DIO ESISTE, ME L'HA DETTO KANT

Simone Fermi Berto

DIO ESISTE, ME L’HA DETTO KANT

San Paolo, 2013

di Stefano Scrima

 

 

«Come ci mostra Talete, la ricerca sull’esistenza di Dio è connaturata all’esistenza stessa dell’uomo: nessuna filosofia potrà mai esaurire il mistero di Dio, dirne tutta la bellezza e la profondità, ma non per questo la ragione deve rinunciare a riflettere sull’esistenza di Dio» (p. 8). Così scrive l’autore di Dio esiste, me l’ha detto Kant per giustificare un libro apparentemente ingiustificabile, se non per quel suo carattere storico che incontrerà sempre il beneplacito di qualche lettore appassionato – noi per primi. Leggendo quest’opera, chi non crede in Dio, non cambierà certo idea. Non è ripercorrendo le idee dei filosofi su Dio che si minano le ragioni della libera ragione. Ma prendiamola come occasione per un buon ripasso.

L’autore passa da Talete, il quale affermava che «tutto è pieno di dèi» a Platone che introdusse il Demiurgo in quanto causa efficiente del mondo sensibile, e infine ad Aristotele, fautore del “primo motore” immobile, causa finale che muove il tutto senza essere mosso (proprio come l’amato muove l’amante). Con questo si vuole mostrare come da sempre, anche prima di Cristo, l’uomo abbia cercato di darsi ragione dell’esistenza rifugiandosi in qualche idea sovraumana.

Dalle vette della filosofia antica, con un volo pindarico, atterriamo in pieno Medioevo per ascoltare cos’ha da dirci la Scolastica (la filosofia cristiana) capitanata da Tommaso d’Aquino. Come sappiamo, il buon Tommaso inventò cinque vie per dimostrare l’esistenza di Dio, una sorta di preparazione alla Verità rivelata:

1)    Cosmologica: è quella di Aristotele e si deduce dal moto: ogni cosa è mossa da qualche altra cosa, ma deve esisterne una che muove il tutto senza essere mossa.

2)    Causalità efficiente: ogni cosa è prodotta (viene causata) da un’altra cosa, ma deve esisterne una che causa senza essere causata.

3)    Contingenza: tutto è contingente, ovvero può esistere come potrebbe non esistere, e dunque deve esistere un ente necessario da cui tutte le cose contingenti hanno avuto origine.

4)    Gradi di perfezione: ci sono cose più perfette di altre, e ipotizzando una scala gerarchica della perfezione, al culmine di essa non può che trovarsi l’essere perfettissimo, che racchiude in sé tutte le perfezioni ed è causa di esse.

5)    Finalismo: se tutto è diretto verso un fine deve necessariamente esistere un’intelligenza ordinatrice cui tutto tende.

 

Anche Anselmo d’Aosta si cimentò con le dimostrazioni. Tuttavia, a differenza di Tommaso, egli propose un’unica via, il cosiddetto “argomento ontologico”: «ciò di cui non si può pensare il maggiore non può esistere solo nell’intelletto. Infatti, se esistesse solo nell’intelletto, si potrebbe pensare che esistesse anche nella realtà, e questo sarebbe più grande». Ovviamente Anselmo parte dal presupposto che Dio sia la “cosa” più grande di tutte, e quindi, seguendo il suo ragionamento, non può non esistere. Non tutti però videro di buon occhio questo argomento: uno su tutti, Gaunilione, lo ritenne addirittura pericoloso poiché permetteva di dimostrare l’esistenza di cose false. Diciamo che la dimostrazione di Anselmo è la dimostrazione di un postulato, vuole dimostrare l’esistenza di Dio presupponendone l’esistenza.

Un altro balzo lungo secoli e secoli ci conduce a Cartesio, il quale dubitava di tutto tranne che del suo stesso dubitare e, evidentemente, anche dell’esistenza di Dio per la quale propose ben tre prove:

1)    Come facciamo noi, esseri finiti produttori di idee finite, ad avere in testa l’idea di un essere infinito?

2)    Se noi siamo esseri imperfetti e dipendenti dovrà pur esistere un essere perfetto e indipendente.

3)    Nuova versione dell’“argomento ontologico”: l’esistenza è parte integrante dell’essenza, e dunque non si può pensare a Dio senza ammettere che esista.

 

Ma Cartesio cercava Dio fuori di sé – una causa e una logica raggiungibile attraverso il ragionamento –, non nel suo cuore, vera dimora di Dio: questo il monito stizzito rivoltogli dal connazionale Pascal: «Non posso perdonarla a Cartesio, il quale in tutta la sua filosofia avrebbe voluto poter fare a meno di Dio, ma non ha potuto evitare di fargli dare un colpetto al mondo; dopo di che non sa più che farne di Dio». Per Pascal bisogna scommettere sull’esistenza di Dio: se si perde non si perde niente, ma se si vince si vince tutto.

 

Un filosofo che senza dubbio scommise sull’esistenza di Dio è Leibniz il quale affermava che quello in cui viviamo è il “migliore dei mondi possibili”, giacché non è concepibile un Dio che non agisca in modo perfetto e desiderabile. Ciò che è male è male soltanto per noi esseri imperfetti, ma ciò che è ancora più importante e da tenere sempre presente, è la nostra completa ignoranza dinanzi alle ragioni divine. Leibniz per dimostrare l’esistenza di Dio recupererà la terza via tommasiana; lo stesso, anche se con diverso ragionamento, farà Locke.

 

E arriviamo finalmente a Kant, che pur essendo devoto cristiano, ammise l’impossibilità di confermare l’esistenza di Dio attraverso la ragione, per cui, invece, è predisposto il nostro sentimento (o meglio dovere) morale: «è non solo un diritto, ma anche una necessità legata come bisogno col dovere, supporre la possibilità di questo sommo bene; il quale, avendo luogo soltanto con la condizione dell’esistenza di Dio, lega inseparabilmente la supposizione di quest’esistenza col dovere; ossia è moralmente necessario ammettere l’esistenza di Dio». Insomma, anche se non possiamo dimostrarlo, per Kant, Dio esiste, perché lo sentiamo in noi (o, più precisamente, Kant lo sentiva in lui).

 

Anche per Kierkegaard è impossibile per l’uomo dimostrare l’esistenza di Dio: egli è assolutamente diverso da noi, non pensa ma crea, non esiste ma è eterno. L’unico modo per conoscerlo è fare quel “salto” che separa lo stadio etico della vita da quello religioso (simbolizzato da Abramo) in cui niente è più traducibile con i limitati mezzi della ragione. Il rapporto con Dio è un rapporto assoluto, tra il singolo e, appunto, l’Assoluto, un rapporto che agli occhi degli altri non può che essere Assurdo.

 

L’autore porta in rassegna altre testimonianze contemporanee di pensatori che non possono fare a meno di Dio: da Karl Barth a Albert Schweitzer, da Elie Wiesel a Hans Jonas, da Benedetto XVI a Jacques Maritain. Conclude con una citazione di Enrico Fermi il quale, in una notte di stelle, vide la luce di Dio illuminare le parole e il volto di un umile contadino.

 

C’è poco da fare, se ci credi lo vedi dappertutto.