INTERVISTA a Danila Comastri Montanari

di Arianna Ricci

Dopo la recensione del suo ultimo romanzo, Pallida Mors, ecco l'intervista a Danila Comastri Montanari, autrice del ciclo di diciassette romanzi gialli che vedono come protagonista Publio Aurelio Stazio, senatore e, suo malgrado, investigatore nell'antica Roma dell'impero di Claudio. Un ringraziamento è dovuto all'autrice, che ha gentilmente soddisfatto una serie di curiosità da lettori, rispondendo ad alcune domande...

1. Tu hai scritto Giallo antico - Come si scrive un poliziesco storico, un vero e proprio manuale che introduce al genere del giallo storico ed al suo mondo, ma tu personalmente come procedi nelle ricerche e nella costruzione dei tuoi romanzi?
I miei romanzi possono nascere da un luogo suggestivo, da un episodio capitato a me personalmente, da una vicenda di un libro o di un film rimastami in memoria, oppure semplicemente da un vagabondare dell'immaginazione in cui tutti questi elementi si mescolano. Poi, è ovvio, viene la documentazione, che attinge prima di tutto ai classici (chi altri potrebbe descrivere veristicamente il passato, se non chi nel passato ci viveva?) alla storia materiale, quella degli oggetti per intenderci e quindi all'archeologia, poi alla storia delle mentalità: altro infatti è il significato della parola "amore" in Catullo, altro in Dante, altro nell'Ortis, altro ancora in Delly o Barbara Cartland. Idem con altri concetti chiave quali "onore" "virtù" "morte" "gloria". Di tutto ciò devo tenere conto.

2. Publio Aurelio è famoso a Roma per aver risolto brillantemente diversi misteri, tuttavia il tempo dell'impero di Claudio è molto lontano dal momento in cui la criminologia comincia a farsi strada come vera e propria disciplina, e a Roma non esiste un consulting detective di mestiere. Qual è dunque il tuo rapporto col metodo investigativo?
E' evidente dai miei libri come io ami il poliziesco procedurale, soprattutto quello che vede impegnati nella caccia all'assassino anche i ritrovati più avvenieristici a disposizione della squadra scientifica. Alcune delle tecniche oggi in uso, tuttavia, sono compatibili con i costumi e le conoscenze degli antichi: così l'esame minuzioso del cadavere, così le autopsie, così il supporto di mezzi tecnici all'epoca esistenti, quali gemme intagliate per ingrandire o lenti disposte a tale scopo. Così alcune intuizioni attribuite a Publio Aurelio, - quali le leggi dell'ereditarietà di Mendel, tirate in ballo quando il senatore afferma di non aver mai visto nessuno con gli occhi neri figlio di due genitori con gli occhi azzurri, o l'esame delle impronte lasciate dalle circonvoluzioni del polpastrello - che a volte lo aiutano a risolvere il caso criminale. Ovviamente il gioco più divertente consiste nel non passare mai il limite, ovvero non cedere alla tentazione di inserire nella trama qualcosa di storicamente non verosimile

3. Come riesci a bilanciare le fonti storiche e la finzione narrativa? Quanta importanza pensi che abbia la veridicità storica rispetto alla finzione narrativa, sia in quanto scrittrice, sia in quanto lettrice?
Io faccio di tutto per scrivere in maniera serissima romanzi poco seri. Ovvero faccio di tutto per trattare la Grande Storia con nonchalante disinvoltura, senza tuttavia violare mai i metodi, le supposizioni, le conclusioni degli studi corretti e approfonditi. La veridicità storica ai miei occhi è molto importante, infatti è difficile prendermi in castagna (ci provano, ci provano...) con un anacronismo, un'assurdità temporale, un errore eclatante. Ma se un giorno fossi costretta a scegliere tra la veridicità storica e una scena veramente efficace - cosa che non mi è ancora accaduta - privilegerei di sicuro quest'ultima. Sono innanzitutto una narratrice, quindi davanti a Wallace che galoppa tinto di blu e vestito in kilt, sebbene sappia che gli scozzesi non si tingevano di blu da
cinque secoli e il kilt sarebbe stato inventato soltanto cinque secoli dopo, affermo che quella scena di Braveheart andava fatta esattamente come è stata fatta, e pazienza se gli storici si strappano i capelli.

4. Nei tuoi romanzi, il paradigma della coppia investigativa è superato: di solito, si trova un duo che segue la regola del “gli opposti si attraggono” (Sherlock Holmes/Watson, Nero Wolfe/Archie Goodwin), mentre Publio Aurelio e Castore sono entrambi geniali, entrambi trasgressori, e spesso conducono indagini parallele che si riuniscono successivamente. Come sono nati i loro caratteri ed il loro rapporto?
Aurelio e Castore sono personaggi molto diversi. Il senatore Stazio è "umano" nel senso che cambia, si evolve, impara dal passato, ammette le proprie debolezze, nutre sentimenti, odi, amori, ripicche, rancori, simpatie, propensioni, dolori, frustrazioni, trionfi, gioie, sintonie. Castore invece è un personaggio squisitamente letterario - derivato in linea diretta dal servo astuto della commedia classica con un pizzico del maggiordomo Jeeves: è sempre fedele a se stesso, immobile nel tempo, non deve evolversi, non deve cambiare. Castore è Castore. Per sempre.

5. Nel corso dei romanzi, Publio Aurelio conosce più donne del mitico Capitano Kirk nella Serie Classica di Star Trek. Questo ti ha dato modo di introdurre tante figure femminili, molto diverse l'una dall'altra: quali sono i lati del carattere femminile che hai preferito mettere in luce e quali messaggi queste donne portano, apertamente o implicitamente?
Sulle donne di Aurelio molto ci sarebbe da dire. L'appunto che mi si rivolge più frequentemente è che sono donne "armate": toste, poco maneggevoli, svelte di mano, di lingua e di imbroglio, spesso anche di pugnale. E' verissimo: sono tutte lontanissime dal prototipo di femmina dolce e remissiva, con cui il senatore Stazio si annoierebbe certamente. "Roma è una città pericolosa" gli dice una di queste matrone ispide in un libro "Le città sono come le donne, più sono pericolose, più sono interessanti!" risponde lui serafico.

6. Per quale motivo usi nascondere nei tuoi libri citazioni tratte da fatti o personaggi storici, romanzi, film e serie tv? E quali sono gli autori o le opere che preferisci citare?

Le "citazioni impossibili" di cui costello i miei romanzi, ovvero le frasi pronunciate due millenni dopo - tratte in genere da film o libri famosissimi - che tuttavia si sarebbero potute pronunciare anche nel primo secolo d.C, sono per me una fonte di immane divertimento. Sono contemporaneamente una sfida al pubblico, a cercarle, a notarle, a ironizzarci sopra come faccio io. E sono anche una maniera per sdrammatizzare, per non prendersi troppo sul serio, per ricordare a tutti che non essendo una donna ligia, ortodossa e rispettosa, non posso nemmeno essere una scrittrice ligia, ortodossa e rispettosa.

7. Dal primo romanzo, Mors tua, ad oggi, è cambiato qualcosa?
Sì, è cambiato molto. Il primo romanzo lo scrissi per hobby, adesso li scrivo per lavoro. Ovvero: una cosa è scrivere un libro, cosa molto diversa è fare lo scrittore di professione.