ALLUCINAZIONI

Oliver Sacks
ALLUCINAZIONI
Milano: Adelfi, 2013
pp. 325, € 19.00
ISBN 9788845928093

di Matteo Rivetti

[…] È legittimo ravvisare in tutte quelle ardite stravaganze della metafisica, specialmente nelle sue risposte alla domanda sul valore dell’esistenza, in primo luogo e sempre i sintomi di determinati corpi […] Esse costituiscono tuttavia per lo storico e lo psicologo indici tanto più apprezzabili, in quanto sintomi, come si è detto, del corpo.
[Friedrich Nietzsche, Prefazione alla Seconda Edizione de La Gaia Scienza, trad. it. di Ferruccio Masini]

Al principio del Cinquecento, la parola ‘allucinazione’ indicava un vaneggiare, una mente errante. Solo negli anni Trenta dell’Ottocento Jean-Etienne Esquirol, psichiatra francese, diede al termine il significato attuale. In genere esse possono essere definite come «percetti che hanno origine in assenza di una qualsiasi realtà esterna», con tutte le varianti del caso.

Oliver Sacks, neurologo britannico, si propone di creare, con questo libro, una sorta di storia naturale, un’antologia delle allucinazioni, descritte primariamente dal punto di vista di chi le vive.

Le allucinazioni hanno sempre ricoperto un ruolo importante nella vita mentale e nella cultura dell’uomo, tant’è che è possibile denotare –spesso a ritroso– i rapporti di esse con l’arte, il folclore e la religione. Molte culture considerano le allucinazioni uno stato di coscienza privilegiato, mentre nella moderna cultura occidentale esse sono considerate spesso indice di follia o segnali di qualche patologia. Sacks sembra ammonirci di evitare atteggiamenti pregiudiziali e di indagare questi fenomeni quanto più obiettivamente possibile, confidando nella scienza e nel progresso della tecnica, con le quali è stato possibile in più casi indagare le parti del cervello direttamente responsabili dell’allucinazione, permettendo così anche una maggiore comprensione delle funzioni cerebrali. Ogni capitolo si snoda attorno a una tipologia diversa di allucinazione, da quelle dovute alle emicranie a quelle causate dalle droghe, dalle allucinazioni musicali agli arti fantasma. L’autore fa partire ogni indagine dalle sue esperienze personali e da casi clinici di cui fu testimone e non esita a lanciarsi in vari excursus storici e letterari sugli argomenti via via trattati.

Interessante è il rapporto che spesso ricorre tra le allucinazioni e il mondo letterario, nonché tra filosofia e studio delle allucinazioni, probabilmente uno degli aspetti che più concorrono a rendere piacevole una lettura che può risultare in certi punti disturbante, data la pesantezza –senza voler intendere tale termine in un’accezione negativa– dell’argomento. Passando ora a qualche esempio, Charles Bonnet, scopritore della sindrome che ora riporta il suo nome (CBS), fu influenzato dalla rivoluzionaria concezione della mente varata da John Locke nel Saggio sull’intelletto umano (1690), ovvero l’idea che essa, finché non riceve informazioni dai sensi, sia una tabula rasa. Bonnet attribuì le allucinazioni del nonno divenuto cieco, al persistere in quella che supponeva essere la parte visiva del cervello, di un’attività residua che attingeva dalla memoria quanto non poteva più ricavare dalla sensazione. La sindrome è attualmente definibile come un complesso di allucinazioni visive create dal cervello in reazione alla perdita della vista.

Anche l’allucinazione uditiva consistente nel «sentire voci» ha un passato significativo. Basti pensare che nell’antica Grecia coloro in grado di sentire voci avevano una grande importanza, dato che si trattava di una facoltà relazionata alla comunicazione con le divinità. Fino al Settecento si credeva che le voci fossero dovute a fattori soprannaturali, come dei o demoni. Fu solo verso la metà del Settecento, che grazie a filosofi e scienziati illuministi, le «voci» iniziarono ad essere riportate a basi fisiologiche, all’iperattività di alcuni centri del cervello. Le allucinazioni uditive sono associate all’attivazione di una rete che coinvolge la corteccia uditiva primaria del cervello, ma ancora molte indagini vanno eseguite per chiarificare tali fenomeni.

Prima di un attacco di emicrania è possibile avere la visione di un’aura emicranica con una caratteristica forma a zig-zag, spesso chiamata, nella sua specifica variante visiva, spettro di fortificazione, per la similitudine con il profilo delle tipiche fortezze medioevali. Questi fenomeni sono allucinazioni e hanno luogo a un livello cellulare elementare, al di sotto dell’esperienza personale. Le forme allucinatorie sono perciò universali dell’esperienza umana e la loro struttura di base resta invariata da persona a persona. Appurato ciò, afferma Sacks, è possibile ritrovare forme che richiamano fortemente i motivi emicranici nell’arte islamica, negli elementi decorativi dell’arte classica, in decorazioni di aborigeni australiani; praticamente in ogni cultura. Che queste primitive forme d’arte siano soltanto un tentativo di esternare in una dimensione artistica forme esperite interiormente? Sicuramente un punto di vista affascinante, quasi una sorta di universalità soggettiva kantiana, in cui la validità oggettiva è data da esperienze interiori comuni per ogni soggetto.

Ma anche più intrigante è il capitolo dedicato all’epilessia, il cosiddetto «male sacro», come era noto a Ippocrate. Nell’antichità era considerato un disturbo di ispirazione divina, quando in realtà è dovuto all’insorgenza improvvisa di una scarica elettrica anomala nel cervello. L’epilessia può essere correlata da sintomi visivi. Curioso il caso di Dostoevskij, che scrive che prima di ogni crisi sperimentava sensazioni di felicità assoluta, insostituibili con qualsiasi altro piacere. Il neurologo Norman Geschwind osservò l’interesse sempre più ossessivo dello scrittore per la moralità, ma soprattutto un enorme interesse per la religione. Tutto ciò venne definito sindrome da personalità interictale (oggi sindrome di Geschwind) e colpisce alcuni epilettici, provocando un improvviso fervore religioso o insolite passioni musicali o artistiche. Furono condotti addirittura studi sulla figura di Giovanna d’Arco e si ipotizza che le sue visioni fossero causate da epilessia al lobo temporale. Il fatto che chi sperimenta tali crisi sia smosso proprio sul sentimento religioso, indica che forse anche il senso del sacro, la dimensione mistica, possa avere una base biologica naturale. Qui Sacks si spinge molto in là con la sua indagine, toccando argomenti fondamentali e delicati per gli uomini, ma non difende mai tali affermazioni in modo fanatico, anzi, le espone come pure ipotesi spassionate, mantenendo un atteggiamento più da filosofo aperto alle varie declinazioni del sapere, che da scienziato pronto a fare della scienza un dogma.

Nel 1858, Alfred Russell Wallace, coscopritore assieme a Darwin della teoria delle selezione naturale, scrisse di avere concepito all’improvviso durante un attacco di febbre malarica l’idea di base della selezione naturale. Tali visioni sono catalogate da Sacks sotto la categoria delle allucinazioni dovute a delirium, stati di coscienza alterati da febbre o altri disturbi fisici che possono alterare la chimica ematica.

Le allucinazioni ipnopompiche sono invece quelle che possono presentarsi al momento del risveglio dal sonno e sono spesso viste a occhi aperti e proiettate nello spazio esterno, risultando reali. Fu F. W. H. Myers, poeta e classicista inglese affascinato dalla psicologia, a introdurre nel 1901 il termine «ipnopompico». Myers fu membro fondatore della Society for Psychical Research e scrisse di eventi soprannaturali, fantasmi, apparizioni, ritenendo che tali avvenimenti si verificassero primariamente in stati ipnopompici. Tuttavia egli credeva fermamente a un regno spirituale al quale l’uomo poteva fare accesso in particolari momenti, come il sogno, gli stati di trance e gli stati ipnopompici appunto. L’autore di Allucinazioni si chiede allora quanto l’idea popolare di mostri, spiriti e fantasmi possa essere scaturita da queste visioni, che pur avendo una base fisiologica reale possono facilmente rinforzare credenze soprannaturali.

Ma questi sono solo alcuni dei passi in cui Oliver Sacks fa constatare quanto sia elevato il rapporto tra questa dimensione visiva interiore e la storia del pensiero. Avremmo potuto raccontare anche del punto di vista dello scrittore sull’ultimo Wittgenstein, che muove dalla certezza del corpo come agentività incarnata, e di come tali idee possano essere sorte dal confronto con il problema del braccio fantasma del fratello, o di come William James capì che i medium e i veggenti non erano ciarlatani o mentitori, bensì persone in grado di raggiungere stati mentali di trance grazie a pratiche quali l’autoipnosi, gli esercizi spirituali o le danze estatiche. Gli spunti insomma sono parecchi e la narrazione sa essere avvincente, se consideriamo che in fondo Allucinazioni è più paragonabile a un trattato che a un’opera di narrativa. Ma è effettivamente questa capacità di divulgazione che rende i casi via via esaminati più simili a racconti che a meri resoconti e così facendo concorre a coinvolgere il lettore e a creare, in fondo, un punto di vista differente su molte materie, dall’arte alla religione alla scienza.