PERCHÉ LA FILOSOFIA È NECESSARIA

Jean-François Lyotard

PERCHÉ LA FILOSOFIA È NECESSARIA

Milano, Raffaello Cortina Editorie, 2013

pp. 78, € 9,50

ISBN: 978-88-6030-586-2

 

di Stefano Scrima

 

Perché la filosofia è necessaria?”, “perché filosofare?”, si chiede Jean-François Lyotard (1924-1998) in queste quattro conferenze tenute agli studenti di Propedeutica filosofica della Sorbona alla fine nel 1964. La risposta non è: “per capire com’è fatto il mondo, per aspirare alla sapienza o a uno stile di vita sano”, ma “perché è impossibile non farlo”.



Ossia, è impossibile non «testimoniare la presenza di una mancanza attraverso la nostra parola» (p. 77), e facendo questo stiamo già filosofando; desiderando, riconoscendo il desiderio in quanto moto principe del nostro vivere ci consacriamo alla filosofia, che non è altro che la consapevolezza di un’assenza nella presenza, della perdita dell’unità originaria (se è mai esistita – forse prima che emergesse la coscienza) che fa nascere il desiderio del ricongiungimento ad essa. «C’è bisogno di filosofare perché abbiamo perso l’unità. L’origine della filosofia è la perdita dell’uno, è la morte del senso» (p. 23). Eppure filosofare, che è desiderare, non desidera l’unità, bensì il desiderio stesso – esaminarlo –, poiché tornando all’unità smetterebbe di filosofare, di esistere; tornerebbe cenere. La filosofia è dunque il desiderio del desiderio, la coscienza della nostra natura desiderante e creatrice. 

 

Ma come desidera e come crea? Attraverso la parola. Senza parola non c’è pensiero, essa non esprime il contenuto della nostra testa, ne è coautrice, e il filosofare è talmente consapevole di ciò da assumersi la responsabilità dell’arbitrarietà del suo nominare il reale, compito essenziale per la comunicazione, e quindi per la socialità e l’esistenza stessa dell’uomo. «Diversamente dalla poetica, la filosofia dice […] che è necessario che questa parola così sicura di essere solo una portavoce inventi almeno il senso che essa rivela, che in ogni caso trovi le parole in cui il senso può essere colto» (p. 55). La parola filosofica ha dunque il compito di trovare il senso, anche nel momento in cui esprime una realtà senza senso, orfana dell’unità. Dalla parola all’azione il passo è breve: senza sapere, e quindi dire, ciò che si vuol fare – ricordandoci sempre che dicendo trasformiamo il nostro stesso dire, lo scopriamo reale per la prima volta –, anche soltanto a se stessi, non si può agire. Ecco perché filosofia e azione sono legate. “Ora si tratta di trasformare il mondo” diceva Marx, ma bisogna stare attenti perché il desiderio inesaudito che il mondo sia in un certo modo può facilmente venir sublimato nella filosofia creando l’ideologia. Bisogna invece trasformare il mondo attraverso l’azione, figlia di un filosofare che lasci trasparire il senso che ha contribuito a far schiudere, mantenendo però sempre viva la tensione del desiderio, perché l’unità non fa per noi – eterni desideranti, eterni filosofi.  

 

Lyotard parla dell’importanza della filosofia, o meglio del filosofare – che rimane comunque una sua peculiare interpretazione del filosofare – filosofando più che mai, sottacendo (o accennando solamente a) una miriade di concetti filosofici acquisiti in secoli di argomentazione. Il lettore poco avvezzo al linguaggio filosofico rimarrà a bocca asciutta continuando probabilmente a pensare che la filosofia non serve a niente (ma tant’è, lo diceva anche Aristotele) mentre quello che non posso fare a meno di chiedermi io è “ma cosa avranno capito gli studenti di Propedeutica filosofica della Sorbona?” Per far finta di aver capito saranno sicuramente diventati dei lyotardiani.