REPLICA DI SILVANO FUSO

Pubblichiamo con grande piacere la replica finale di Silvano Fuso, autore de La Falsa Scienza, al nostro dibattito a proposito del suo libro.
I due interventi precedenti: 
• 
L'Ipotesi Scientifica Come Forma d'Azzardo di F. Genco;

• Sfumature di Falsa Scienza di E. Bergianti.  

 

 

di Silvano Fuso

 

Innanzi tutto voglio ringraziare gli amici di Deckard per l’attenzione riservata al mio libro e per lo spazio offertomi sul loro sito. In particolare ringrazio Marco Ciardi per l’esauriente e benevola recensione ed Enrico Bergianti e Francesco Genco per le stimolanti osservazioni. Volentieri replico alle loro garbate e costruttive critiche.



La prima osservazione di Bergianti riguarda la scelta di alcuni contenuti. Come scrivo nell’introduzione al libro: 

 

Nel volume non verranno presi in considerazione quei casi che rientrano nelle normali dinamiche di trial and error tipiche della scienza, ma solamente alcuni episodi particolarmente clamorosi che rappresentano un’eccezione. Il confine è ovviamente piuttosto incerto e la scelta dei casi trattati è, in parte, inevitabilmente arbitraria, tuttavia la differenza, almeno in certi casi, è evidente.

 

Sono quindi consapevole della soggettività delle mie scelte e, vista l’incertezza del suddetto confine, capisco benissimo che altri avrebbero potuto fare scelte differenti.

 

Riguardo ai “neutrini superluminali”, è necessaria una precisazione. Nel momento in cui scrissi l’introduzione al libro, il “caso” era accaduto da pochissimo tempo. Le mie fonti di informazioni furono principalmente i comunicati stampa e le interviste rilasciate dai ricercatori coinvolti nel progetto OPERA. Inoltre era inevitabile leggere i numerosi articoli che la stampa generalista dedicò all’evento. All’epoca trovai piuttosto scorretto il modo in cui la stampa trattò l’argomento, a causa del gratuito e inopportuno sensazionalismo con il quale si annunciò dapprima la presunta scoperta e successivamente la sua smentita. Il comportamento dei ricercatori mi parve al contrario molto corretto. Devo però confessare che se dovessi riscrivere oggi l’introduzione al libro adotterei una posizione un po’ differente nei loro confronti. Come sanno bene gli storici, i fatti devono sedimentare per poter essere valutati in modo attendibile. Soprattutto però, qualche tempo dopo la pubblicazione del libro, ho avuto modo di parlare della vicenda con un fisico teorico, ricercatore presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso, che ha vissuto in prima persona l’intera vicenda. Il ricercatore mi ha svelato alcuni retroscena che mi inducono oggi a dare in buona parte ragione a Bergianti nel ritenere che il caso dei “neutrini più veloci della luce” potrebbe trovare posto a pieno titolo negli episodi di falsa scienza. L’abbaglio dei ricercatori, infatti, non derivò solamente da un semplice problema strumentale, ma vi era da tempo un diffuso e condiviso background teorico che aveva creato fortissime aspettative nei confronti del risultato che venne poi clamorosamente e imprudentemente annunciato. Il ricercatore con cui ho discusso ha parlato addirittura di “mode” diffuse nella fisica teorica che hanno pesantemente contribuito a creare le condizioni in cui l’abbaglio ha potuto originarsi. Un’ennesima dimostrazione, quindi, di come fattori sostanzialmente extrascientifici possano influenzare la ricerca.

 

Riguardo ai “canali di Marte” sono un po’ meno d’accordo con Bergianti. È vero che il povero Schiaparelli ebbe responsabilità ridotte. Io stesso nel libro affermo che:

 

Quando Schiaparelli parlò per la prima volta di canali di Marte non pensava affatto che queste strutture potessero essere opera di civiltà intelligenti.

 

Ed è anche vero che fu il clamore mediatico che si sviluppò a diffondere l’ipotesi dell’esistenza di una civiltà marziana. Però diversi ricercatori, primo fra tutti Percival Lowell, si lasciarono travolgere dal clamore mediatico, contribuendo in maniera consistente ad alimentarlo ulteriormente. Quindi vi fu un ruolo importante svolto dalla comunità scientifica e in questo senso, secondo me, si può legittimamente parlare di episodio di falsa scienza.

 

La credenza nell’esistenza dell’etere luminifero fu per molto tempo uno dei capisaldi della scienza ottocentesca. Uno dei suoi massimi esponenti, il grande fisico inglese sir William Thomson, barone di Kelvin, scrisse in proposito:

 

[…] This thing we call the luminiferous ether. That is the only substance we are confident of in dynamics. One thing we are sure of, and that is the reality and substantiality of the luminiferous ether. [1]

 

[tr.: “Questa cosa che noi chiamiamo etere luminifero. Questa è l’unica sostanza di cui noi siamo fiduciosi in dinamica. Una cosa di cui siamo certi è la realtà e la sostanzialità dell’etere luminifero”].

 

Eppure, se esaminiamo col senno di poi il concetto di etere ci rendiamo conto che era sostanzialmente un concetto “metafisico” che non aveva alcuna ragione di essere introdotto nella fisica. L’idea di etere era fondamentalmente generata da un diffuso pregiudizio, privo di fondamento: quello secondo il quale una qualsiasi vibrazione avrebbe avuto bisogno di un mezzo materiale per propagarsi. Oltretutto le caratteristiche fisiche che l’etere avrebbe dovuto possedere erano alquanto bizzarre e non trovavano riscontro in alcun materiale conosciuto: per questo era un’idea sostanzialmente metafisica, priva com’era di ogni riscontro empirico. L’ipotesi dell’esistenza dell’etere inoltre non era affatto necessaria e, in tal senso, essa violava il cosiddetto “rasoio di Occam”, secondo il quale «entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem». In quanto frutto di pregiudizi, quindi, secondo me essa rientra a pieno titolo nell’ambito della falsa scienza, anche se venne condivisa praticamente dalla totalità dei ricercatori dell’epoca. Forse è vero, come sostiene Bergianti, che fu un “errore utile”: qualche utilità la ebbe sicuramente. Però è altrettanto vero che rappresentò un notevole freno all’evoluzione di certi concetti che solamente dopo la sua caduta poterono liberamente svilupparsi.

Il discorso sulla teoria di Lamarck mi sembra invece profondamente diverso. L’idea dell’evoluzione degli esseri viventi rappresentò una fondamentale innovazione in biologia che riuscì, in tal modo, a liberarsi dai pregiudizi creazionisti. Ciò che risultò sbagliato era l’idea dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti. Tuttavia era legittimo da parte di Lamarck ipotizzarla, in assenza di evidenze contrarie. Nel momento in cui tali evidenze vennero trovate, ci si rese conto della necessità di abbandonare tale ipotesi. Tale processo è tipico della scienza normale e non della falsa scienza.

 

Condivido in larga misura le argomentazioni di Francesco A. Genco riguardo al modo in cui la scienza si evolve e al ruolo che in questo processo ha l’«azzardo» osato da alcuni ricercatori innovativi. Come giustamente sottolinea Genco, tuttavia, affinché un’ipotesi ardita diventi scientifica, essa “deve passare la prova della conferma empirica”. Conferma che, per sua natura, tuttavia non può mai essere definitiva. Addirittura per Popper anche le idee metafisiche possono rappresentare legittime idee ardite, ma per essere accettate in campo scientifico devono superare il controllo empirico (Popper cita a tale proposito l’idea di atomo, inizialmente metafisica e successivamente divenuta pilastro della scienza moderna). 

Se su questi temi mi trovo perfettamente d’accordo con Genco, mi sorprende alquanto quello che lui afferma riguardo al paranormale:

 

E forse più corretto considerare l’ambito dei fenomeni paranormali come una sfera che la scienza ancora non ha spiegato piuttosto che come ciò che diverge dal materiale scientifico quanto alla sua natura.

 

Il problema fondamentale, infatti, non è spiegare i fenomeni paranormali, ma accertare la loro esistenza. Se quest’ultima venisse dimostrata, avrebbe sicuramente senso inoltrarsi nell’affascinante ricerca di possibili spiegazioni. Ma, purtroppo, fino a oggi (dopo oltre 130 anni di studi da parte della comunità scientifica) nessuno ne ha mai dimostrato l’esistenza e quindi ha ben poco senso cercare possibili spiegazioni. Contrariamente a quello che spesso viene affermato, non è affatto vero che la scienza rifiuti ciò che non riesce a spiegare.  È vero l’opposto: la scienza è continuamente alla ricerca di nuovi fenomeni ancora privi di spiegazione. Se la scienza si limitasse a occuparsi di ciò che già comprende, potrebbe tranquillamente chiudere bottega.

I presunti fenomeni paranormali non hanno mai dimostrato di essere autenticamente tali. Quando essi sono stati esaminati col dovuto rigore si è sempre trovata una spiegazione nell’ambito della “normalità” che la scienza conosce: illusioni percettive o cognitive, fenomeni naturali erroneamente interpretati oppure trucchi deliberati finalizzati ad imbrogliare il prossimo.

Nessuno vuole giudicare “folli, o sciocchi, coloro che inseguono prospettive o idee esterne al condiviso impianto scientifico”. Però prima di accettare l’esistenza di certi fenomeni, servono prove concrete. Riguardo ai presunti fenomeni paranormali queste prove, fino a oggi, non si sono mai viste. Teniamo anche conto che quanto più straordinari ed eclatanti sono i fenomeni di cui si vuole dimostrare l’esistenza, tanto più solide e concrete devono essere le relative prove. Come amano affermare gli scettici, infatti, «affermazioni straordinarie richiedono prove altrettanto straordinarie!». È sicuramente ingiusto considerare “folli, o sciocchi” i ricercatori che hanno creduto nell’autenticità dei fenomeni paranormali. Tuttavia essi hanno sicuramente peccato di ingenuità, non prendendo adeguate precauzioni per difendersi da abbagli, illusioni e trucchi.

 

A un certo punto del suo intervento Genco scrive:

 

[…] ma come si può spiegare il fatto che alcune leggi fisiche globalmente e univocamente accettate dalla comunità scientifica non siano esatte in assoluto? Le leggi del moto formulate da Newton, ad esempio, valgono solo per velocità sufficientemente minori rispetto alla velocità della luce, per altre velocità e necessario considerare la teoria della relatività. Questo dovrebbe far riflettere sulla natura delle leggi scientifiche […]

 

In questo non trovo francamente nulla di strano. Le leggi scientifiche sono necessariamente limitate a un certo ambito fenomenico e la specificazione di quale sia questo ambito fa parte integrante delle leggi stesse. Contrariamente a quel che spesso si sente affermare, ad esempio, non è affatto vero che la relatività e la meccanica quantistica abbiano falsificato la meccanica newtoniana. Ne hanno al contrario delimitato meglio i campi di applicabilità e hanno mostrato quali nuove leggi sia necessario applicare al di fuori di essi. Nell’ambito del suo dominio di applicabilità, la fisica newtoniana continua ancora oggi a essere perfettamente valida e utilizzabile (un ingegnere che deve progettare un ponte o un centro spaziale che deve calcolare la traiettoria di un razzo possono tranquillamente ignorare sia la relatività che la meccanica quantistica).

 

Sono invece perfettamente d’accordo con Genco riguardo al ruolo positivo che gli errori hanno nella scienza. Come ho scritto nell’introduzione:

 

Il riconoscimento degli errori è di fondamentale importanza per la scienza. Ogni affermazione scientifica è infatti potenzialmente erronea e viene ritenuta vera fino a quando non viene dimostrata falsa. Questo carattere di continua provvisorietà non è indice di debolezza ma, al contrario, rappresenta il principale punto di forza della scienza.

 

 

 

[1] Sir William Thomson, Popular Lectures and Addresses, vol. I, p. 310, London 1889