, € 12.00

ISBN 9788876424601

 

di Paulo Fernando Lévano


La giornata di studio del 20 ottobre 2012, organizzata dal Centro di Filosofia della Scuola Normale Superiore e dall’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento e tenutasi a Firenze negli ambienti di Palazzo Strozzi, è stata dedicata alla memoria di Paolo Rossi, deceduto il 14 gennaio di quello stesso anno; gli atti del convegno compongono questo volumetto, filosofico soltanto nella misura in cui si fa riferimento alla specifica opera di Rossi: altrimenti, la raccolta può far venire in mente il Pensatoio di Harry Potter, un serbatoio di ricordi in cui Michele Ciliberto, Stefano Poggi, Walter Tega, Andrea Battistini, Fulvio Tessitore e Pietro Rossi hanno depositato i loro contributi sotto forma di episodi che videro lo studioso urbinate esprimere le proprie idee sui rapporti che uniscono storia e filosofia. Procediamo a ritroso e cerchiamo di capire come in questa raccolta, attraverso un’opera lunga una vita, ci venga tramandata la più importante lezione di Rossi, con le parole del prof. Tega: la storicità come trincea.

Michele Ciliberto (Giordano Bruno. Il teatro della vita; 2007) vi deposita il primo seppure breve ricordo di un personaggio internazionale; nel 2009 a Rossi viene concesso uno dei quattro premi della Fondazione Internazionale Balzan per i suoi contributi alla disciplina della storia della scienza, fra i quali Ciliberto ne menziona uno solo, più che sufficiente: Clavis universalis. Arti della memoria e logica combinatoria da Lullo a Leibniz (1960), opera fondamentale il cui quarto capitolo, dedicato a Giordano Bruno, avrebbe avuto successivamente un impatto decisivo su Frances Yates (The Art of Memory, 1966).

Sulla differenza fra “mondo dei maghi” e “mondo dei moderni” è imperniato il ricordo di Stefano Poggi (L’io dei filosofi e l’io dei narratori. Da Goethe a Proust; 2012), un breve profilo di Rossi che mette in primo piano la questione della temporalità, o meglio, delle temporalità che si sono susseguite col progredire del patrimonio scientifico dei moderni: se la storia ha un movimento, di esso si può dire soltanto che sia andato avanti, e questo vale tanto per il nostro oggi quanto per ogni oggi del passato; il Rossi di Poggi quindi è quello che, dagli anni Ottanta in poi, fa propria la bandiera della storia della scienza, nel nome di una disciplina che entrava con ritardo in un Novecento italiano che aveva visto i propri intellettuali fino ad allora impegnati in tutt’altro. Perché la storia della scienza allora? Tutto ciò che di “distacco” possa portare con sé una rivoluzione scientifica splende di più davanti agli occhi dello storico se viene visto come “distacco/diverso da ciò che c’era prima”, non come “distacco/simile a ciò che abbiamo noi adesso”: i sistemi filosofici vanno studiati nel contesto (scientifico) in cui emergono, non nei contesti che preannunciano.

Walter Tega (Arbor scientiarum. Enciclopedie e sistemi in Francia da Diderot a Comte; 1984) va ad attingere nel Pensatoio verso gli anni Settanta, per trovare Rossi in dialogo con Alexander Koyré e Thomas Kuhn sul tema della rivoluzione scientifica, preferendo la lettura del secondo all’“internalismo” del primo. Il criterio storiografico del francese è platonista e matematizzante (leggasi “di matrice cartesiana”), quindi la storia della scienza che scrive è la storia di una precisa metafisica entro la quale lo scienziato svolge il proprio mestiere, squisitamente mentale. Lontano dall’abbracciare invece la tesi esternalista di Boris Hessen, l’urbinate trovava un’interpretazione più consona alla propria indagine storica nel Kuhn de La tensione essenziale, che mette in evidenza l’importanza del barone di Verulamio come punto d’incontro dei maghi con il mestiere tecnico, con l’esperimento e l’induzione.

Andrea Battistini (Vico tra antichi e moderni; 2004) ricorda il conferimento della laurea honoris causa in Scienze Filosofiche per conto dell’Università di Bologna, nel 2006, occasione in cui Rossi mette in chiaro quel «principio deontologico a cui si è sempre attenuto» (p. 65) di restare perennemente consapevole del fatto che, in materia di storiografia, l’alternativa che deve suscitare più riserve è sempre quella di prendere la strada prestabilita in cui il passato serve solo a spiegare il presente; è deontologia professionale quella che spinge Rossi storico della filosofia a preferire, al Vico “precursore di filosofie”, il Vico “storico” di Fausto Nicolini: l’autore della Scienza Nuova non è isolato perché originale (come avrebbe voluto uno dei suoi “eredi”, il critico-filosofo Benedetto Croce), ma per il fatto di svolgere le proprie riflessioni in un panorama intellettuale isolato come quello italiano all’epoca, in cui i testi degli oltralpini a mala pena circolavano, sotto l’attento sguardo della censura pontificia (su questo tema, è doveroso rimandare al bellissimo libro di Gustavo Costa, Vico e l’Europa. Contro la “boria delle nazioni”; 1996).


Fulvio Tessitore (Interpretazione dello storicismo; 2006) trova Rossi spettatore dell’effervescenza sessantottina, deciso a non ridurre il rapporto storia-filosofia a semplice identità. Un programma si delineava e diventava la cifra caratteristica del modo in cui l’urbinate avrebbe praticato ed insegnato la storiografia della filosofia. Per scrivere la storia della filosofia, che “modernità” e “crisi” non appaiano quali strutture fisse attorno alle quali le idee mutevoli degli uomini debbano venire accomodate; Tessitore ci rammenta infatti che il Rossi di Storia e filosofia (1968) si mostrava diffidente verso i “pasticci” concettuali che vedevano nel presente il passato di un futuro profetizzato dallo spirito di sistema. Se le idee vanno colte dallo storico nella loro mutevolezza, ogni aspirazione a cogliere un oggetto unico, un “essenziale” dietro a tutto il divenire per mezzo di questo mestiere è futile: insomma, se lo storicismo è la soluzione, deve essere depurato da questi traguardi idealistici.

L’ultimo chiamato a passare davanti al Pensatoio ci consegna forse l’immagine più emotiva del grande studioso. Pietro Rossi (Il senso della storia. Dal Settecento al Duemila; 2012) ci fa ritrovare un giovane Paolo Rossi immerso nell’ambiente intellettuale milanese degli anni Cinquanta, portando la lezione di Eugenio Garin a misurarsi con la lezione di Antonio Banfi. Il carteggio che Pietro condivide con noi è il ricordo più vecchio del Pensatoio, quello in cui Paolo esordisce nel dopoguerra filosofico italiano, consapevole da lì in poi della «paura maledetta» (p. 99) dei vecchi esponenti della linea neoidealistica. I sistemi dei quali possono soltanto offrire una sterile e ripetitiva guerra di logoramento contro la trincea che Paolo Rossi (insieme a Luciano Anceschi, Giulio Preti, Ludovico Geymonat) ha scavato per noi: la storicità, il fatto che le strutture ideali sono fatte di uomini e delle loro pratiche.