PALLIDA MORS

Danila Comastri Montanari
PALLIDA MORS
Milano: Mondadori, 2013
pp. 319, € 14.90
ISBN: 9788804630982

di Arianna Ricci

"Rileggo le postille a Il Nome della Rosa con attenzione particolare al paragrafo: "Il romanzo come fatto cosmologico". In effetti, una delle cose più belle di questo mestiere è che si possono creare universi: coerenti, finiti, necessari."
                                               Danila Comastri Montanari, 25 Gennaio 2014

Danila Comastri Montanari ha pubblicato articoli divulgativi, racconti e romanzi, tra i quali diciassette compongono gli episodi di un ciclo che riporta in vita gli splendori e le ombre dell'antica Roma, durante l'impero di Tiberio Claudio Cesare (41 d.C. -54 d.C.) e della sua famosa e famigerata consorte Valeria Messalina. L'autrice nasce a Bologna il 4 novembre del 1948. Lasciata precocemente la scuola, si laurea in Pedagogia nel 1970 e in Scienze Politiche nel 1978. Dopo aver insegnato e girato il mondo in lungo e in largo per vent'anni, nel 1990 scrive il suo primo romanzo, Mors Tua, vincitore del Premio Tedeschi, e inizia a dedicarsi a tempo pieno alla narrativa, privilegiando il genere del giallo storico, con il quale mette insieme i suoi principali interessi: lo studio del passato e il mistero. Su una delle alette della sovracoperta di Pallida Mors, l'ultimo romanzo della saga, di lei si dice: "accanita fumatrice, apprezza gli alcoolici, rifugge dalle diete, ama i gatti, frequenta stazioni termali e scavi archeologici, legge romanzi polizieschi e fantascientifici, saggistica storica e antropologica, divulgazione scientifica, classici latini, greci e cinesi. È una fanatica utente di internet e potete trovarla quotidianamente su Facebook".

L'intera bibliografia dei suoi scritti è sul suo sito http://www.diciemme.eu/, mentre attualmente in libreria, insieme a Pallida Mors, si possono trovare le ristampe di Cave canem, Morituri te salutant, Parce sepulto, Cui prodest?, Spes, ultima dea, Gallia est, Saturnalia, Ars moriendi, Tabula rasa, oltre a Terrore (2008), ambientato non nell'antica Roma ma a Parigi, nel 1793, poiché, spiega la stessa autrice, la Rivoluzione Francese è, insieme all'Impero dell'epoca di Claudio, una delle sue più grandi passioni, da quando a tredici anni vide I Giacobini di Zardi.

Protagonista di Pallida Mors, come degli altri sedici libri gemelli, è il senatore Publio Aurelio Stazio. Dotato di intuito e osservazione alla Sherlock Holmes, Publio Aurelio ha la fama di avere un talento per risolvere i misteri, nei quali si trova invischiato suo malgrado, spesso nel corso di una delle sue “avventure”. In effetti, il senatore Stazio non mostra esattamente la dignitas dei padri coscritti che si trovano nei manuali di storia del liceo, anzi, ha uno spirito indomito, che lo ha portato fin da giovane ad amare le sfide ed affrontarle con entusiasmo e un pizzico di spavalderia. Ha una passione per la birra (a Roma, “cervesia”) come Nero Wolfe, ma, come Archie Goodwin, ama moltissimo anche l'universo femminile. Ciò, tuttavia, nasconde un passato triste: il ruolo di pater familias a soli sedici anni dopo la morte di suo padre, un matrimonio infelice con una donna più grande di lui, un figlio morto in fasce, il conseguente divorzio. Tutto questo contribuisce a renderlo il protagonista dalle mille sfaccettature che i lettori conoscono e amano

Accanto a lui, nella sua domus sul Viminale, il suo segretario Castore e l'intendente Paride. Perennemente in lotta tra loro per superarsi l'un l'altro in efficienza, Castore e Paride sono l'uno l'esatto contrario dell'altro. Figlio di una porné, Castore serve il senatore Publio Aurelio Stazio dal giorno in cui questi lo ha salvato dalla vendetta dei sacerdoti egizi di Amon-Ra, decisi a mandarlo al capestro per aver rubato il tesoro del tempio. Sempre con un sorriso sopra la barbetta a punta, Castore è un maestro della truffa e del furto, e più di una volta usa gesti che noi oggi definiremmo“da prestigiatore” per aprire lucchetti, sottrarre oggetti, soprattutto l'anello del senatore col suo sigillo ufficiale che vale come la sua firma, e con tutto ciò Publio Aurelio non potrebbe fare a meno di lui, come segretario e come amico, e non si contano le volte in cui l'uno ha salvato la vita all'altro e vice versa. Dall'altra parte c'è Paride, che viene spesso definito una delle persone più oneste ed affidabili che si possano trovare in tutta l'Urbe. Paride è figlio di un servo del padre di Publio Aurelio, dunque i due sono cresciuti insieme. Un po' ingenuo, ma preciso, ordinato ed irreprensibile, a volte si permette di redarguire il suo stesso dominus, quando quest'ultimo dimostra mancanza di disciplina. Dunque è con grande sorpresa di Publio Aurelio e dei lettori che in Morituri te salutant lo si trova con un tegame bucato a mo' di elmo ed il gladio in mano, a capo di un drappello di schiavi pronti a difendere la casa del padrone, “simile non a un molle Paride, ma a un novello Ettore sulle mura di Troia”. (Morituri te salutant, Mondadori: 2013, pag.154)

Fondamentale nelle indagini di Aurelio e sua informatrice per eccellenza, è la migliore amica Pomponia. L'abbondante eccentrica signora, sempre in rivalità con l'amica Domitilla per aggiudicarsi il titolo di matrona più mondana dell'Urbe, è colei che conosce i segreti delle famiglie più in vista, i pettegolezzi, le voci, gli scandali, grazie ad una fitta rete di spionaggio composta da cosmeticae, cioè estetiste, parrucchiere, ancelle e schiave dalle orecchie sempre aperte. Il suo passatempo preferito è spettegolare sui nuovi amanti della chiacchieratissima imperatrice Valeria Messalina.

La Roma descritta da Danila Comastri Montanari è perfettamente incarnata da due delle divinità più popolari, Marte e Venere. Il Marte del coraggio in battaglia, e il Marte del dominio totale sullo sconfitto; la Venere dell'amore sincero, e la Venere dell'amore carnale. In Pallida Mors, come in molti altri romanzi, l'autrice mostra cosa si nasconde dietro allo splendore dell'impero: la schiavitù, l'ingiustizia, i corpi messi in vendita come oggetti. In particolare, in Pallida Mors Publio Aurelio, epicureo razionale che non crede negli dei, ha a che fare con la superstizione. Quando si trova coinvolto nel crollo di una antica tomba sull'Esquilino, rinviene il corpo di una donna inchiodata al sepolcro, e l'interrogativo che scatena le indagini successive è: “Perché?”. Oggi, il termine “empusa” indica un tipo di mantide religiosa, e forse non è un caso che proprio questo genere di insetti sia stato scelto per portare il nome di un mitico demone femminile. Secondo la tradizione, riferita da Castore e Pomponia al senatore Stazio, le empuse sono creature degli inferi, seguaci di Ecate, che si annunciano con clangori e strepiti, prendono la forma di giovani donne pallide e seducenti per nutrirsi della linfa vitale degli uomini; tuttavia non sono in grado di nascondere del tutto il loro aspetto demoniaco e quindi, a guardarle bene, hanno occhi rossi, canini aguzzi, e una gamba di bronzo, dunque anche quando entrambe le gambe sembrano normali, se una donna indossa sandali con placche di bronzo, ciò è interpretato come un segno malcelato della sua vera identità. L'unico modo per ucciderle definitivamente è inchiodarle al loro sepolcro. Il pensiero di Aurelio di fronte a queste credenze è: “quante donne, nelle più remote regioni del mondo conosciuto, [vengono] ancora immolate a simili assurde credenze con prove del tutto irrisorie? Quante innocenti [sono] ancora destinate alle fini più atroci, perché ritenute streghe, fattucchiere o spiriti maligni sulla base di un dettaglio irrilevante come una lieve deformità fisica, una macchia sulla pelle, o addirittura una semplice borchia di bronzo su un sandalo?”.

Tuttavia nel romanzo, accanto alla superstizione che porta alla violenza, c'è anche l'utilizzo delle credenze a fini benefici. Infatti, chi segue assiduamente le indagini di Publio Aurelio è quasi disorientato nel trovare Pomponia affetta da depressione, o meglio, con un eccesso di atrabile, uno dei quattro umori della fisiologia ippocratica, responsabile della melanconia e dell'ipocondria.
“La fede che si ripone negli Dei, nei medici o anche nei ciarlatani, in definitiva nella possibilità stessa di venire risanati può compiere portenti.” spiega Ipparco di Cesarea, il medico di fiducia di Aurelio che ha deciso di curare la matrona facendole somministrare da un indovino cieco un infuso di iperico, una pianta officinale con proprietà antidepressive, dando all'uomo il compito di presentarlo a lei come un filtro magico, affinché lei stessa sia convinta della sua efficacia, sfruttando in definitiva l'effetto placebo. Questo non è l'unico riferimento alla scienza medica antica che si trova nel romanzo, poiché parte della vicenda è la costruzione finanziata da Aurelio di un Valetudinarium gestito dallo stesso Ipparco. Nelle note finali, l'autrice spiega che il termine è solitamente riferito al locale adibito ad infermeria negli accampamenti militari, e che non si è mai trovata traccia di un edificio simile nell'Urbe, dunque, sebbene verosimile, la sua costruzione è frutto di fantasia. Inoltre, parlando dei tanti trattamenti a cui le fanciulle nobili e le matrone si sottoponevano, vengono nominati: creme di bellezza, filtri e pozioni per poter mangiare senza prendere peso, il fucus, cioè il rossetto, e “l'operazione di Celso”, definibile come un antesignano lifting.

Alla ricerca dell'assassino della giovane “empusa”, Aurelio decifra l'ultima parte rimasta leggibile dell'iscrizione in etrusco recata dal sepolcro, leggendo da destra a sinistra, memore delle lezioni di etrusco che da ragazzo ricevette da Claudio Cesare in persona, quando ancora quest'ultimo non era imperatore. Riesce a ricostruire così il nome della famiglia del condottiero Velthur Veltinio Fastio detto “l'Avvoltoio”, per la sua spietatezza sul campo di battaglia. Ormai defunto, Velthur ha lasciato una famiglia all'interno della quale si tessono trame segrete, in cui nessuno è veramente come sembra, a partire dalle due conturbanti Sofia Sofiana, bellissima e delicata, e Lavinia, selvaggia e indomabile, che sfoggiano sandali dalle placche di bronzo.

Dal 1990 ad oggi Danila Comastri Montanari è diventata ormai una vera e propria Matrona del giallo storico, del quale spiega la struttura nel manuale Giallo antico - Come si scrive un poliziesco storico (Hobby & Work, 2007) e, a volte, sulla sua pagina Facebook per i lettori che la seguono anche online, come ha fatto il 20 Ottobre 2013 per descrivere ipotassi e paratassi nel Giallo: “Meditando sui vari sottogeneri del poliziesco, mi ripeto che a far quadrare tutti i conti in un giallo classico c'è da impazzire, mentre scrivere (e leggere ) la vicenda di un serial killer costa molto meno fatica. Il mystery infatti, dove un delitto dipende dall'altro, ha una struttura piuttosto complessa basata sull'ipotassi: i crimini vengono ordinati secondo un rapporto di subordinazione, ovvero di dipendenza logica o temporale. I delitti di un assassino seriale, invece, hanno una struttura paratattica simile a quella di una serie di proposizioni coordinate: si ripetono con lo stesso metodo, la stessa logica e la stessa predilezione per un certo tipo di vittime, e non dipendono temporalmente o logicamente l'uno dall'altro. Per chi scrive è più agevole dipanare la trama, per chi legge è più semplice seguirla, senza nulla togliere al gusto del mistero.” Ed è sempre su quella stessa pagina Facebook che si possono leggere i commenti degli utenti, che reclamano una nuova avventura con il senatore Stazio, il vivace Castore, il composto Paride, la spumeggiante Pomponia, e, soprattutto, la più bella e la più misteriosa, la più irresistibile e la più spietata, l'unica che Publio Aurelio non smetterà mai di amare: Roma.

Di prossima pubblicazione, l'intervista con l'autrice!