Intervista a Luca Martinelli

di Arianna Ricci

 

In quanto scrittore di apocrifi di Sherlock Holmes e direttore dello Strand Magazine italiano, organo principale dell'associazione Uno Studio in Holmes, chi meglio di Luca Martinelli avrebbe potuto soddisfare alcune domande sulla scienza dello scrivere del detective di Baker Street? Dopo la recensione del suo ultimo romanzo, Sherlock Holmes e l'enigma del cadavere scomparso, ecco l'intervista all'autore, a cui va un ringraziamento per la sua disponibilità.

1. Prima di tutto, vorrei chiederti di introdurre ai lettori l'associazione Uno Studio in Holmes e, soprattutto, spiegare, da esperto quale sei, che cos'è il “Grande Gioco”.

Uno studio in Holmes (USIH) è l’associazione che riunisce gli holmesiani – o sherlockiani – italiani. È nata a Firenze nel 1987, in occasione delle celebrazioni del centenario dell’uscita di Uno studio in rosso, il primo romanzo in cui appare Sherlock Holmes. È un sodalizio giovane, ma molto stimato a livello internazionale, tanto che diversi suoi soci sono oggi membri della Baker Street Irregulars di New York (la mitica BSI), società alla quale si accede solo per investitura della presidenza. Come tutte le società holmesiane del mondo, gioca il “Grande Gioco” che si fonda su un assunto fondamentale: Sherlock Holmes è realmente esistito; il dottor Watson è il suo biografo ufficiale; e sir Arthur Conan Doyle è l’agente letterario che prestò il suo nome per rendere possibile la pubblicazione delle storie di Holmes, perché per un medico militare, qual era Watson, era sconveniente proporsi come autore di letteratura considerata popolare. In questo quadro, dunque, le società si occupano di diffondere la conoscenza del Canone – cioè il corpo dei 56 racconti e 4 romanzi originali - e di indagare i misteri che contengono. Gli appassionati, insomma, si pongono alcune domande. Qualche esempio: Chi era in realtà il cardinale Tosca? E la cantante Carina? Oppure: Che cosa fece Holmes a Firenze, nel 1891, quando tutti lo credevano morto? E a queste domande, e ad innumerevoli altre, gli appassionati cercano di rispondere con studi, cosiddetti di High Criticism o di Scolarship, che sono veri e propri saggi, anche se di poche pagine, con accurati apparati di note bibliografiche. Il “Grande Gioco”, in definitiva, è un’attività estremamente seria, che comporta ricerche letterarie e storiografie spesso complesse, e che non ha altro scopo che quello di perpetuare il mito di Sherlock Holmes.


2. I tuoi romanzi “sherlockiani”, ambientati per la maggior parte durante la tarda epoca vittoriana, rientrano nel genere del giallo storico. Nel momento della stesura, come procedi nelle ricerche? E quanto conta in queste ultime il tuo background da giornalista?

Per gli autori di apocrifi ricostruire la tarda età vittoriana è una tappa obbligata, perché le avventure del Canone sono ambientate in quell’epoca. Non possiamo far agire Sherlock Holmes fuori da quel contesto. Quindi, sì, agli occhi del lettore contemporaneo un apocrifo è, senza dubbio, un giallo storico. In questo senso, il punto di partenza per narrare una nuova avventura di Holmes è quella di determinare il periodo esatto in cui la storia si svolge, con l'accortezza di non entrare in conflitto con i racconti del Canone. Faccio un esempio: poiché Watson ha scritto che il 6 settembre 1903 Holmes affrontò l'indagine de L'avventura dell'uomo carponi, io non potrò scrivere un racconto che si svolge in quella stessa data. Definito questo, si passa alla fase delle ricerche storiche vere e proprie. C’è il problema di apprendere, in relazione al periodo prescelto, come fossero le strade o i paesi in cui si intende far muovere Holmes, cosa succedeva in Inghilterra e in Europa; cosa indossassero le persone e come fossero arredate le loro case; e ancora, ci si deve accertare se Holmes potesse o no usare il telefono, oppure se potesse muoversi o no su un determinato tratto ferroviario e così via. Insomma, le ricerche sono davvero ad ampio spettro. In tutto questo, senza dubbio, il background da giornalista mi è molto d’aiuto. Ho lavorato per molti anni come cronista all’interno di quotidiani, dove le notizie avevano bisogno di essere verificate, di trovare documenti d’appoggio. Non ci si poteva fermare di fronte alla prima difficoltà o al primo fallimento, altrimenti
la notizia non poteva essere scritta. Grazie a questo ho imparato che le fonti possono essere molteplici e, a volte, insospettabili.

3. Scrivendo apocrifi dei romanzi di Sherlock Holmes, è necessario adattare il proprio stile letterario a quello del Dottor Watson, e rispettare quanto più possibile nel dettaglio le caratteristiche fondamentali dei protagonisti: in base alla tua esperienza, quali sono i passi fondamentali della scrittura di un'avventura inedita di Sherlock Holmes?
Il rispetto delle caratteristiche fondamentali dei personaggi e adattare il proprio stile letterario a quello del dottor Watson, in effetti, rappresentano la sfida più difficile che pone la scrittura di un apocrifo. Però bisogna fare attenzione a non farne un dogma assoluto, perché l’autore di un apocrifo non deve riproporre una copia pedissequa né dei personaggi né della prosa di Watson. Se lo facesse, proporrebbe ai suoi lettori un puro esercizio di stile e di emulazione. Pur rispettando le loro caratteristiche distintive, la sfida dell'autore di apocrifi è quella di dare una propria interpretazione di Holmes e Watson. Io li presento al lettore per come li ho vissuti e sentiti leggendo i racconti originali, arricchendoli cioè delle suggestioni e delle emozioni che mi hanno regalato. È un discorso che, secondo me, vale anche per la prosa. Non si tratta di copiare lo stile di Watson, ma di proporre una scrittura personale che si avvicini al ritmo e alle suggestioni di quella del buon dottore. Tuttavia, ci sono alcuni accorgimenti. Non si deve eccedere con gli esercizi di osservazione- deduzione di Holmes. Non si deve scrivere un racconto dove l’azione sia preponderante sull’aspetto dell’indagine ragionata e scientifica. Si deve evitare che le frasi pronunciate da Holmes siano troppo lunghe, perché di solito dialoga con uno stile abbastanza telegrafico; insomma, va bene fargli pronunciare un discorso lungo, ma costruito con tante frasi abbastanza brevi. Inoltre, si devono evitare descrizioni dei luoghi, soprattutto quando Holmes si muove a Londra, troppo lunghe e particolareggiate, perché i lettori di Watson li conoscevano benissimo. Quando l’azione si sposta fuori da Londra, invece, ci si può concedere qualche libertà in più.

4. Nel giallo storico, uno degli equilibri che maggiormente regge la trama è quello tra dati storici e finzione narrativa: quanto sono importanti gli uni e l'altra? Secondo te, quanto è permesso ad uno scrittore di sguinzagliare la propria fantasia?

L'esattezza dei riferimenti storici è fondamentale per rendere credibile l'ambientazione, ma la fantasia non gioca certo un ruolo secondario. Anzi, la fantasia deve essere libera di percorrere praterie infinite, altrimenti si toglie respiro, fascino e ritmo alla storia. Basta solo stare attenti a che la fantasia non contraddica i dati storici o entri in conflitto con essi, altrimenti il castello crolla. Ma usato questo accorgimento, alla fantasia non si devono porre limiti.

5. In Uno Studio in Rosso, si legge: “Ecco, esercito una professione tutta particolare. Credo di essere l'unico al mondo. Sono un investigatore-consulente...”. Che cos'è un “consulting- detective”? Com'è, nei tuoi romanzi, il tuo rapporto con il metodo d'indagine?

Un consulente investigativo è qualcosa di più di un semplice investigatore privato o di un poliziotto. Svolge indagini su commissione di un cliente, e anche di sua spontanea iniziativa, ma solo se le peculiarità o la straordinarietà del caso attirano il suo interesse. Ma soprattutto, come dice lo stesso Holmes, è colui al quale si ricorre quando le comuni risorse della mente umana e della polizia non sono in grado di dare soluzione a un mistero. Il “consulting-detective” è quella figura di investigatore che sa osservare le cose con occhio diverso, che sa cogliere dettagli che alla massa delle persone appaiono semplici ovvietà, e che ha competenze che vanno al di là della pura criminologia e sa usarle per l’attività di criminologo. Ecco, scrivendo io cerco di tenere sempre presenti questi elementi. In fondo, se ci pensiamo bene, Watson aveva immaginato una figura professionale che oggi è molto diffusa nelle indagini criminali sui serial killer o su vicende di terrorismo. Che poi questi moderni consulenti non siano quasi mai all’altezza di Sherlock Holmes è un’altra questione. Del resto, la letteratura e la realtà agiscono su piani ben distinti. Nella letteratura la vittoria del bene, tranne rare eccezioni, è scontata, perché questo è l’epilogo che i lettori pretendono. Nella vita reale, per quanto l’epilogo desiderato sia il medesimo, la vittoria del bene è,
invece, un’eccezione.

6. Lo strano caso del falso Sherlock Holmes è un romanzo molto particolare: un pastiche in cui un Holmes ancora vivo nella nostra epoca vede sé stesso rappresentato al cinema, e contemporaneamente risolve un mistero senza muoversi dal suo cottage nel Sussex. Come è stato gestire contemporaneamente la critica severa ma costruttiva al film di Guy Ritchie, e la trama del giallo?
Contrariamente ai dubbi che nutrivo inizialmente, non è stato difficile. Quando maturai che dovevano essere Holmes e Watson ad analizzare e commentare il film, il libro prese corpo da solo, perché a quel punto fu del tutto naturale immaginare che, ritrovatisi ancora una volta sotto lo stesso tetto, i due amici vivessero anche una nuova avventura contro il crimine. E per tenere insieme critica al film e trama gialla decisi di strutturare il libro alternando i capitoli di dialogo sull’opera di Ritchie a quelli in cui Holmes indaga sul mistero che si sta consumando a Londra. È come se avessi scritto due storie separate, una che strizza l’occhio al saggio in forma di dialogo e una tipicamente gialla, che poi finiscono per intrecciarsi. In fondo, è un espediente assai diffuso nella letteratura, e non solo in quella di genere poliziesco.

7. In contrasto con il pregiudizio secondo cui Watson è solo il narratore/biografo poco brillante, nel tuo ultimo romanzo, Sherlock Holmes e l'enigma del cadavere scomparso, il Dottor Watson ha un suo intuito ed un ruolo attivo nelle indagini: come mai la scelta di dare più spazio al compagno di tante avventure del detective di Baker Street? Qual è, secondo te, il vero ruolo del Dottor Watson?
Con un po’ di presunzione dico che il vero ruolo del dottor Watson è quello che gli ho affidato nel mio romanzo. Nel Canone, Watson non è semplice spettatore o testimone degli eventi e non è vero che sia goffo e incapace. Certo, Holmes è il faro indiscutibile e Watson, in apparenza, sembra vivere della sua luce riflessa. In realtà, il dottore svolge un ruolo attivo. Holmes, ad esempio, afferma che discorrere dei casi con l’amico gli permette di osservare le cose da un punto di vista diverso, aiutandolo così a cogliere aspetti che aveva sottovalutato o gli erano sfuggiti. Ma c’è di più. Holmes si affida ciecamente agli occhi e al buon senso di Watson quando, nel corso delle indagini, vuole seguire gli eventi in incognito o deve allontanarsi per seguire il filo dei suoi ragionamenti e delle sue deduzioni. Ciò avviene, ad esempio, ne Il mastino dei Baskerville. Infine, Watson partecipa alle scene d’azione e ha iniziative proprie. No, non è davvero una banale spalla.

8. In questo stesso romanzo si trovano donne forti e combattive, e Holmes, favorevole al suffragio femminile ed amico personale di Emmeline Pankhurst, riconosce al genere femminile un'acutezza di cui pochi uomini sono dotati: il luogo comune in base al quale “Sherlock Holmes odia le donne” non ha fondatezza. Qual è, secondo te, il vero rapporto tra il detective e il gentil sesso?
Io non sono mai stato convinto dell’affermazione, molto diffusa, secondo la quale “Holmes odia le donne”. Dalla lettura del Canone non risulta nessun odio e, mi spingo più in là, nessuna misoginia attribuibile ad Holmes. È forse sufficiente che egli abbia detto che “diffida delle donne” per etichettarlo come misogino? E quando, invece, afferma che si fida dell’intuito femminile, e che non si è sposato “perché l’amore è un sentimento e come tutti i sentimenti contrasta con la fredda logica” di cui necessita la mente di un investigatore, vale ancora l’affermazione che “Holmes odia le donne”? E mi domando, se davvero odiava le donne, perché nel Canone Holmes si rivolge a loro con gentilezza e con rispetto? E ancora, se odiava le donne, perché, anziché riconoscerne l’intelligenza e le capacità, non odia nemmeno Irene Adler, che gli inflisse una bruciante sconfitta? Anzi, è così grande l’ammirazione per Irene Adler che per lui, come ci informa Watson, “fu sempre la Donna”. Il fatto è che, secondo me, Holmes è rimasto per lungo tempo vittima di etichette e pregiudizi di critici che hanno travisato la sua figura. Con il mio romanzo, spero di aiutare i lettori a capire che Holmes non ha mai odiato le donne.