SFUMATURE DI FALSA SCIENZA

SFUMATURE DI FALSA SCIENZA. Alcune questioni su episodi che potevano entrare (e non) nel libro di Silvano Fuso

di Enrico Bergianti

Quale criterio insuperabile e infallibile ci permette di distinguere la vera scienza (o scienza) dalla falsa scienza (o pseudoscienza)? Al di là di casi più o meno estremi, è una domanda meno banale di quanto possa apparire. Una questione talmente intricata che ha messo in crisi una delle menti più brillanti della storia del pensiero umano, Platone, che nel Teeteto si pone questa stessa domanda e conclude più o meno con un nulla di fatto. Senza stare a ragionare sui massimi sistemi, è bene ricordare che dal 1600 in avanti il concetto di “scienza” ha finito per indicare non solo “conoscenza vera”, ma anche il metodo e il sistema di riferimento nel quale la conoscenza viene prodotta. Tuttavia, neppure la scienza moderna ha eliminato la sua sorella “oscura”, la pseudoscienza: è esistita prima di Galilei, è esistita con Galilei, ed esisterà sempre dopo. Lo dimostrano brillantemente i casi raccolti da Silvano Fuso nel suo saggio: casi che riguardano tutti episodi dal Settecento in poi.



Chiaramente, c'è falsa scienza e falsa scienza. Ovvero:

  1. una scienza errata ma “sana”, ovvero una scienza prodotta da un processo virtuoso di ricerca e rispettosa della dialettica della comunità scientifica e delle sue regole. Diventa falsa dopo che una nuova teoria più precisa la rimpiazza, la emenda, la migliora. Se dovessi portare un esempio parlerei del flogisto, ma anche dell'ipotesi cosmologica aristotelico-tolemaica, oppure dell'etere luminifero (che compare nel libro). Si può poi distinguere un altro tipo di scienza falsa ma ancora “sana”, ovvero quelle conoscenze che appaiono da subito molto improbabili, che sfidano i capisaldi più stabili della conoscenza che vengono da subito tacciate di falsità da parte della maggioranza della comunità scientifica. Conoscenze che poi vengono più o meno difese da chi le ha proposte, salvo poi arenarsi e scomparire. Un esempio che mi sembra perfetto è quello dei neutrini più veloci della luce, ma potrebbe essere citato anche il caso dei canali di Marte, o in una certa misura i raggi N. 

  2. Poi c'è la “falsa scienza”, sia essa frode o pseudoscienza più grossolana, come il neo-creazionismo di stampo statunitense, i sostenitori della terra piatta, i misteri a tutti costi, complotti improbabili a cavallo fra scienza, economia e fantapolitica e cose di questo genere. Ma anche l'antidarwinismo di Lysenko. Se le prime due sono più o meno quelle che Fuso nella prefazione chiama normale processo di trial and error, quest'ultima categoria è quella a cui appartengono la stragrande maggioranza delle cosiddette “bufale”. Giusto distinguerle, anche per sottolinearne il diverso spessore anche sul piano “morale”, oltre che epistemologico.

 

Tutti questi tipi di “falsa scienza” trovano posto nel compendio scritto da Fuso. Falsa scienza quindi non è solo “bufala”: questo ampio raggio è sicuramente un merito da ascrivere all'autore, perché dipinge una scienza fallibile (è il suo dna), umana, figlia di umori, passioni, pregiudizi, caratteri e variabili infinite che abitano nelle persone che fanno scienza. Far conoscere questo lato della scienza è meritorio e aiuta a far comprendere che sta proprio nella fallibilità – e nei meccanismi di scoperta e quindi di correzione degli errori – il punto di forza dell'impresa scientifica. Non c'è da aver paura nel mostrare le pecche, i limiti, i punti critici della scienza: tutto ciò può essere molto utile al fine di “vaccinarsi” contro le bufale e la falsa scienza fatta di frodi, inganni volontari e complottismi improbabili. In tal senso ritengo molto utile una lettura all'inchiesta dell'Economist dal titolo “How Science goes wrong”, tradotto in italiano sul settimanale Internazionale. 

 Detto ciò vorrei muovere alcune osservazioni all'autore riguardo alla scelta degli argomenti. Nell'introduzione l'autore fornisce il criterio che lo ha guidato nella scelta degli episodi da raccontare: il criterio viene esemplificato dal caso dei neutrini superluminali. In breve: nel settembre 2011 i fisici del progetto OPERA (collaborazione fra scienziati del CERN e dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) che studiano i neutrini lanciati da Ginevra verso il Gran Sasso (senza tunnel, of course) annunciano qualcosa di straordinario. Ovvero, che dalle loro misurazioni i neutrini viaggiano a una velocità superiore a quella della luce. Se fosse vero un assioma della fisica einsteiniana verrebbe meno: la velocità della luce non sarebbe insuperabile. La storia inizia a fine settembre di quell'anno con una fuga di notizie, poi confermata dagli scienziati in una conferenza al CERN tenuta dal fisico italiano Dario Autiero e quindi ribadita da una successiva conferenza in novembre, in cui parevano arrivare conferme. Poi, a inizio 2012, l'epilogo: c'era un errore nella strumentazione, i neutrini non sono più veloci della luce. 

 

Questo episodio, per l'autore, non è emblema della “falsa scienza” di cui vuole parlare nel libro. Secondo Fuso quello fu un “non-caso” sul piano scientifico, ma solo un abbaglio mediatico dovuto alla stampa sensazionalistica. A mio giudizio in quell'episodio c'era proprio la “falsa scienza” dovuta a abbagli, errori e imprecisioni (anche comunicative, d'altronde la comunicazione fa parte della scienza, non è solo un orpello finale da demandare a terzi), facendone un emblema perfetto per il libro di Fuso. Era quella “falsa scienza” dovuta a umanità dei ricercatori e fallibilità tecnica. Avrebbe aiutato a capire che gli errori della scienza non si fanno solo per convinzioni errate, ma anche per errori negli strumenti e anche nella tanto amata e odiata comunicazione, oltre che nella gestione di una potenziale scoperta. Avrebbe permesso all'autore di toccare un tasto molto dolente della ricerca contemporanea, ovvero la fretta – quand'anche l'obbligo, per mantenere i sempre più magri finanziamenti – di trovare risultati fuori dalla norma. Avrebbe anche aiutato molto ad avvicinarsi a un tema affine agli addetti ai lavori ma più nascosto al grande pubblico, ovvero l'impresa scientifica di grandi gruppi di ricerca formati da team di scienziati di diversa formazione, nazionalità, affiliazione. Il successo – scientifico e comunicativo – nel caso del bosone di Higgs (ma non solo, pensiamo anche alle straordinarie scoperte del satellite Planck che ha mostrato con grande dettaglio la fotografia dell'universo appena nato) ha mostrato al mondo un grande successo di “vera scienza”, ma riconoscere nei neutrini un esemplare di “falsa scienza sana” avrebbe mostrato ancora meglio che gli errori affliggono anche queste imprese e sarebbe stato perfettamente in linea con le intenzioni dell'autore. 

 

Se i neutrini superveloci meritavano una convocazione in questa supersquadra di errori scientifici, altri secondo me non meritavano la stessa chiamata. Uno di questi è quello dei canali di Marte, visti erroneamente dal grande astronomo Giovanni Virginio Schiaparelli. Quello fu senz'altro un genuino errore dello scienziato sull'interpretazione di un dato fornito da una strumentazione del tutto imperfetta, soprattutto se riferita agli standard tecnologici odierni. Tutta la “montatura” sulla vita extraterrestre intelligente che ne seguì fu davvero un caso mediatico, perché l'ipotesi dei canali di Marte solleticò un po' troppo (ma forse neppure troppo: che male c'è in un po' di fantasia letteraria?) l'immaginazione degli scrittori di fantascienza, ma non quella di Schiaparelli. Il quale, in un saggio, parlava della vita su Marte solo dopo aver premesso che stava cavalcando “l'ippogrifo” della fantasia. Quello dei canali di Marte fu un errore che in una normalissima dialettica scientifica è stato affrontato, corretto e superato. 

 

Stesso discorso vale per l'etere luminifero, concetto ritenuto fondamentale che oggi sappiamo essere sbagliato. La storia del concetto di “etere” ha anche echi più antiche, ha stuzzicato a cavallo fra Rinascimento e Modernità anche pensatori-maghi come Gerolamo Cardano, certamente in modi, significati e contesti differenti. Ha trovato nuova linfa con l'accezione di etere luminifero nella scienza ottocentesca, salvo poi essere superato. Ma è stato senz'altro un errore utile, un errore sul quale si è costruita una delle pagine più interessanti e feconde della scienza a cavallo fra XIX e XX secolo. È rimasto talmente in voga nell'immaginario collettivo da essere ancora usato come termine quando si parla di trasmissioni radio-televisive, sebbene con un'accezione diversa rispetto alla terminologia scientifica. Una domanda che vorrei rivolgere a Fuso è la seguente: se l'etere luminifero rientra nei casi di falsa scienza, perché allora non inserire anche la teoria di Lamarck in campo evoluzionistico, nei casi di abbagli in buona fede? Oggi sappiamo che il naturalista francese aveva torto riguardo la vera causa dell'evoluzione ma, al pari dell'etere luminifero, la sua pur sbagliata teoria è stata una tappa fondamentale affinché altri pensatori giungessero a formulare ipotesi che oggi riteniamo corrette.

 

Detto questo vorrei chiudere il mio commento abbracciando il messaggio finale dell'autore: per vaccinarsi dalla falsa scienza basta una dose adeguata di scetticismo. Scetticismo inteso nella sua forma più costruttiva di spirito critico. Nel caso della falsa scienza trial and error non andrebbe neppure specificato, perché lo scetticismo fa parte del metodo scientifico in un modo che definirei “ontologico”. Nel caso delle bufale e delle frodi invece è bene – e lo fa bene l'autore – ribadire che prima di accodarsi a clamorose trame governative contro il popolo ignaro un po' di scetticismo condito ad approfondimenti su fonti affidabili e terze è una sanissima abitudine. Di certo però la falsa scienza farà parlare di sé ancora per molto tempo, (in)fedele ancella della sua più nobile sorella. Continuerà a esistere in tutte le sue accezioni, tenendo in costante aggiornamento i cacciatori di bufale ed errori pseudoscientifici.