L’ORDINE LIBERTARIO. Vita filosofica di Albert Camus

Michel Onfray
L’ORDINE LIBERTARIO. Vita filosofica di Albert Camus
Milano: Ponte alle Grazie, 2013
pp. 573, € 28.00
ISBN: 9788862207423

di Edoardo D’Elia

Una sessantina di libri fa, Michel Onfray aveva ventinove anni e si apprestava a spedire per posta il suo primo manoscritto (Il ventre dei filosofi) a tre case editrici: una non rispose, una rispose di no, Grasset rispose subito di sì. L’unico dubbio che aleggiava negli uffici parigini era che la biografia del nuovo autore potesse essere solo una copertura, che Onfray fosse lo pseudonimo di un intellettuale dai trascorsi più tipici. Si presentava così: figlio di un operaio agricolo e di una donna delle pulizie, dopo la morte prematura dei genitori, viene messo in orfanotrofio; a diciassette anni tenta di farsi assumere come autista di treno nella stazione di Argentan, il suo piccolo paese, ma senza successo; frequenta un’università di provincia, non l’Ècole Normale...; a ventott’anni viene colpito da un infarto che va contro ogni immaginabile statistica anagrafica; poi, all’improvviso, scrive un libro di filosofia così brillante. O nascondeva qualcun’altro o era davvero una sorpresa. Onfray prese allora il treno, da passeggero, e andò a Parigi a dimostrare la sua autenticità. L’editore si convinse e colse al volo l’occasione: “Bene, scriva allora un’introduzione autobiografica in cui racconta la sua vita atipica e si presenta al grande pubblico; poi si dimentichi tutto perché d’ora in poi la sua vita è qui a Parigi, tra i rumorosi giornalisti e le lettrici ammiccanti”. Onfray scrisse il capitolo autobiografico in quarantott’ore, però disse che sarebbe rimasto ad Argentan. Gli fu risposto che in quel modo non avrebbe mai fatto carriera.

Un centinaio di anni fa, nasceva a Mondovi, una piccola cittadina sulla costa orientale dell’Algeria, Albert Camus. Figlio di una donna delle pulizie e di un operaio agricolo, che sarebbe morto in guerra da lì a un anno, trascorre la sua infanzia di povertà ad Algeri insieme alla madre sorda, quasi muta e completamente sottomessa alla nonna, che porta avanti la casa picchiando e urlando. A diciassette anni cominciano i primi sintomi della tubercolosi. Senza soldi per studiare, né grandi speranze di sopravvivere molto a lungo, «Albert non era sociologicamente programmato per diventare Camus» (p. 42). Ma era tanto povero quanto brillante, e fortunato nell’incontrare figure paterne sensibili al suo talento. Prima Louis Germain, un maestro elementare che si prese a cuore il futuro di Albert, poi, al liceo, Jean Grenier, professore di filosofia e autore di una certa rilevanza, che lo seguì da vicino e gli fece leggere La Douleur di André de Richaud, un libro semplice e incisivo che segnò il giovane nel profondo. La Douleur, scritto da un orfano di guerra che passò la vita con il nonno e la madre, è la prova, per Albert, che anche un uomo con una biografia simile alla sua può scrivere; e infatti scrisse. E una volta trasferitosi a Parigi, riuscì, nonostante tutto, a diventare Camus.

La vita filosofica di Albert Camus è la prova, per Michel, che anche un uomo con una biografia simile alla sua può scrivere. E, nonostante non si sia mai trasferito a Parigi, è riuscito comunque a diventare Onfray. Questa linea retrospettiva di legittimazioni biografiche, con la quale si intende subito la direzione interpretativa di Onfray, ha un riferimento teorico, il pensiero di Nietzsche, da cui sempre Onfray prende spunto per cominciare i suoi libri. Nietzsche è il promotore più suadente della vita filosofica, del filosofo che è prima uomo filosofico, esempio vivente della sua filosofia, e solo collateralmente estensore di sistemi o commentatore di idee altrui. Ma Nietzsche, secondo l’analisi di Onfray, è in un certo senso meno nietzscheano di Camus, nel senso che molti dei valori trasvalutati che propone non li pratica. Non è certo Onfray il primo ad individuare i segni chiari dell’influenza nietzscheana nell’opera di Camus. Si pensi agli scritti giovanili nei quali i rimandi sono chiari e quasi espliciti: l’Algeria è il luogo in cui le metafore di Nietzsche diventano paesaggio e i suoi abitanti sono, per natura e non per esercizio, superuomini inconsapevoli che assorbono tanta vita dalla terra e dal clima da non sentire il bisogno di una soddisfazione diversa da quella del corpo. Il libro però nel quale Onfray vuole trovare i più sistematici tratti nietzscheani è Lo straniero. L’analisi fa emergere addirittura una triangolazione di rimandi filosofici.

Nietzsche si riferisce agli scettici come a «l’unico tipo rispettabile di filosofi» (Ecce homo, Perché sono così accorto) e Onfray dice che, in effetti, «l’impassibilità pirroniana ha qualcosa dell’amor fati nietzschiano» (p. 180): sospendere il giudizio, come facevano gli scettici, nella conspevolezza che la verità non è qualcosa a cui possiamo accedere, è considerato un atteggiamento analogo all’accettazione completa del nostro destino, alla pratica del sì incondizionato alla vita che Nietzsche professa. Il superuomo sarebbe in quest’ottica uno scettico, o almeno si comporterebbe in modo simile. E allora Mersault, il protagonista de Lo straniero, uomo che «pratica l’apatia, l’afasia, l’epochè e l’adiaforia: è indiferrente a tutto, si dispensa dal dare pareri e sospende il giudizio» (p. 184), sarebbe il ritratto moderno di uno scettico. Ma considerando che è indifferente a tutto, ma non alle sollecitazioni sensoriali tipiche del clima mediterraneo: il calore del sole sulla pelle, la spossatezza conciliante dopo una lunga nuotata e le carezze di una donna; e considerando anche che deroga alla sua apatia solo quando riceve la visita di un prete, sul quale riversa la sua collera guadagnandosi il soprannome di Anticristo; la figura di Mersault andrebbe dunque letta, a tutti gli effetti, nella prospettiva nietzscheana del superuomo. Onfray chiude il triangolo accostando Mersault a Camus: «come Camus, anche Mersault sa che la morte è vicina; i due uomini sono condannati a morte. Da qui l’interesse autobiografico [...] Domanda: come vivere visto che dobbiamo morire? Risposta: volendo ciò che ci vuole» (p. 190). Anche Sisifo, non c’è bisogno di dirlo, è un autoritratto di Camus, intento a cercare una risposta alla domanda nietzschana: come agire dopo aver scoperto che la vita è l’eterno ritorno dell’uguale? Accettando l’assurdo, volendo ciò che ci vuole - (per esempio il premio Nobel...).[1]

Riportare i tratti salienti di questa triangolazione filosofica è utile per dare un esempio dell’interpetazione di Onfray, sempre concentrata a far emergere la coerenza tra il pensiero di Camus e la sua condotta di vita, la dipendenza stretta tra le sue idee e la realtà in cui vive: «Camus parte dal reale. L’idea non deve far altro che tenersi in piedi, e venire dopo, mai prima. [...] Per Camus, l’azione libertaria produce idee nuove, al contrario dell’abitudine anarchica che si destreggia in mezzo a idee che sono, certo, belle, ma che da due secoli naufragano a causa della loro impraticabilità. Per Camus, il reale ha più immaginazione delle idee» (p. 385). Un appunto sul significato della parola ‘libertario’, termine creato da Proudhon e usato per la prima volta come aggettivo qualificativo da Zola: significa «chi non ammette né riconosce alcuna limitazione della libertà individuale, in materia sociale o politica» (p. 217). Quasi il contrario di ‘liberale’, il cui significato si potrebbe esprimere, per giustapposizione, così: chi non ammette né riconosce alcuna limitazione della libertà del mercato, in materia sociale o politica. Camus è critico dell’anarchia classica quando troppo utopistica, ma soprattutto è critico, come si sa, di ogni idealismo che idolatra la Storia e tenta di adattare il reale all’idea trascendentale invece che vivere nella realtà storica immanente e far nascere nuove idee praticabili per migliorare la condizione dell’uomo. Da questa critica di Camus, che si impegna a decostruire dall’interno lo storicismo hegelo-marxista (vedi L’uomo in rivolta), il contrasto acceso e famosissimo con Sartre, scatenatosi per divergenze politiche, ma da ricondurre, secondo Onfray, ad una originaria differenza ambientale.

Camus nasce, e vive buona parte della sua vita, immerso nella bellezza naturale, della terra e del corpo, lì dove il mediterraneo risponde col vento a quasi tutte le domande esistenziali; ma anche lì dove la miseria è una condizione quotidiana, un problema da affrontare per restare vivi. Molto più a Nord, immerso nella nebbia e sotto alle nuvole umide, Sartre nasce da una famiglia colta, cresce tra i libri e la sola bellezza che frequenta è quella artistica che decora il cemento di Parigi, o al massimo quella alcolica e libertina che affolla i caffè di Saint-Germain-des-Prés. Onfray lo ripete senza paura di annoiare: il pensiero risente dell’ambiente in cui si forma. E in un ambiente grigio dove il corpo non ha credito, le idee diventano ipertrofiche, il pensiero egemonizza la vita e, inevitabilmente, si distacca dalla realtà. Insieme alla casualità geografica è presa in considerazione anche una casualità biologica e, possiamo dire, fisionomica: «Analizzare la realazione che Sartre ha intrattenuto intellettualmente  e filosoficamente con Camus e prendere in considerazione il fascino dell’uno e la bruttezza dell’altro (come lo stesso autore di Parole ha confessato), non spiegherebbe sicuramente tutto, ma non sarebbe privo d’un certo interesse» (p. 440). Ma Onfray non si ferma a queste differenze involontarie, mette Sartre al centro di un processo alle intenzioni (qualche malafede costitutiva), alle azioni (a volte basate sull’opportunistica autoconservazione intellettuale) e alle conseguenze (la leggenda sartriana va demitizzata!, urla Onfray). Sartre è accusato, in breve, di aver assunto la posa dell’intellettuale impegnato, più che l’onere. Camus invece, fedele a se stesso, è rimasto impegnato e pienamente coerente fino alla fine, anche a costo di rompere con Sartre e gli altri intellettuali parigini. Insomma, Albert, diventato Camus grazie a Parigi, rimane Camus nonostante Parigi. Morirà sulla strada tra Parigi e Lourmarin, cittadina dove si era comprato una casa per allontanarsi dalla confusione della capitale.

Onfray è stato criticato (anche in televisione, durante alcuni programmi culturali francesi che analizzano i libri con un’attenzione per noi impensabile) per questo eccesso di accanimento nei confronti di Sartre, e si è difeso dicendo che in un libro di più di cinquecento pagine dedicato tutto a Camus ha parlato di Sartre solo per poche pagine, e che quelle sono comunque tutte basate su documenti riscontrabili, su fatti realmente accaduti (vedi ad esempio i testi pubblicati da Sartre su Comœdia, un giornale collaborazionista) che di solito vengono omessi solo perché scomodi e lesivi della leggenda sartriana. È d’altronde vero che se forse si può parlare di Sartre senza dover per forza toccare  Camus, è molto difficile trattare Camus senza dare conto del suo contrasto con Sartre, che ha fatto storia non solo in quanto interessantissimo retroscena biografico, ma anche come una delle più aspre polemiche intellettuali del dopoguerra. Si può dire però che la lettura che Onfray dà di quell’acceso litigio sembra un poco proiettiva: lui sarebbe Camus e tutti coloro che lo accusano di non essere un filosofo serio rappresenterebbero Sartre.

In aperto e sempre competitivo contrasto coi suoi detrattori, Michel Onfray rimane sapientemente calato nel suo personaggio: il libertinaggio della scrittura, le pose indolenti sulla quarta di copertina e le interviste video che testimoniano la sua quotidianità edonista riprendendolo mentre, tra una domanda e l’altra, spreme limone su un carpaccio di tonno, mettono in scena la recita di un protagonista delle classifiche dei libri più venduti. Vuole dimostrare che si possono scrivere cinquanta libri in poco meno di trent’anni senza però trascurare se stessi, facendo anzi della cura di sé una pratica attenta e assidua, invece che produrre solo articoli accademici che sacrificano la bella scrittura in nome della precisione incomprensibile, e magari, per giunta, vivere un’esistenza al ribasso: «Vivere il mondo per pensarlo meglio è meglio che pensarlo per non viverlo» (p. 193). In questo disegno, un libro su Camus appare inevitabile, un’occasione rara (e commercialmente azzeccata: il centenario della sua morte) per ripercorrere le proprie convinzioni nella biografia di un grande del passato recente.

Verso la fine, nonché sulla quarta di copertina, viene riportata una frase di Camus: «Chiedo una sola cosa, ed è una richiesta umile, benché io sappia che è esorbitante: esser letto con attenzione», un appello rivolto a coloro che lo consideravano un filosofo buono giusto per insegnare al liceo. Valeva per Camus; vuole valere anche per Onfray. La vita filosofica di Albert Camus è ripercorsa sottolinenando quegli aspetti che vogliono suggerire le affinità con la vita filosofica di Michel Onfray: vendite formidabili, successo con le donne, fedeltà all’infanzia passata fra gente umile...che il confronto tra i due non si debba fermare qui?

 

 

 

 

 

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[1] Nel 1957, a 44 anni, Camus ricevette il Premio Nobel per la letteratura, il riconoscimento più impensabile per un bambino algerino povero e malato che, dopo essersi affermato solo grazie alla forza dei suoi libri, venne delegittimato dalla guida spirituale di un’intera generazione di intellettuali: Jean-Paul Sartre. Sette anni dopo, all’età di 59 anni, anche Sartre fu insignito del Premio Nobel per la letteratura, ma lo rifiutò. Assurdo!, avrà pensato, dopo tutti gli anni di impegno e gloria, ricevere il Nobel quando ormai l’astro esistenzialista si è spento, il suo ruolo di guida spirituale non è più riconosciuto, Camus è già morto, e lui ha appena pubblicato la sua autobiografia (Le Parole), il che forse conferisce al premio un certo retrogusto consolatorio. È assurdo. Inaccettabile!