NEUROMANCER

William Gibson
NEUROMANCER
New York, Ace, 1984
pp. 271
0-441-56956-0

di Gregorio Zanacchi Nuti

Neuromancer di William Gibson vede la luce nel 1984, al centro di un decennio in cui molte delle innovazioni scientifiche che caratterizzano la nostra vita si stavano timidamente affacciando alle soglie della società di massa. La paura per il conflitto nucleare che aveva caratterizzato i decenni precedenti andava sfumando, contemporaneamente alla lenta diffusione della rete e il moltiplicarsi dei canali della televisione grazie alla tecnologia satellitare. Opere come il libro di Gibson ci permetttono di osservare, grazie al loro taglio fantascientifico, come l’uomo degli anni ottanta andava recependo le innovazioni che si introducevano nel suo tessuto di vita, e come poteva immaginare un futuro neanche troppo lontano. Concentrandoci su un’analisi dell’ambientazione in cui si svolge la vicenda, possiamo leggervi influenze provenienti dalla sfera socio- economica (sulla quale ci soffermeremo brevemente) e da quella riguardante le aspettative e i timori derivati dalla crescita tecnologica, che costituiranno il fulcro dell’elaborato.

All’interno del primo ambito appaiono chiarissime le conseguenze della diffusione del termine globalizzazione, rappresentato nel romanzo da una società multientnica in cui convivono usanze appartenenti alle culture più disparate, concentrate all’interno di un immenso agglomerato urbano, lo sprawl. L’immagine di una società più libera negli spostamenti, filtrata dal processo di riavvicinamento tra U.S.A. e U.R.S.S. che avrebbe portato a fine decennio all’abbattimento del muro di Berlino, si rifette nella facilità con cui i protagonisti si spostano nello spazio, viaggiando senza problemi dal Giappone passando per Baltimora e Beyoglu fino alle colonie orbitanti in cui la vicenda trova conclusione. Gli stati del futuro in Neuromancer sono presentati come entità deboli e defilate, dotati di dogane corrotte e un controllo del crimine pressochè nullo. Alla forza dello stato si sostiuisce quella delle megacorporazioni, enormi aziende capaci di mobilitare ogni tipo di risorsa grazie alla disponibilità di capitali sterminati. Si può leggere, in una simile visione, un’eco dei risultati della politica economica reaganiana, estremamente liberale e acuitrice dello squilibrio tra ricchi e poveri.

Volendoci ora soffermare sulla tecnologia, notiamo che la tematica è affrontata nell’opera in due modalità differenti. La prima è quella di un sapere strettamente tecnico volto alla creazione di macchine come astronavi (comuni ad ogni opera di fantascienza che si rispetti), armi o colonie spaziali. A questo tipo di tecnologia, già presente nella tradizione fantascientifica precedente e specializzata nella costruzione di grandi macchinari, Gibson ne affianca una peculiare, che sembra prendere spunto dai progressi della biologia molecolare, di approccio è una tecnologia che agisce sul corpo umano, manipolandolo tramite operazioni chirurgiche e droghe. All’interno di una simile visione, la medicina ci è presentata come capace di tutto, dalla sostituzione di organi con copie coltivate in vitro (circa trent’anni prima del trapianto di trache compiuto da Macchiarini) ad una sconfitta dell’invecchiamento mediante cicli di terapia. Altro impiego di questa medicina ipertrofica è la trasformazione del corpo umano in una vera e propria arma vivente: Molly, spalla del protagonista, è una killer prezzolata dotata di unghie d’acciaio, riflessi potenziati e lenti a specchio impiantate sugli occhi. Queste due visioni della scienza, una concentrata sullo sviluppo di dispositivi esterni all’essere umano e l’altra sulla modificazione e il potenziamento del suo corpo, si incontrano sul terreno della matrix (vi ricorda qualcosa?), sorta di Internet finzionale che funge da cardine di tutta la vicenda. Occorre a questo punto ricordare come prima degli anni novanta la rete fosse uno strumento utilizzato per lo più da militari (l’ARPANet era stato creato negli Stati Uniti con l’obiettivo di sviluppare una forma di comunicazione sicura durante la guerra fredda, capace di mantenrsi attiva anche dopo un attacco nucleare) o dalle università coinvolte nella sua progettazione, cosa che la faceva apparire all’opinione pubblica come qualcosa di lontano e misterioso. La matrix di Gibson nasce così come una commistione tra l’ARPANet e, il cui compito principale era scambiare dati e non consentiva una navigazione tramite links come il nostro Web, e un derivato dei primi esperimenti di realtà aumentata. Questi ultimi, cominciati nel 1966 da Ivan Sutherland, inventore dell’Head Mounted Display, portarono nel 1980 all’inenzione del primo computer indossabile, fatto che deve aver influenzato non poco Gibson nella costruzione del suo mondo finzionale. Il Web nel libro ci viene così mostrato come un immenso spazio abitato da poligoni e solidi lminosi (l’uscita di Tron di Steven Lisberger risale a solo due anni prima), a cui l’essere umano si connette mediante un’interfaccia simile al già citato casco di Sutherland. All’interno di questo spazio l’individuo può avere accesso ad immense quantità di dati ma incorrere anche in pericoli mortali: tentare di penetrare aree private del sistema può portare ad incontri poco desiderabili, tra i quali spicca quello con i programmi di sicurezza o ICE, capaci di friggere le sinapsi del navigatore sprovveduto.

Man mano che la narrazione procede, si fa largo nell’opera una sfumatura di mistero intorno alla Matrice, che sfocia in fenomeni quasi mistici: scopriamo come sia possibile creare copie digitali di personalità o confinare la mente del navigatore incauto in mondi finzionali. Culmine di questo aspetto mistico del Web sono le personalità di Neuromancer e Wintermute, due supercomputer al centro della vicenda. Frutto dell’ingegno umano, le due intelligenze artificiali agiscono con modalità più simili a quelle di una divinità piuttosto che di semplici macchine, manovrando gli esseri umani secondo schemi imperscrutabili per portare a termine i loro fini. Davanti a loro quasi tutto il mondo informatizzato piega il capo, dandogli la possibilità di agire da veri deus ex machina (Wintermute salva Case dalla polizia manovrando i sistemi di sicurezza di un casinò). Dietro queste figure sembra celarsi la diffidenza sviluppata dalla società verso una scienza capace di creare mostri impossibili da controllare, nonostante nell’opera di Gibson le intelligenze artificiali mantengano un comportamento criptico che porta a conclusioni non dannose per l’essere umano.

Possiamo infine dire che il successo di Neuromancer (fu la prima novella a vincere tutti e tre i maggiori premi per romanzi di fantascenza presenti negli U.S.A) è nato dall’essere riuscito a concentrare in un unico romanzo le tendenze emergenti nella sfera sociale degli anni ottanta come la globalizzazione, la politica economica di Reagan, i problemi concernenti l’uso di droghe (quasi tutti i personaggi della novella sono addicts) e una sfiducia crescente nelle istituzioni statali, ereditata in territorio americano dall’esperienza del Vietnam, alle varie concezioni della scienza che circolavano in quegli anni: le invenzioni mirabolanti che avrebbero permesso all’uomo di conquistare lo spazio e ridurre le distanze nel globo, i progressi in campo medico e biologico che
facevano sognare cure miracolose e miglioramenti dell’umano e la continua paura di abomini creati dall’uomo ma impossibili da controllare, dietro cui si cela lo spettro dell’olocausto nucleare.