La cronologia cosmica di H.P. Lovecraft

La cronologia cosmica di H.P. Lovecraft

 

di Beatrice Barone

 

«Non è morto ciò che in eterno può attendere e in strani eoni anche la morte può morire» (Necronomicon)

 

 

Howard Phillips Lovecraft, “il solitario di Providence”, per tutta la vita tentò, attraverso i suoi saggi, i suoi racconti e soprattutto tramite gli innumerevoli carteggi, di descrivere un cosmo totalmente estraneo all’umanità e ad essa indifferente. Nato a Providence nel 1890, trascorse un’infanzia infelice e solitaria nella biblioteca del nonno materno, fra antichi testi letterari e scientifici. Per questo caratterizzò la sua scrittura con uno stile arcaico e raffinato. Le sue prime imprese letterarie sono legate alla scienza e in particolar modo all’astronomia. Infatuato delle opere dell’universo onirico di Lord Dunsany, alle quali si ispirano i primi racconti pubblicati su riviste amatoriali, come ad esempio The Nameless City del 1921. Iniziò però presto a distaccarsi da questo stile, incominciando a scrivere racconti nel campo del terror tale, che verranno pubblicati sulle prime riviste popolari del fantastico come la famosa Weird Tales.

Nell’opera di Lovecraft inizia così ad intravedersi un progetto, mai del tutto definito e schematizzato, nel quale incubi e frammentarie rivelazioni portano alla scoperta di un’altra realtà, nascosta ma presente nel mondo in luoghi familiari, come nel New England a lui così caro. Gli orrori di Lovecraft si alimentano in un paesaggio apparentemente tranquillo, spesso rurale, oppure si celano in piccole città di provincia, insignificanti ma capaci di far rabbrividire gli sventurati viaggiatori che si trovano a transitare in quei luoghi maledetti. La geografia di Lovecraft si compone di città come Arkham, Innsmouth e Dunwich che non hanno un corrispondente reale ma che rappresentano il lato oscuro delle tranquille cittadine nella Nuova Inghilterra, nella quale lo scrittore passerà la maggior parte della sua vita e vi morirà il 15 marzo del 1937.

 

A partire dal breve racconto The Nameless city inizia a comporsi quello che verrà chiamato il ciclo dei Grandi Antichi (o Ancient Ones), esseri venuti dallo spazio più profondo che in tempi  remoti popolavano e dominavano la Terra e, in seguito al loro declino, attendono in luoghi remoti la possibilità di un ritorno. Lovecraft inizia così ad ampliare la sua mitologia cosmica, creando la divinità che risiede al centro dell’universo, Azathoth, e il suo emissario Nyarlathotep, incaricato di annunciare nei vari mondi l’avvento del caos. Oppure Yog- Sothoth, che simboleggia la realtà come un’unità e il grande sacerdote Cthulhu, che riposa nella città sommersa di R’lyeh, in attesa di un prossimo risveglio (dal racconto The Call of Cthulhu del 1926). Proprio in questo racconto e nel successivo At the Mountains of Madness del 1931 Lovecraft esporrà la cronologia di queste entità cosmiche, a partire dal loro avvento sulla Terra e nei suoi successivi sviluppi.

 

The Call of Cthulhu narra la vicenda di un giovane che entra in possesso dei manoscritti di un prozio, George Gammell Angell, emerito professore alla Brown University. Nei manoscritti è narrata l’intricata vicenda che ha portato il prozio alla scoperta del culto di Cthulhu, di un suo manufatto e alle orribili rivelazioni del risveglio del Grande Cthulhu da parte di un marinaio norvegese. Il testo comprende molti riferimenti alla teosofia, secondo la quale il ciclo cosmico e la sua cronologia, soprattutto riferita alle civiltà umane, sarebbero immensamente più grandi rispetto agli studi compiuti nell’Ottocento. La teoria delle cinque razze, che si sarebbero susseguite nel corso dei millenni, ha permesso a Lovecraft di alludere a “strane sopravvivenze”  appartenenti a ere passate e a far intendere la nostra razza solamente come un episodio transitorio, privo del valore attribuitogli dall’antropocentrismo. L’idolo trovato dal professore presentava delle iscrizioni sconosciute e «centinaia e perfino migliaia d’anni sembravano segnati sulla superficie offuscata e verdastra » (Il richiamo di Cthulhu, 1994;p. 13). Il materiale e la fattura appartenevano a «qualcosa di orribilmente remoto e distinto dal genere umano», alludendo ad «antichi ed empi cicli di vita, di cui il nostro mondo e le nostre concezioni non facevano parte» (p. 14). Un altro manufatto della stessa fattura viene trovato durante uno strano rito nelle paludi di New Orleans: i meticci che lo adoravano assieme ai «Grandi Antichi, che vivevano da secoli prima della nascita dell’umanità e che erano scesi sul giovane pianeta dal cielo» (p. 18). Quindi antiche divinità o esseri cosmici provenienti dallo spazio, tema che a partire dal Novecento interesserà moltissimo gli studiosi di pseudoscienza, che riterranno la vita e le opere di civiltà antiche opera dell’influsso di extraterrestri ( per esempio nel testo Chariots of the Gods di Erich von Daniken, del 1968). Anche Lovecraft riteneva, nel suo At the Mountains of Madness, che questi esseri cosmici avessero creato le prime forme di vita sul nostro pianeta. Gli Antichi in seguito sono “morti” ma in sogno hanno insegnato all’uomo il loro culto. Sulla terra sono rimasti i segni del loro dominio, come per esempio resti di grandi città e «sotto forma di pietre ciclopiche sulle isole del Pacifico» (p. 19). Proprio sotto le acque di questo oceano giace la perduta città di R’lyeh, con le sue architetture ciclopiche dalla superficie verdastra e dalle geometrie non euclidee, dove da innumerevoli milioni di anni riposa il grande sacerdote Cthulhu, in attesa di essere risvegliato dagli adepti degenerati della sua setta, «quando le stelle saranno nella giusta configurazione» (p. 18-19). Nel racconto, infatti, tra marzo e aprile del 1925 un terremoto riporta l’isola in superficie e uno sfortunato gruppo di marinai giunge sull’isola, assistendo al risveglio di Cthulhu, «una montagna che camminava o barcollava» (p. 31). L’unico superstite scriverà le sue memorie nel manoscritto di cui entrerà in possesso il giovane protagonista, che verrà così a conoscenza degli orrori che si celano nel nostro mondo e dell’esistenza dei Grandi Antichi e del loro culto profano.

 

At the Mountains of Madness è uno dei pochi romanzi scritti da Lovecraft, vista la prevalenza dei racconti brevi, i quali erano spesso ispirati a sogni e incubi notturni dell’autore. In questa avventura, ambientata nel 1930 ma scritta nel 1931, un gruppo di scienziati e professori della Miskatonic University organizzano una spedizione in Antartide, ancora definito “grande continente sconosciuto”. La Miskatonic University, inventata da Lovecraft e collocata nella città di Arkham, è una delle colonne portanti nella complessa opera dello scrittore: molti professori e studenti di questa università si sono imbattuti in orrori cosmici e molte opere, tra cui l’antico Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alhazred, sono contenute all’interno della sua biblioteca. Lovecraft costellò infatti i suoi racconti di documenti e frammenti di testi che riportavano in modo spesso incomprensibile il culto e la sapienza degli Antichi.  L’obiettivo della missione al Polo Sud è quello di prelevare campioni di materiale degli strati precambriani, per una conoscenza più approfondita del passato del nostro pianeta. Si riteneva infatti che «un tempo quel continente brulicasse di vita vegetale e animale» (Tutti i racconti 1931-1936;1997; p.11). La spedizione incomincia con un ritrovamento enigmatico: un’impronta rinvenuta nell’ardesia che però contiene «incongruenze in merito alla natura e al periodo geologico di provenienza» (p.16-17). Fin dalle prime pagine di questo romanzo appare quindi il tema dell’allungamento del tempo e della cronologia tradizionale. L’organismo che ha lasciato l’impronta è infatti un organismo stranamente evoluto per appartenere al periodo cambriano. L’eccezionalità della scoperta consiste infatti nel ritrovamento delle prove della sua esistenza in «quei frammenti (…) che dovevano avere tra i cinquecento e i mille milioni di anni» (p. 18): una scoperta incredibile, se messa a confronto con la data della comparsa dei primi ominidi, circa 4,5 milioni di anni fa, secondo i ritrovamenti di scheletri alla fine dell’Ottocento e proprio durante gli anni in cui scriveva Lovecraft. Anche la geografia tradizionale è messa in crisi nel paesaggio inquietante «per la sua immensità bianca» (p. 20): viene infatti scoperta una catena montuosa immensa, “le Montagne della Follia”, con cime che «superano ampiamente i diecimila metri» (p. 20). Gli scienziati scoprono anche una grotta risalente a 50 milioni di anni fa, con scheletri e resti animali appartenenti a epoche diverse : sembrava infatti che ci fosse «in quella parte del pianeta (…) una sorprendente continuità tra le specie risalenti a 300 milioni e a quelle datate 30 milioni di anni fa» (p. 24-25) . Le impronte nell’ardesia rimangono la scoperta più eccezionali e, con ulteriori indagini, vengono attribuite ad un periodo di circa 600 milioni di anni, al periodo Comanciano. «Ciò fornirà alla biologia ciò che Einstein ha apportato alla matematica e alla fisica (…) sembra che la terra abbia visto un intero ciclo o più cicli di vita organica precedenti agli organismi monocellulari dell’era archeozoica (…) sviluppata non meno di un miliardo di anni fa, quando il pianeta era giovane e inabitabile» (p. 26-27) per qualsiasi forma di vita conosciuta. Sempre nella grotta sono rinvenuti quattordici esemplari di “fossili” di forma cilindrica e radiale, abnormi. Ricordano i «leggendari Esseri Antichi, raccontati nel Necronomicon» (p. 27), di cui il protagonista aveva letto il manoscritto contenuto proprio nella biblioteca dell’università. Un esemplare viene sezionato e uno degli scienziati afferma che «si sarebbe dovuta riscrivere tutta la biologia, perché quell’essere era il prodotto dello sviluppo di cellule sconosciute alla scienza» (p. 31-32). Il momento di euforia viene però interrotto bruscamente: il campo viene spazzato via e tutti gli scienziati uccisi, dagli stessi esseri “stellati” che erano ibernati da milioni di anni. Un altro gruppo, per capire meglio le dinamiche dell’ incidente, organizza l’esplorazione dell’area vicino alla grotta, un enorme tavolato nel quale tutto l’orrore cosmico dell’universo di Lovecraft si manifesta: una sterminata città appartenente ad epoche antichissime, «al cui confronto Atlantide e Lemuria possono dirsi eventi di epoche recenti» (p. 57), si presenta agli occhi increduli dei due spettatori che, tramite fregi e bassorilievi, vengono a conoscenza della storia di quella civiltà. Dalle stelle queste creature dotate di ali sono arrivate sul pianeta e prima si sono stabilite nelle profondità marine, dove hanno creato le prime forme di vita, assieme ai loro schiavi, gli Shoggoth. Il loro organismo nel corso di milioni di anni si è degenerato e sono stati costretti a vivere sulla terra ferma. L’arrivo di altre creature cosmiche (gli Cthulhu e i Mi-go, di cui si parla nel Necronomicon e nei Manoscritti Pnakonici) ha portato dei conflitti, in quanto quegli esseri erano composti da una materia estranea e appartenevano ad un diverso spazio temporale. In seguito erano stati spazzati via dalla rivolta dei loro schiavi, che tutt’ora vivono nei bastioni e nelle costruzioni cubiche. dell’altopiano.

 

In questo romanzo Lovecraft presenta per la prima volta in maniera organica la cronologia dei Grandi Antichi, collocati in una scala temporale incredibilmente antica, nella quale l’uomo occupa uno spazio infinitamente piccolo e insignificante. «La nostra razza umana non è che un incidente triviale nella storia della creazione» (Howard Phillips Lovecraft,1979; p. 3) scrive ad un gruppo di amici l’8 agosto 1916: gli Ancient Ones rappresentano «il cieco terrore dell’individuo razionale posto di fronte ad un abisso cosmico» (p. 60-61), spaziale e temporale. 

 

 

Bibliografia

H. P. Lovecraft, Il richiamo di Cthulhu, Compagnia del fantastico, 1994

      Tutti i racconti 1931-1936, Oscar Mondadori, 1997

      Alle montagne della follia, Edizioni Clandestine,2011                                 G. de Turris e S. Fusco, Howard Phillips Lovecraft, Firenze, La Nuova Italia, 1979