MACHINA MUNDI

Andrea Albini  

MACHINA MUNDI: L'orologio Astronomico di Giovanni Dondi 

CreateSpace Independent Publishing Platform, 2013

ISBN-13: 978-1492752561 

pp. 154, € 12,36 prezzo Kindle € 4,66

 

di Maria Giulia Andretta

 

Quali furono le ragioni che spinsero Giovanni Dondi, medico patavino, a progettare e a realizzare un oggetto tanto particolare che finì con l’essere un vero e proprio strumento politico per i signori del Trecento? Per quale motivo oggetti analoghi al suo astrario non sono mai stati rivenuti su campanili e torri nelle piazze pubbliche, rimanendo confinati al ruolo di meri oggetti da collezione? L’ultimo lavoro di Andrea Albini, esperto di storia della scienza, della tecnica e delle idee, non è solo un semplice trattato su un particolare orologio astronomico medievale, ma rappresenta un saggio dettagliato e puntuale sulla singolare storia di questa particolare macchina.

Machina Mundi, titolo accattivante e iperbolico per le assonanze cartesiane,  ci riporta nella Padova accademica del Trecento, nello Studio dove prevalevano le dottrine di Aristotele e del suo commentatore Averroè. Qui un figlio d’arte come Giovanni Dondi, nonostante il percorso di studi medici intrapreso, scelse di seguire le orme del padre Jacopo, anch'egli medico e progettista dell’orologio che tutt’oggi si trova, dopo una serie numerosa di restauri e ricostruzioni, sull’omonima Torre in Piazza dei Signori a Padova. Albini mette in evidenza, in più occasioni, l’importanza che il percorso universitario in medicina ebbe su Dondi, tanto da rendere chiaro come questi non avrebbe potuto acquisire certe conoscenze tecniche se avesse scelto altri studi. L’iscrizione alla facoltà di medicina, infatti, gli permise di studiare le arti liberali del Trivium filosofico e del Quadrivium matematico, approfondendo in particolar modo l’aritmetica e la geometria, discipline utilizzate dai medici in campo astrologico. Dopo il conseguimento della laurea nel 1354 Giovanni Dondi si trasferì a Pavia per prestare servizio alla corte dei Visconti, dove ebbe modo di lavorare al suo grande progetto: la realizzazione di un orologio astronomico che chiamerà “astrario”, destinato alle sale della biblioteca del castello della città.

 

Nel suo progetto di universo meccanico, Giovanni Dondi intravide la possibilità di andare oltre la tecnica, caricando la sua creatura di una valenza filosofica (una ricerca di conciliazione tra dottrina aristotelica e tolemaica), e creando il suo astrario sul modello ideale del calendario tridimensionale del cosmo descritto nell’Almagesto. Albini evidenzia come l’interesse principale del medico astrologo sia quello di dimostrare attraverso un modello meccanico la coerenza del sistema Tolemaico e di mettere a disposizione degli esperti un facile strumento di lettura che potesse fornire tutte le indicazioni planetarie utili alla determinazione del tempo e alla compilazione di oroscopi, senza la necessità di tavole astronomiche e calcoli. La realizzazione dell’orologio astronomico iniziò probabilmente nel 1365 e tutta la costruzione venne documentata da Dondi stesso nel Tractatus astrarii, che nel corso del Novecento, a macchina ormai perduta, risveglierà l’interesse per l’astrario consentendone diverse fedeli ricostruzioni. La macchina, per la complessità del suo meccanismo di regolazione giornaliera, finì con l’essere sempre più inutilizzata. Dopo la breve permanenza milanese presso gli Sforza e il suo ritorno a Pavia se ne perdono le tracce, almeno fino al Settecento, quando Camille Falconet presenterà a Parigi una dissertazione di orologeria antica fondata in parte sugli scritti di Giovanni Dondi.

 

Albini documenta con rigore lo stato dell’arte del pensiero del tempo, quando l’astrologia, disciplina ormai cara ai medici al punto che i suoi rudimenti venivano insegnati nelle università, si fa spazio tra le altre scienze naturali proprio per la sua attitudine ad influenzare il potere politico. Era infatti nell’interesse di un nobile il conoscere in anticipo accadimenti, esiti di battaglie e missioni diplomatiche, oltre che ai temi astrali e genetliaci. Tuttavia, seppur consapevole delle potenzialità della sua macchina per oroscopi, nel Tractatus astrarii Dondi glisserà sempre sulle 'virtù' astrologiche della sua invenzione. Albini mette molta cura sia nel riportare le diffidenze e le critiche che vennero mosse a Dondi dai suoi contemporanei, anche da personaggi del calibro di Francesco Petrarca, sia nel segnalare gli interessi e la curiosità delle famiglie Visconti e Sforza, le quali, in più di un’occasione, affidarono ad esperti la lettura dell’astrario per fini politici.

 

Nel costruire il suo libro, Albini ripercorre in parte la storia dell’orologeria e racconta con chiaro intento divulgativo come i primi orologi pubblici fossero imprecisi e grossolani in quanto dividevano il giorno e la notte in 24 ore disuguali e a lunghezza variabile a seconda delle stagioni. Nel corso del Trecento le 24 ore diventano tutte uguali e gli orologi vengono impiegati per scandire i ritmi della giornata lavorativa e soprattutto per regolare la vita religiosa. Questa narrazione, come prologo documentato alla parte prettamente dedicata all’astrario, risulta necessaria e prepara alla vicenda di Giovanni Dondi. Risulta così del tutto chiaro il motivo per cui molti congegni vennero realizzati su commissione per i privati, spesso nobili signori interessati all’astrologia più che al mero utilitarismo di queste macchine per l’esclusiva scansione temporale. 

 

Nel Medioevo l’associazione dell’astronomia con l’astrologia è ancora molto forte e la Chiesa stessa prende in più occasioni posizione contro il ruolo sociale dell’astrologo, un divinatore interprete del destino divino in contrasto con la dottrina del libero arbitrio. Il testo coglie anche l’occasione di fare tuttavia chiarezza sull’opera di cristianizzazione dei classici, in particolare delle dottrine di Aristotele, documentando quella certa tolleranza da parte degli ambienti ecclesiastici verso l’idea che i cieli agiscano sul mondo attraverso influssi originati dalle stelle e dai pianeti, mezzi attraverso i quali Dio sceglie di influenzare la natura e l’uomo. 

 

Originale e appropriata è la scelta di Albini di inserire le note biografiche di Giovanni Dondi nel terzo capitolo, dopo aver già trattato la costruzione e la descrizione dell'astrario. Questa soluzione crea una certa curiosità e aspettativa nel corso della lettura e permette di apprezzare ancora di più il profilo particolare del medico astrologo. Una ricca appendice completa i contenuti, approfondendo tematiche accennate nel corso del testo quali i meccanismi di regolazione dell’orologio, la poesia degli orologi, dettagli tecnici sul modello cosmologico medievale e sulla pratica astrologica. Sono però le immagini che concludono il volume, tratte dal manoscritto del Tractatus astrarii Iohannis de Dondis conservato alla Biblioteca Capitolare di Padova, a lasciare una testimonianza suggestiva del lavoro meticoloso di Dondi, permettendo di apprezzare in modo completo tutto lo scritto. Non è un caso che alla fine della lettura il lettore si trovi spinto e incuriosito dalla straordinaria macchina planetaria al punto di avere voglia di poterla ammirare in una sua ricostruzione presso una delle istituzioni che ne hanno curato la ricostruzione. 

 

«[…] sarebbe ingeneroso e anacronistico includere Giovanni Dondi tra gli artefici e le vittime di un progresso dissennato. Egli visse in un periodo in cui scienza e tecnica non erano così legate e pervasive come lo sono oggi; un’epoca che ammirava il passato piuttosto che concentrarsi sul futuro, e che ufficialmente valutava più la salvezza eterna che il vantaggio materiale ora dominante. Certamente il medico padovano non fu privo di ambizioni e ne è prova la maniera con cui acquistò prestigio e considerazione presso i suoi protettori, esibendo una sorprendente macchina astrologica. Ma proprio il modo in cui riuscì a realizzare la sua idea, e dimostrare l’universo tolemaico con un modello meccanico che probabilmente interessava a pochi, è un esempio di quanto l’ingegnosità umana – se vuole – può essere libera dalle costrizioni sociali e dai limiti di ogni epoca» (p. 103).