IL CORTIGIANO E L’ERETICO

Matthew Stewart

IL CORTIGIANO E L’ERETICO Leibniz, Spinoza e il destino di Dio nel mondo moderno

Milano: Feltrinelli, 2013

pp. 326, euro 12.00

ISBN: 9788807882777

 

di Andrea Germani

 

 

Il 18 novembre 1676 un giovane cortigiano si apprestava a percorrere i canali che separavano la sua carrozza, che da giorni macinava chilometri, dalla casa di un famoso eretico. Quel giovane cortigiano, piccolo e di aspetto poco gradevole, colpito sin da giovane da una forte miopia che lo costringeva ad avvicinarsi ai fogli in cui stava leggendo fino a sfiorarli con il naso, era la futura promessa della giurisprudenza, della scienza e della diplomazia tedesca, o almeno tale credeva di essere. Come ci dice Stewart «aveva trent’anni e si avviava a rivendicare il titolo di ultimo genio universale d’Europa» (p. 9). Si era già fatto notare per la sua spiccata conoscenza della lingua latina, della giurisprudenza e della matematica e aveva numerosi progetti in cantiere da proporre alle corti e alle associazioni scientifiche di tutta Europa. L’altro, l’eretico, non aveva prospettive tanto rosee per il suo futuro, soprattutto in quel periodo della sua vita. Pochi anni prima aveva assistito alla morte di un caro amico massacrato da una folla inferocita che avrebbe fatto a pezzi anche lui se non fosse riuscito a sottrarsi prima. A ciò si aggiungevano forti problemi polmonari e una salute cagionevole che avrebbero reso difficili gli ultimi mesi della sua vita.

Il cortigiano era un giovane tedesco promettente, originario di Lipsia, che sosteneva di avere fatto delle scoperte sensazionali nel campo delle scienze e delle tecniche. Girava l’Europa in lungo e in largo, aveva avuto contatti con personaggi di spicco fra cui: l’elettore di Magonza Von Schonborn, Henry Oldenburg e altri membri della Royal Society che gli avevano promesso accoglienza nella cerchia di scienziati «in forza della sua promessa di fornire alla Society una versione definitiva della macchina calcolatrice» (p. 128) prototipo su cui lavorava da tempo. Ma non solo, anche i duchi di Hannover, che continuavano a pregarlo di accettare il posto a corte offertogli, e, indirettamente, le Roi Soleil Luigi XIV che aveva risposto in modo sarcastico a una sua proposta di fare una campagna militare in Egitto. Tale campagna sarà, più di un secolo dopo, uno dei cavalli di battaglia di Napoleone Bonaparte. Il giovane cortigiano era un intellettuale abile e produttivo, Diderot arrivò a dire che chiunque confronta i propri talenti con i suoi «è tentato di gettare via i propri libri e di andare a morire in pace nelle profondità di qualche angolo buio» (p. 10). Nel campo delle scienze il cortigiano divenne famoso per la sua disputa sul calcolo infinitesimale, o meglio sulla paternità di tale scoperta, con Isaac Newton quando scoprì che il docente di Cambridge era giunto «alla stessa scoperta dieci anni prima» (p. 138). Il cortigiano fremeva dalla voglia di farsi contatti in alto che gli permettessero di avere un giusto ruolo sociale, e i giusti mezzi economici, per portare avanti i suoi fecondi studi. Era convinto di essere un grande inventore, e un piccolo genio, e la sua foga di trovare un posto di lavoro stabile è stata interpretata come una «affannosa ricerca di altro denaro e di maggiore sicurezza» (p. 135). Il suo nome era Gottfried Leibniz.

 

L’eretico, al contrario, non aveva mai goduto di tanta stima e non aveva mai avuto tanti contatti con personaggi di così alto rango, aveva passato la totalità della sua vita nelle province olandesi spostandosi da una città all’altra ogni qualvolta tirasse per lui cattiva aria. Inutile dire che non avesse mai avuto nemmeno un posto di spicco nella società borghese in ascesa, aveva dovuto impegnarsi a fabbricare lenti per vivere dignitosamente. Era nato ad Amsterdam da mercanti portoghesi marrani (ebrei convertiti forzatamente al cattolicesimo) e aveva avuto non pochi problemi con i dottori della legge ebraica tanto da venire espulso dalla sinagoga portoghese di Amsterdam a soli 24 anni. Aveva qualche amico ma tanti nemici, qualcuno di loro si limitava a definirlo «il più impudente dei mortali […] il più impudente impostore e ipocrita» (p. 96) qualcun altro andava più sul pesante e credeva che andasse «coperto di catene e fustigato con una verga» (p. 95). Il trattato che aveva pubblicato nel 1670 aveva provocato scandalo e indignazione e in tutte le province olandesi ci si guardava bene dall’avere contatti con lui o dal leggere, o peggio ancora pubblicare, i suoi libri. Poco dopo che morì nel 1677 partì dalle stanze vaticane una “caccia ai libri” dell’eretico che coinvolse ministri religiosi di ben tre diverse confessioni. «Sui canali di Amsterdam in quei giorni, parrebbe, un visitatore avrebbe potuto scorgere il proverbiale battello con un rabbino, un ministro protestante e un prete cattolico» (p. 198). La posta in gioco era alta, se la sua opera postuma avesse visto la luce l’integrità morale delle terre olandesi sarebbe andata distrutta assieme alla fiducia nelle sacre scritture. Bisognava fermarlo, forse a quei ministri sarebbe andata meglio se quel folle che un giorno tentò di accoltellare l’eretico avesse colpito il suo addome piuttosto che la sua tunica. Ecco, lui è Baruch Spinoza.

 

Forse nessuno dei loro contemporanei, o forse solamente qualcuno di loro, si era reso conto che si trattasse di un incontro fondamentale per la storia della filosofia e del libero pensiero. Non c’è ragione per dubitare che quello fu l’incontro fra i due maggiori filosofi del seicento. Matthew Stewart descrive così il momento in cui i due ebbero l’occasione di discutere faccia a faccia per la prima volta dopo mesi di una lunga e segreta corrispondenza. «Nel Paviljoensgracht, due uomini sono impegnati in un’accanita discussione, seduti accanto a un tavolino di legno. Uno è giovane, pieno di energia, vestito alla moda; sulla sua fronte incombe la parrucca che costituisce il suo segno distintivo, forse spinta un po’ fuori rotta dai venti di novembre. L’altro è più avanti negli anni, indossa una semplice camicia, e tossisce troppo spesso in uno dei suoi cinque fazzoletti […]. Era questa, presumibilmente, la scena quando Leibniz e Spinoza si incontrarono all’Aja nel 1676» (p. 179). Spinoza non lasciò alcun documento scritto relativo all’incontro mentre Leibniz si impegnò a evitare l’argomento laddove fosse possibile bollando il loro rendez vous come un incontro di poche ore in cui si limitarono a scambiarsi «aneddoti sulle vicende di questi giorni» (p. 12). Sappiamo in realtà che Leibniz si fermò per almeno tre giorni all’Aia e che scalpitasse dall’eccitazione prima di raggiungere il filosofo determinista che stava suscitando scalpore e sdegno in tutta Europa. Leibniz, per non finire vittima dei pregiudizi che circolavano su Spinoza e sui presunti spinozisti, fu costretto a nascondere l’ammirazione che nutriva per l’eretico olandese. In una lettera al Professore di Utrecht Graevius, in merito al Tractatus Theologico Politicus scrisse che si stupiva di come «un uomo di così evidente erudizione sia potuto cadere così in basso» (p. 100). In altre lettere Leibniz si trovò a doversi difendere dall’accusa di fare da scudo al filosofo olandese, «costui propone una critica, dotta, ma sicuramente piena di veleno contro […] l’autorità delle Sacre Scritture.» (p. 103). Un Leibniz dotato di “due volti” dunque, così come recita il titolo del capitolo dedicato alla questione, innamorato degli scritti di Spinoza e curioso di conoscere e dialogare con il loro autore, che si trova costretto a nascondere questa sua passione e a legittimare pubblicamente la punizione da infliggere allo “ebreo ateo”, come veniva dispregiativamente chiamato Spinoza.

 

 

Matthew Stewart in questo libro ripercorre la progressiva costruzione del sistema filosofico dei due contornando il tutto con un’accurata descrizione biografica dei personaggi e del contesto storico in cui vissero. Quelli furono gli anni della sanguinosa guerra dei trent’anni, dell’invasione francese dell’Olanda e delle guerre di religione, inutile dire che i personaggi del libro vissero in un periodo difficile per la libertà di pensiero e di espressione. Nonostante la lunga emarginazione sociale che Spinoza subì e le difficoltà incontrate da Leibniz per giustificare il suo lungo viaggio a nord i due riuscirono a incontrarsi, conoscersi e discutere e a contribuire al progressivo riconoscimento delle libertà individuali, in particolar modo la libertà di filosofare. Leibniz visse altri quaranta anni dopo il fatidico incontro e come ci dice Stewart «Gli attuali dibattiti sulla separazione tra chiesa e stato, sullo scontro di civiltà e sulla teoria della selezione naturale […] sono tutti sviluppi della discussione che prese avvio nel novembre 1676» (p. 14). Rimane solo da immaginare dove saremmo oggi se i due avessero potuto incontrarsi pubblicamente.