STORIA CULTURALE DEL CLIMA

Wolfgang Behringer

STORIA CULTURALE DEL CLIMA

Torino, BollatiBoringhieri, 2013

pp.349, € 26.00

ISBN 978-88-339-2380-2

 

di Edoardo D’Elia

 

Elenco incompleto degli effetti positivi che può avere un inverno atipicamente caldo, come quello che stiamo vivendo, nella parte di mondo che occupiamo: minore utilizzo del riscaldamento domestico con conseguente abbassamento del consumo di energia e quindi minore inquinamento; vita sociale meno costipata, il progresso tecnologico è per buona parte lotta contro i disagi, se diminuiranno i disagi, passeremo meno tempo a lottare; meno traumi dovuti al ghiaccio, meno sistemi immunitari storditi e assideramenti notturni (sia umani che animali); con ogni probabilità, sensibile diminuzione della vendita degli psicotropi antidepressivi; diffusione, se il caldo persiste negli anni, di un’enorme quantità di specie animali nelle zone ora svantaggiate dal freddo perenne.

Si dovrebbe ora procedere al confronto con l’elenco degli effetti negativi del Global Warming, per poi decidere che provvedimenti prendere e con quanta urgenza. Il punto, secondo Behringer, storico tedesco esperto di processi alle streghe in Germania nella prima modernità, è capire se i provvedimenti che possiamo prendere noi sono sufficienti per impedire il riscaldamento globale o se noi possiamo solo limitarci ad evitare di aggravare la situazione e prepararci ad affrontare l’inesorabile innalzamento delle temperature. Ovvero, se le cause del riscaldamento sono esclusivamente di origine antropica o se lo sono solo in parte: «oggi disponiamo di indizi e modelli di calcolo sufficienti a farci ritenere che sia il Riscaldamento globale, sia la sua natura antropica siano “molto verosimili”. Più difficile è stabilire fino a che punto la componente antropica incida sul Global Warming» (p. 17).

 

Al centro del dibattito c’è la teoria del “bastone da hockey”, uno studio sul riscaldamento globale negli ultimi seicento anni presentato per la prima volta nel 1998 dai climatologi americani Mann, Bradley e Huges, i quali sostenevano che gli anni Novanta sono stati i più caldi dell’intero periodo considerato e che il riscaldamento era interamente antropogenetico, dovuto cioè ai gas serra prodotti dall’uomo. Il risultato dello studio è una lunga curva climatica abbastanza regolare, senza grossi strappi, fino a all’impennata improvvisa alla fine del XX secolo. Il diagramma così composto assomiglia, appunto, ad un bastone da hockey visto in orizzontale. Lo studio non suscitò grandi sorprese, né destò particolari controversie. Senonché, circa due anni dopo, i tre studiosi prolungarono all’indietro di quattro secoli l’asse del tempo del loro diagramma, includendo così anche l’optimum climatico del Basso Medioevo, una delle epoche più calde del passato recente.

 

«L’idea di un Interglaciale medievale non piace ai sostenitori del bastone da hockey, poiché sembra indebolire la tesi del riscaldamento antropogenico della fine del XX secolo. Se nel XII secolo, senza intervento dell’uomo, faceva più caldo che in piena età industriale, perché il riscaldamento dei giorni nostri non dovrebbe anch’esso avere delle cause «naturali»? (p. 108). Secondo Behringer, è molto difficile negare l’Interglaciale del Basso Medioevo, soprattutto se si studiano le fonti storiche, attraverso le quali si possono ricostruire, con un’accuratezza non trascurabile, le condizioni climatiche del tempo. Ad esempio: nel gennaio del 1187 a Strasburgo gli alberi fiorirono; a Norimberga nel 1022, secondo alcune cronache del tempo, gli uomini «languivano per strada e morivano soffocati dalla calura» (p. 110); durante il Basso Medioevo in Germania si produceva vino anche molto più a Nord rispetto alle tradizionali zone di coltivazione, il che significa che le gelate notturne furono molto rare e d’estate l’insolazione fu abbastanza lunga.

 

Nel 1135 la portata del Danubio fu talmente bassa che il grande fiume si poteva attraversare a piedi, le autorità di Ratisbona colsero al volo l'opportunità e fecero gettare le fondamenta del Ponte di Pietra. Senza quella secca, il Ponte di Pietra sarebbe stato costruito più tardi e la rosticceria di salsicce che fu aperta lì di fronte per sfamare gli operai, e che è ancora oggi in attività, non si vanterebbe di essere la più antica al mondo. Perfino la contestualizzazione storica delle salsicce arrostite è significativa per studiare il clima del passato. «L’esperienza ci dice che è redditizio combinare i metodi storici con quelli propri delle scienze naturali. La storia culturale del clima ci insegna che il clima è sempre stato in trasformazione e che la società ha sempre dovuto farvi fronte» (p. 289).

 

Se consideriamo, con Behirnger, che l’Interglaciale medievale è storicamente dimostrabile e che è anzi solo una delle forti oscillazioni climatiche nella storia del nostro pianeta, il riscaldamento globale a cui stiamo andando incontro apparirà meno spaventoso e ingestibile. I precedenti storici ci informano che la società umana ha sempre reagito ai cambiamenti climatici e «che il tipo di reazione prodotta è dipeso più dalla cultura umana, con i suoi modelli interpretativi, che non dai dati misurati» (p. 8). Gli scenari apocalittici, come la fede cieca nei dati scientifici, sono controproducenti, «sia perché la scienza non è quasi mai in grado di raggiungere la sicurezza assoluta» (p. 17), sia perché nessuno sarà mai capace di prevedere il futuro. Behringer ricorda più volte, nella speranza che serva da monito, che negli anni Sessanta fu previsto un Global Cooling. Suona assurdo, ma in seguito all’evoluzione del clima di quegli anni, sorse la paura che si andasse incontro a una glaciazione. Questo a riprova che la cautela è fondamentale. Oggi una cosa la sappiamo per certo: un eccessivo innalzamento della temperatura non è sostenibile. Il problema su cui concentrarsi è dunque: non contribuire al riscaldamento dell’atmosfera bruciando sconsideratamente ogni cosa che produce CO2 e prepararsi a un “verosimile” grande cambiamento.

 

«Il parolone “protezione dell’ambiente” serve solo a nascondere la paura di fronte al cambiamento» (p. 283). Bisogna intendersi su cosa si vuole proteggere. La terra esiste da molto prima di noi e, con ogni probabilità, continuerà ad esistere indipendentemente da noi. Forse si intende salvaguardare il nostro clima, il nostro ambiente, un’atmosfera che rimanga accogliente per noi umani e per le specie animali che siamo abituati ad avere intorno. Ma prima o poi il sistema evolve. Behringer pone l’attenzione sulle metafore fuorvianti che spesso si usano durante il dibattito sul clima. Quando si parla di “peccato contro l’ambiente”, metafora religiosa, non si sa di preciso a cosa ci si riferisce, una definizione scientifica di un tale peccato non si trova nemmeno nelle pubblicazioni che recano tale espressione nel titolo: «Dal punto di vista teologico ogni trasgressione di un comandamento divino è un peccato, che come tale merita di essere punito. Nelle società antiche denunciare le infrazioni della legge era compito dei sacerdoti. Oggi sembra che tale compito sia stato assunto dai climatologi» (p. 276). Quando si parla di minaccia all’"equilibrio della natura”, non si capisce a quale equilibrio ci si riferisca. Da quando esiste la Terra il clima è sempre cambiato, l’interazione dei vari fattori è sempre un equilibrio. Da qui si arriva alla metafora medica: “la Terra è malata”. Così come per Galeno la buona salute consisteva in uno stato di equilibrio, oggi si ritiene la Terra malata per via di uno squilibrio dei suoi umori, il cui principale sintomo sarebbe la febbre alta. «Che una metafora come questa assomigli molto a una sciocchezza grossolana, non è sfuggito [...] “La comprensione dei fatti della scienza vive di immagini, paragoni, metafore. [...] Tuttavia ogni immagine comporta un pericolo. Le metafore possono essere incomplete, fuorvianti, esagerate e possono far trarre conclusioni sbagliate, o indurre a semplificare in maniera eccessiva”» (p. 278). 

 

Ogni cambiamento climatico ha delle conseguenze per la vita della Terra, «ma la natura non è un sistema morale.  [...]  Rispetto alla natura tutti i cambiamenti dell’ecosistema sono neutrali, perché ciò che danneggia una specie offre dei vantaggi a un’altra. Chi vorrebbe ergersi a giudice su questo?» (p. 282). Nessuno può farlo, come nessuno può sottrarsi al cambiamento. Si tratta solo di  richiamare all’ordine le confusioni mediatiche e gestire con giudizio critico, approfondito e molto cauto i dati e le informazioni. E «non lascia[re] l’interpretazione dei mutamenti climatici nelle mani di chi non sa nulla della storia della civiltà» (p. 289). 

 

Forti di non essere i primi uomini a cimentarsi con l’inatteso, accetteremo con più serenità l’inevitabile: se il mondo cambia, noi cambieremo con lui.