COGITAMUS. Sei lettere sull’umanesimo scientifico

Bruno Latour

COGITAMUS. Sei lettere sull’umanesimo scientifico

Il Mulino, 2013

di Andrea Germani

 

 

«La tendenza a mettere in rapporto parole come ”pubblico dibattito“ o ”cittadino“ e termini in apparenza ”puramente tecnici“ quali ”inceneritore“ è veramente tipica della nostra epoca e presuppone, come lei giustamente osserva, un nuovo rapporto con la politica» (p. 46). Così scrive Bruno Latour nel suo Cogitamus, raccolta di sei lettere sull'umanesimo scientifico frutto della corrispondenza dello storico della scienza borgognone (provenienza ricordata con un certo orgoglio in numerose parti dell'opera) con una studentessa tedesca impossibilitata a partecipare alle sue lezioni. 

Fulcro della corrispondenza fra i due è la distruzione del falso mito della presunta autonomia di scienze e tecniche, ritenute da troppi come due campi intrecciati tra loro ma totalmente estranei agli altri settori di studio e allo stesso tempo dal dibattito pubblico. «Ebbene il mio corso si propone di rimettere in discussione l'idea di autonomia delle scienze e delle tecniche» (p. 22). Autonomia “imposta” con arroganza da parte di giornalisti, politici e chiunque abbia influenzato direttamente l’opinione pubblica. Come dice Latour in un’intervista di Massimiano Bucchi per il quotidiano “Il Sole 24 ore” del giorno 13 giugno 2013:56r «la scienza è stata in un certo senso “sequestrata” per ragioni politiche, perché faceva comodo l’idea di un sapere neutrale ed esterno alle dispute sociali e politiche, su cui far leva per le proprie decisioni e su cui scaricare le responsabilità». Il professore propone dunque alla studentessa di ricercare nei quotidiani notizie inerenti all'argomento del suo corso - lungi dall'essere un corso puramente scientifico: «Se le dico che il corso riguarda le scienze e le tecniche temo che lei si scoraggi e mi abbandoni subito» (p. 21) - da annotare in un diario di bordo «che potrà riempire come meglio crede, il più regolarmente possibile, annotando i documenti, i fatti, gli esempi che avrà trovato»(p. 20).Ma scienze e tecniche sono davvero in rapporto con le sfere della socialità e della discussione pubblica?

 

Fra gli esempi esposti da Latour il più curioso ha le sue origini nella Siracusa del III secolo a.C. assediata dai romani. Come ci racconta Plutarco, storico e biografo greco vissuto a Roma fra il I e il II secolo d.C, la città di Siracusa, governata dal tiranno Gerone, si trovò a fronteggiare un lungo assedio da parte delle truppe del generale romano Marcello. A proporsi come salvatore della situazione è un matematico piuttosto noto in città imparentato con Gerone. Egli sostiene di avere fatto delle sensazionali scoperte di ingegneristica che permetteranno all'esercito siracusano di difendersi dall'aggressione senza troppi sforzi. Il matematico risponde al nome di Archimede, uno fra gli scienziati più importanti della storia occidentale, padre e scopritore del principio delle leve. Archimede mostrò al governatore di poter smuovere un dato peso mediante il solo utilizzo di un asse interessandolo così alla questione. Gli studi di Archimede ebbero un successo planetario e tuttora sono oggetto di studio in ogni istituto scolastico del mondo, ciò avvenne anche grazie alla possibilità che gli diede Gerone di mettere in atto le sue scoperte per permettere la difesa della città. «Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo» recita la celebre frase dell'inventore siracusano e, come ci dice Latour in merito: «Anche se l'operazione è irrealizzabile (a causa dell'attrito), essa rappresenta (almeno nel resoconto di Plutarco) il primo esperimento pubblico nel corso del quale uno scienziato illustra davanti a una folla un principio della fisica» (p. 27). La scienza a servizio della città dunque. La politica, rappresentata dal tiranno di Siracusa e il suo entourage, si trova a dover usufruire delle scienze e delle tecniche per risolvere una questione spinosa quale quella del mantenimento dell'indipendenza della città. Il punto più interessante è che Archimede non avrebbe avuto l'occasione di interessare ai suoi studi l’autorità, e la cittadinanza tutta in seguito, se non avesse avuto modo di dar loro un’applicazione pratica utile alla società. Ancora convinti dell'autonomia di scienza e tecnica?

 

Un altro esempio portato da Latour, utilizzato anche per dare una definizione dei concetti fondamentali di traduzione, deviazione e composizione, è quello di Margaret Sanger, paladina dei diritti delle donne. Margaret, all’inizio del XX secolo, interessò un chimico di nome Gregory Pincus alle sofferenze delle donne durante il ciclo mestruale e una signora di nome Catherine McCormick, che «non è una chimica e nemmeno una vera femminista ma è immensamente ricca» (p. 37). Saranno i suoi fondi destinati alla ricerca in quell'ambito a permettere a Pincus di fare scoperte rivoluzionarie sugli steroidi che daranno luce alla prima pillola anticoncezionale, chiamata Enovid.Da lì seguiranno i dibattiti pubblici in merito all'eticità della pillola, poiché di prevenzione dalle gravidanze, e quindi dalla nascita di esseri umani, si sta parlando; la questione così diventa pubblica e la politica, l'indagine sociologica così come l'opinione pubblica, si trovano a doverla affrontare. «Ogni deviazione modifica lo scopo iniziale e compone un'azione collettiva che tiene conto del cambiamento dei costumi, dell'attivismo di Margaret Sanger, del denaro di Catherine McCormick, dei legami chimici tra gli atomi degli steroidi, dei cambiamenti della legislazione, dei dibattiti parlamentari pro o contro la pillola, delle competenze dell'industria chimica, delle reazioni delle donne che usano il farmaco, della qualità del controllo medico ecc.» (p. 38). Tali deviazioni compongono il corso d’azione di una data scoperta scientifica all'interno del contesto storico e culturale in cui ha avuto luogo: «Vorrei abituarla a capire, come faccio con gli alunni, che un corso d'azione è sempre composto da una serie di deviazioni la cui interpretazione successiva definisce, in seguito, uno spostamento che da la misura della traduzione» (p. 34). Per traduzione di un problema si intende una differente lettura della problematica posta in vista della sua soluzione che, come abbiamo notato, necessita numerose deviazioni dal suo corso di azione originale che interessano più attori in differenti ambiti. Più attori, fino ad allora estranei fra loro, si trovano così a prendere parte al dibattito e a dover esporre le proprie competenze in merito alla nuova scoperta scientifica prendendo parte alla traduzione. Più che di cogito sembra il caso di parlare di cogitamus, e qui viene svelato il significato del titolo del libro. Non è il singolo ad aver portato a compimento la “rivoluzione scientifica” quanto la comunità tutta. «È il passaggio dal "cogito" cartesiano al "cogitamus", perché nessuno può più percorrere in solitudine le strade della verità».

 

Così l'umanesimo si fa scientifico, nella fusione delle scienze e delle tecniche con tutti gli altri campi di studio quali la politica, l'etica e la sociologia. Tale intreccio permette alle scoperte scientifiche di uscire dalla ristrettissima cerchia di specialisti in cui hanno avuto luogo e coinvolgere la popolazione intera, così che quella scoperta possa dare i suoi frutti in ogni ambito della vita associata. La scienza non è un regno incantato totalmente estraneo agli inesperti dove avvengono mirabili esperimenti sconosciuti alla maggioranza degli uomini e orchestrati dai soli scienziati. La scienza è ovunque all'interno della nostra società e ha potuto raggiungere determinati risultati esclusivamente all'interno di un contesto sociale e pubblico. Le scoperte scientifiche sono tali poiché frutto di un cogitamus, non delle geniali intuizioni di un singolo specialista alieno alle società umane. Latour propone così in questo libro un topos già affrontato nel corso dei secoli, basti pensare alla pars destruens baconiana che prevede la distruzione degli idola, le false credenze instillate negli uomini da superstizioni, dottrine filosofiche e un uso incorretto del linguaggio che impongono allo scienziato di dover fare sempre i conti con il contesto socio-culturale in cui opera per poter portare a termine scoperte scientifiche. Egli stesso, nell’intervista di Bucchi, dichiara che gli stessi grandi scienziati della modernità fossero probabilmente in disaccordo con l’idea di uno scienziato estraneo al suo contesto socio-culturale e politico. «Perché questa idea dello scienziato come pensatore solitario – che peraltro forse non era realistica nemmeno per Cartesio o Newton – non ha assolutamente senso oggi che la scienza è fatta di reti e di interconnessioni».

 

E' proprio il caso di dire cogitamus ergo sumus.