L'ECCENTRICO

Vallori Rasini
L'ECCENTRICO. Filosofia della natura e antropologia in Helmuth Plessner
Milano: Mimesis, 2013
pp. 146, euro 14.00
ISBN 9788857518503

di Francesco A. Genco

L'uomo è stato a lungo lacerato nelle sue parti dagli studi che lo hanno riguardato. Egli è stato attore nelle vicende della terra, sistema mirabile di organi e tessuti, animale privilegiato, portatore di coscienza, origine di ogni discussione, giudizio e studio; e così è stato sovente studiato, giudicato e discusso. Le scienze della natura e le scienze della coscienza l'hanno smembrato e se lo sono spartito, la parte vinta l'hanno adeguata ai bisogni della disciplina. Ma l'eccentrico tratta di Helmuth Plessner, e Plessner si è impegnato a parlare dell'uomo nella misura in cui esso è esattamente un uomo.

La sua antropologia filosofica, riconciliando corporalità e spiritualità, intraprende la raccolta dei molteplici caratteri fisici, biologici e filosofici che danno forma e limite a quella parte di natura che è l'uomo; la sua ricerca risponde con decisione all'esigenza di trattare l'uomo come tale, senza escluderne alcuna parte, senza evitare alcun coinvolgimento, senza rifiutare alcuna visione, purché fondata. Mentre i suoi metodi sono solidamente radicati nella tradizione filosofica continentale e tedesca egli, con coerenza, assegna un ruolo di grande dignità ai risultati delle scienze esatte e della vita, le considera strumenti solidi e imprescindibili per il processo teoretico.

Leggendo L'eccentrico appare con chiarezza il ricco ambiente culturale dal quale è emerso l'atteggiamento multiforme e sottile che Plessner ha impiegato nel cercare l'uomo. Il metodo kantiano non impedisce la critica nei confronti di un certo neokantismo, la cautela verso il movimento fenomenologico non esclude il ritorno all'esperienza prescientifica e un'attenzione di spirito heideggeriano verso l'uomo non ostacola la liberazione dalla «questione che riguarda la parolina ‘è’» (p. 20), imprescindibile secondo Heidegger. Nell'intrico di fonti dell'antropologia di Plessner, Rasini trova un caposaldo centrale: il bisogno di unità e completezza dell'oggetto di studio si può ricondurre ad una reazione contro le derive di una frattura dovuta alla filosofia di Descartes. Nella distinzione tra res extensa e res cogitans Plessner riscontra l'inizio di una scissione che porterà danno a tutti gli studi successivi sulla natura umana. Gli effetti pratici positivi di questa divisione e il giusto spirito analitico che la muove non sono messi in discussione, bensì si nega che essa sussista come fondamento della realtà e come condizione della conoscenza. Una netta separazione tra forme diverse di scienza viene indotta dallo scisma Cartesiano; e mentre quest'ultimo è riconosciuto come legittima e fertile distinzione filosofica, i suoi effetti sull'organizzazione delle scienze divengono oggetto di un'opposizione che marca profondamente gran parte dell'impegno di Plessner riguardo al metodo.

Non si deve confondere il conciliare con l'omologare, però. Plessner non riduce il compito filosofico a quello scientifico, né si commette all'estremismo opposto. Egli ritiene che alla filosofia spetti la revisione dei principi fondamentali e dei metodi scientifici, spiega Rasini. La distinzione essenziale tra filosofia e scienza, che rende conto delle rispettive competenze, riguarda le dinamiche evolutive delle due: la filosofia non determina uno sviluppo progressivo, come fa invece la scienza, ma, soffrendo di una certa indeterminatezza, ripercorre il proprio passato e ripete con costanza i propri dilemmi fondamentali in forme di volta in volta differenti. Nel suo progredire, al contrario, «la scienza lascia dietro di sé il proprio passato e “non ritorna su se stessa quando si occupa dei propri problemi”» (p. 40). Evidentemente la revisione delle proprie fondamenta non è occupazione che le possa competere.

L'unità dell'uomo, che segue e accompagna la composizione delle discipline e degli ambiti delle res cartesiane, è prodotta rilevando nella natura organica i tratti propri della natura umana, immanenti rispetto alla natura fisica, e riconducendoli alle categorie di una deduzione trascendentale connessa al rapporto che ogni corpo e ogni organismo vivente ha con lo spazio, con il proprio contorno e con l'esterno.

Riunendo l'ente umano si produce un'immagine tutt'altro che stabile della natura umana. Plessner, spiega Rasini, vede nei corpi una struttura duplice composta da un centro e un esterno, e deduce che il vivente, in quanto organismo, è caratterizzato dalla partecipazione attiva alla realizzazione del limite che divide queste sue due parti. Il passaggio di forze verso il polo centrale cui rimandano le proprietà di ogni corpo urta contro il passaggio di forze verso l'esterno, proprie di ogni organismo; e nell'attrito generato dall'urto il limite del vivente si realizza.

La duplicità di forze propria di ogni organismo è un elemento essenziale, nell'uomo, alla duplicazione della posizione del suo corpo. L'elemento per il quale l'uomo si colloca ad un grado ulteriore rispetto agli altri organismi viventi, però, è la facoltà di riflettere. Mediante la riflessione, infatti, ogni uomo può essere presente a se stesso nella coscienza, prendendo distanza da sé e innalzando al di sopra della propria corporeità il proprio organismo, come soggetto. In quanto «soggetto della propria corporeità» e «io della propria soggettività», l'uomo «si trova al centro della propria esistenza, conosce la posizione che occupa ed è perciò oltre il centro stesso in cui si colloca, proiettato al di là di sé» (p. 98); e da questo sorge una triplice determinazione posizionale: l'uomo «è corpo (ente materiale naturale), è nel corpo (come vita interiore o anima) ed è fuori dal corpo, come il punto di vista a partire dal quale si danno quelle due determinazioni» (p. 99). L'unità della natura umana è, perciò, uno iato. L'uomo, in breve, è tale poiché si fa esterno a sé: la sua posizione è essenzialmente eccentrica.

L'opera di Plessner si articola attorno ad un pensiero ibrido e nuovo che riesce a tenere unite parti distanti di teorie diverse. Dalla lettura de L'eccentrico si può comprendere che Plessner non ha solo aperto possibilità preziose per la ricerca sull'uomo e dell'uomo, con il suo lavoro, ma ha mostrato un'altra via per tutte le scienze. Egli evitava matematizzazione e geometrizzazione pur facendo del rapporto col tempo e con lo spazio relazioni essenziali, diffidava dell'antropocentrismo nonostante cercasse un fondamento per la differenza specifica della natura umana, si opponeva al riduzionismo meccanicistico mentre riconosceva indiscutibile utilità e affidabilità ai risultati delle scienze quantitative. Nel lavoro di Plessner filosofia e scienza si compenetrano e si riempiono vicendevolmente di senso.

Se si volesse accusare Plessner di aver artefatto l'uomo, la sua forma naturale, per adeguarlo alle sue velleità di pensatore, per assecondare i suoi capricci di teoreta, si ricordi che «all'uomo, con il suo tipo d'esistenza, si impone di condurre la vita che vive, cioè di fare ciò che egli è»; e dunque «in ragione della sua forma di esistenza, egli è per natura artificiale» (p. 101 e 102).