GHERARDO CIBO

G. Mangani e L. Tongiorgi Tomasi (a cura di)
GHERARDO CIBO. Dilettante di botanica e pittore di “paesi”. Arte, scienza e illustrazione botanica nel XVI secolo.
Ancona: Il lavoro editoriale, 2013.
pp. 368, € 70,00
ISBN 9788876637254

di Valentina Sordoni

«LA LUNARIA TONDA» E IL «SERPENTE A DUE CODE» : LA NATURA RITROVATA DI GHERARDO CIBO.

Sepolta per quattro secoli da una memoria storica poco generosa, la figura di Gherardo Cibo è stata salvata dall’oblio, cui sembrava destinata, solo agli inizi del Novecento quando Enrico Celani, colto bibliotecario dell’Angelica a Roma, pone il suo sguardo e la sua attenzione da raffinato studioso su alcuni documenti conservati nella biblioteca romana, riconducendo al nome di Cibo la proprietà di quelle testimonianze eccezionali: cinque volumi di un ricchissimo erbario composto da più di mille piante essiccate, insieme a postille e disegni di piante realizzate a tempera che arricchivano il commento a Dioscoride di Pietro Andrea Mattioli del 1548. A questi importanti ritrovamenti e identificazioni da parte di Celani va sommata una quantità significativa di ulteriori disegni successivamente rinvenuti, da poter sostenere oggi che la produzione di Cibo supera quella di ogni altro artista a lui contemporaneo.

Illustrazione di Gherardo Cibo per gentile concessione della casa editrice Il lavoro editoriale. (clicca per ingrandire)
Illustrazione di Gherardo Cibo per gentile concessione della casa editrice Il lavoro editoriale. (clicca per ingrandire)

Disegni realizzati con strumenti differenti sulla base dell’effetto ricercato e che impegnavano Cibo sia nella rappresentazione dei paesaggi a lui più noti, sia nell’invenzione di paesaggi immaginari, sulla scorta dei risultati raggiunti dagli artisti nordeuropei, Peter Brueghel il Vecchio, per ricordarne uno.
Battuti all’asta come pezzi di evidente pregio, molti di questi disegni sono in mano oggi a ricchi collezionisti o conservati negli archivi di biblioteche italiane ed estere: documenti dispersi che sarebbe opportuno assemblare e comparare per la ricostruzione, ancora da completare, della personalità di Cibo e per comprendere, soprattutto, il valore della sua straordinaria capacità artistica a servizio della scienza.

Se ancora incerta è la città natale di Cibo, identificata e con Roma e con Genova, meno approssimativo sembrerebbe l’anno in cui l’eclettico artista aprì i suoi occhi al mondo: il 1512. Pronipote di papa Innocenzo VIII e destinato a una brillante carriera ecclesiastica, il ventottenne Gherardo Cibo decide di ritirarsi nella cittadina marchigiana di Rocca Contrada, oggi Arcevia, ricongiungendosi con la madre e con la sorella, monaca nel convento di Sant’Agata. Rinomata per la produzione di pelli e ceramiche, la cittadina di Arcevia era all’epoca anche un punto d’incontro per intellettuali e rappresentanti politici che amavano conversare tra le nobili mura dei palazzi di questo straordinario angolo del Ducato di Urbino: un piccolo gioiello incastonato tra soleggiate colline poco distanti dal mare Adriatico.

È in questa cornice che Gherardo si dedica con passione all’erborizzazione e alla rappresentazione delle piante, all’analisi e alla composizione dei colori. È allo studio dei colori, infatti, che sono dedicati alcuni dei suoi scritti tecnici, Trattato della miniatura o Trattato dei colori, ma anche Colori ad acquerella, accuratamente trascritti da Sara Mascherpa e Romina Salvadori, compresi in un capitolo, Modo di colorire e far paesi, di questo volume curato dallo storico della geografia Giorgio Mangani e da Lucia Tongiorgi Tomasi, che ha insegnato Storia dell’arte moderna presso l’Università di Pisa. È a lei che dobbiamo il merito di aver recuperato, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, tre sorprendenti codici miniati presso la British Library e la Biblioteca Marucelliana di Firenze, aprendo la strada a un’analisi meno arbitraria del percorso scientifico e artistico di Cibo, i cui disegni, addirittura, erano stati precedentemente attribuiti da Jaap Bolten al marchigiano Ulisse Severino, cui Cibo aveva donato alcune delle sue rappresentazioni cartacee.

Tentare di ricostruire il percorso di Cibo, come artista e attento erborizzatore, significa innanzitutto provare a ricomporre un’intricata rete di rapporti con alcune tra le più celebri personalità del tempo in contatto con lui: pittori e naturalisti ma anche cardinali e papi, principi e sovrani, come il potente Carlo V, protagonisti indimenticabili di un Cinquecento inquieto, accanto a numerosissimi volti meno noti le cui biografie sono state ricostruite e pubblicate da Lucio Tribellini, in appendice, nel cosiddetto Album amicorum. Gli amici, i parenti e corrispondenti, una guida preziosa per una migliore comprensione dei ricchi saggi che compongono questo volume.


Tra i destinatari illustri delle epistole di Cibo, salta immediatamente agli occhi il nome del bolognese Ulisse Aldrovandi che, come sottolinea Tongiorgi Tomasi nel primo saggio, Gherardo Cibo: un percorso tra arte e scienza, avrebbe citato nel suo Catalogus Virorum qui mea studia adjuvarunt proprio il nome di Cibo, possessore di un erbario arricchito da nomi «barbari e stravaganti» che avrebbe incuriosito lo stesso Aldrovandi. Il naturalista di Bologna, stando ancora ai puntuali riferimenti di Tongiorgi Tomasi, avrebbe ricevuto da Gherardo particolari immagini, quali la «lunaria tonda», una «salamandra» e la spaventosa figura di un «serpente a due code», citate dal bolognese come gradito omaggio dell’artista, prova della sincera stima che legava i due uomini del Cinquecento.

La dedizione dimostrata nell’erborizzazione, a cavallo tra i mirabili paesaggi umbri e marchigiani, non ha impedito a Cibo di impegnarsi anche in numerose attività benefiche, menzionate da Mangani nel suo saggio L’arcadia marchigiana di Gherardo Cibo, all’interno del volume. Aiutato dall’amico Camillo Turigi, Gherardo promuove la creazione di un Monte frumentario in soccorso dei miserrimi, vittime di gravose carestie che non risparmiarono il suo secolo. Accanto ad interventi di respiro collettivo, non meno importanti sono i singoli aiuti che Gherardo riserva ai propri amici, come Ercole Ramazzani, pittore marchigiano di Rocca Contrada, e allievo nella bottega anconetana del più celebrato Lorenzo Lotto.

Se c’è un nome, però, che più solletica l’immaginario dell’artista prestato alla scienza è probabilmente, senza forzature, quello di Leonardo Da Vinci. Ebbene, sondare la biografia di Cibo e, soprattutto, la sua feconda attività, significa anche accostarsi al padre della Gioconda, e con lui confrontarsi, senza facili timori: lo suggerisce cautamente Sandro Baroni che ha curato, nello stesso volume, il saggio intitolato La trattatistica tecnica di Gherardo Cibo, dove avanza la suggestiva tesi di un’ipotetica influenza della lezione leonardesca per la composizione della «testa di cavallo» realizzata da Cibo nel 1527. Un sentiero davvero seducente da indagare, ma ancora, purtroppo, irto di complicati impedimenti che non consentono di spiegare con rigore e scientificità la questione.

Al di là di questi rapidi excursus che non pretendono di esaurire in poche righe una vita probabilmente così densa di esperienze come quella vissuta da Cibo, è indubitabile che restino ancora, tuttavia, molte tessere da comporre, molti dettagli da carpire o perfezionare perché l’immagine dell’artista e la ricostruzione della sua opera tout court,  risultino più complete ed esaustive e siano perciò restituite, quanto più integre e limpide, alla storia dell’arte e alla storia della scienza, scevre della foschia che ancora oggi le circonda.


Lodevole è lo sforzo, in questa prospettiva, dei curatori del volume e l’impegno degli studiosi che hanno contribuito alla sua realizzazione per impedire al percorso biografico di Cibo, nonché alle sue evidenti abilità, di perdersi definitivamente in un fondale profondo e ingrato, di sfuggire inavvertitamente come fossero «sogno di un’ombra», per dirla, poeticamente, con Pindaro.