UN LIBRO FORGIATO ALL’INFERNO. Lo scandaloso Trattato di Spinoza e la nascita della secolarizzazione.

Steven Nadler

UN LIBRO FORGIATO ALL’INFERNO. Lo scandaloso Trattato di Spinoza e la nascita della secolarizzazione.

Torino, Einaudi, 2013

pp. XVIII – 270, € 30,00

ISBN 9788806213268

 

di Andrea Germani

 

«Nel maggio 1670 il teologo tedesco Jacob Thomasius impugnò la penna per scagliare fulmini e saette contro un libro appena pubblicato in forma anonima. Quell’opera, sosteneva Thomasius, era un ‘testo senza Dio’ e doveva essere messa immediatamente al bando in tutti i paesi» (Nadler, p. VII). Con queste parole Steven Nadler, professore di filosofia all’Università del Wisconsin, inizia la prefazione alla sua opera Un libro forgiato all’inferno.



Nel mirino delle accuse di Thomasius, riportate da Nadler in questo suo volume, vi è un’opera data alle stampe anonimamente presso la bottega amburghese di Heinrich Künrath nel 1670. Di ciò che è riportato nel frontespizio dell’opera solo l’anno di pubblicazione può essere ritenuto valido; sappiamo con certezza che tale Künrath non esistette mai e che il libro fu stampato ad Amsterdam così come sappiamo con certezza che l’indignazione degli uomini di fede olandesi fu tanta e l’opera e l’autore ne fecero le spese. Nadler ci dice che «nel maggio del 1670 i concistori di Utrecht, Leida e Haarlem avevano […] chiesto ai rispettivi consigli municipali di porre sotto sequestro tutte le copie del volume» (p. 4). La presenza dell’opera nelle case e nelle biblioteche olandesi incuteva timore verso coloro che arrivarono a credere che si trattasse di «un libro forgiato all’inferno, scritto da Satana stesso» (p. VII) così da richiederne l’immediata rimozione. L’autore non rimase troppo a lungo senza nome poiché già noto ai circoli intellettuali, così come alla sinagoga ebraico-portoghese di Amsterdam che quattordici anni prima lo aveva scomunicato per le sue idee empie e blasfeme. Stiamo parlando di Baruch Spinoza e di una delle sue maggiori opere, se non la maggiore come sostenuto da alcuni critici: il Tractatus Theologico-Politicus

 

Steven Nadler nella sua opera ripercorre la storia e la vita del pensatore olandese dai primi approcci con il mondo ebraico, che culminarono con la scomunica del 1656 da parte del rabbino Saul Levi Morteira, alla vita isolata passata fra Rjinsburg, nei pressi di Leida, e l’Aia dove portò a compimento il suo Tractatus. Nadler sviscera i temi fondamentali del Tractatus aiutando il lettore nella comprensione delle tematiche di più difficile interpretazione e introducendolo così al cuore del pensiero spinoziano. Il lavoro di Nadler può essere visto come una guida per coloro che vogliono affacciarsi alla dottrina dell’olandese scoprendo il contesto che lo circondò durante tutta la sua vita: il rapporto, spesso conflittuale con la religione ebraica e la scomunica del 1656, l’Olanda liberale e tollerante del ‘600, la nascita del razionalismo ad opera di pensatori quali Cartesio, fondamentale per lo sviluppo del pensiero spinoziano, e del contrattualismo di Hobbes.



Nel libro il Professore affronta con cura tutti i punti salienti dell’opera, dall’esegesi biblica alla teorizzazione di uno Stato ideale, facendo riferimento a opere e autori noti a Spinoza aiutando così il lettore a comprendere al meglio le ragioni del presunto ateismo spinoziano e l’ambiente culturale in cui esse videro la luce. Le ragioni di ciò stanno nella necessità di cogliere a pieno la vivacità culturale e letteraria che animava le Sette Province Unite olandesi nel XVII secolo. Essa fa da contorno all’opera che tanto ha influenzato la scuola filosofica e politica occidentale e che s’inserisce alla perfezione in un clima di rinascita e critica dei valori secolari su cui si reggevano le società europee dell’epoca. In una lettera spedita all’amico Henry Oldenburg il pensatore olandese elenca le motivazioni che lo spinsero a portare avanti la sua ‘missione’: «Sto ora componendo un trattato intorno al mio modo di intendere la Scrittura; e a farlo mi muovono: 1) i pregiudizi dei teologi, perché so che essi più di ogni altra cosa impediscono agli uomini di applicare il loro intelletto alla filosofia […] 2) l’opinione che di me ha il volgo, il quale non cessa di dipingermi come ateo […] 3) la libertà di filosofare e di dire quello che sentiamo: libertà di filosofare che io intendo difendere in tutti i modi contro i pericoli di soppressione rappresentati dall’eccessiva autorità e petulanza dei predicatori» (p. 20) Già cinque anni prima le intenzioni del filosofo erano piuttosto chiare.

 

Critica dei dogmi delle grandi religioni monoteistiche, spiegazione razionale di ciò che sta dietro ai miracoli e alle profezie (e analisi della figura dei profeti in primis) al fine di sconfiggere timori infondati e superstizioni, interpretazione degli insegnamenti contenuti nei libri sacri e esposizione del metodo seguito, riconoscimento dell’assoluto valore della libertà di pensiero e della necessità di venir tutelata per salvaguardare la pace e la salvezza della patria. Queste sono le ‘bestemmie’ di Spinoza che agitarono gli animi degli uomini di chiesa e lo resero vittima di violenti attacchi verbali, e anche aggressioni fisiche come il tentato accoltellamento di Rjinsburg. La grandezza di Spinoza sta nell’aver dato una nuova chiave di lettura dei versi biblici dimostrando che la Scrittura non «contiene sublimi speculazioni o cose filosofiche» (TTP, XIII) ma semplici insegnamenti morali utili alla vita associata e al benessere individuale.

 

Le Scritture sono opere di letteratura umana, e dunque prodotti ‘naturali’ e non divini, scritte, trascritte, interpretate e commentate nel corso dei secoli da numerosissimi autori. Tale prodotto naturale «non può in alcun modo identificarsi in modo legittimo con la parola soprannaturale di Dio originariamente rivelata ai profeti» (p. 117) così come non si possono identificare i versi che descrivono il racconto della morte di Mosè come versi scritti dallo stesso Mosè. La conseguenza della ‘umanità’ degli scritti è la possibilità di lettura e interpretazione degli scritti da parte dei fedeli, poiché non serve essere investiti di alcuna autorità sacrale per poterne comprendere il messaggio. Gli uomini di Chiesa usarono, e abusarono, delle Scritture spacciando per la Parola di Dio «i propri commenti e non badano che a costringere altri, col pretesto della religione, ad uniformarsi al loro punto di vista» (TTP, III). Già Hobbes aveva riconosciuto l’uso politico della Bibbia da parte dei governanti, egli credeva che «qualunque sia l’autorità del testo della Scrittura, essa deve derivare non dalla certezza della sua origine divina […] bensì soltanto dal sovrano […] che governa il paese e proclama che il testo della Scrittura è la parola di Dio». (p. 117). «Lo scopo della filosofia […] non è altro che la verità, mentre quello della fede […] non è altro che l’ubbidienza […]» (TTP, XIV), non avrebbe potuto esprimersi meglio Spinoza a tal proposito. I cittadini devono essere lasciati liberi di pensare, agire e parlare e dovrebbero essere giudicati in base alle loro azioni e non in base a ciò che essi pensano o dicono, la libertà di opinione è l’unica forma consona ad uno Stato in cui convivono uomini liberi ed eguali, e questo perché «finis Reipublicam libertas est» (TTP, XX).

 

Nadler ripropone oggi un’opera che costò l’emarginazione sociale e ‘spirituale’ ad un pensatore che tanto lottò per la libertà, la tolleranza e la democrazia senza ottenere nulla in cambio. Farlo rivivere oggi leggendolo, studiandolo e divulgandolo è il modo che abbiamo per ringraziarlo del suo sacrificio.

 

 

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Edizioni di Riferimento Tractatus Theologico-Politicus (TTP): 

1. Bompiani, 2001 (a cura di A. Dini)

2. Einaudi, 2007 (a cura di E. Giancotti-Boscherini)