PROCESSO ALLA FINANZA

Salvatore Rossi

PROCESSO ALLA FINANZA

Laterza, 2013

di Gianmarco Ghetti

 

Dopo sei anni di crisi economica, decine di summit internazionali indetti allo scopo di trovare una soluzione per uscirne, centinaia di libri e migliaia di articoli scritti su di essa, ancora si fa fatica a scorgere una via di uscita. Si cerca allora un colpevole, un capro espiatorio, un meccanismo che possa essere ritenuto responsabile della condizione di precarietà in cui la società occidentale si trova: il sistema finanziario.

Ritenuto responsabile, appunto, ma se non fosse davvero così? Se fosse solo una caccia alle streghe? Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia, intende smascherare i pregiudizi sulla finanza: deve essere istituito un vero e proprio processo, con il giusto spazio per l’accusa e per la difesa, con importanti dati storici e con considerazioni generali conclusive che permettano anche al lettore meno esperto di farsi un’opinione, di elaborare un suo verdetto. 

Solo dopo un attento esame sarà possibile capire se davvero la finanza sia la causa di tutti i nostri mali, o se sia stata ingiustamente scelta come parafulmine su cui far confluire la rabbia delle masse. Nel Medioevo era molto diffusa un’espressione che aveva radici culturali antichissime: foemina instrumentum diaboli si diceva, e sembra che un trattamento simile sia riservato oggi a ciò che viene comunemente chiamato “lo strapotere finanziario delle banche”.

Ai fini di una corretta trattazione, è innanzi tutto indispensabile definire con precisione il concetto di finanza. Secondo un grande studioso contemporaneo, Robert J. Shiller, dell’università di Yale, la finanza è la “scienza dell’architettura dei fini”. Rossi propone una definizione leggermente meno ingegneristica: fermo restando che l’etimo di finanza è la parola latina finis, “alla radice dell’idea di finanza c’è il poter traslare nel tempo e nello spazio la possibilità/capacità di potersi procurare cose nell’immediato” (p.6).
Il fulcro del sistema finanziario è costituito da tre concetti fondamentali: moneta, credito, assicurazione.
La moneta “è una tecnica che gli umani hanno inventato per superare le inefficienze del baratto” (p.10) semplificando gli scambi. Se questo resoconto sull’origine dello scambio monetario è molto diverso da quello fornito da John Locke nel Second Treatise (1690), molto simile alle idee del filosofo inglese è invece la caratterizzazione del concetto di credito: esso nasce dalla presa di coscienza che alcuni beni sono degradabili; da ciò, nel caso in cui si possegga uno di questi beni in maggior quantità rispetto a quanto se ne può consumare prima che deperisca, se ne distribuisce la parte in eccedenza al resto della comunità in cambio di una promessa di vantaggio futuro. L’assicurazione, infine, è un caso particolare di credito, ma legato alla possibilità di rischio: la tipologia della transazione è essenzialmente la stessa. Questi tre elementi, antichi quanto la società, hanno in comune due fattori, che rimandano alla definizione di “finanza” sopra citata: il tempo e il nesso rischio-rendimento.

Una volta identificato l’imputato, si procede a delineare i capi d’accusa:
- la finanza è destabilizzante;
- è irreale;
- è incomprensibile;
- è prodiga;
- è irragionevole;

Riguardo al primo punto, la difesa stessa riconosce come sia drammaticamente evidente l’effetto destabilizzante della finanza. Nelle economie di mercato capitalistiche, l’apparato finanziario genera delle esplosioni di instabilità: da questo punto di vista Rossi si dimostra incredibilmente vicino alla tesi marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto: non sempre, non dovunque, non sistematicamente, ma appunto tendenzialmente, si può riscontrare una sorta di propensione all’entropia del sistema finanziario. In questo caso l’influenza più evidente è quella di Georgescu-Roegen (1906-1994), in particolare alla tesi sostenuta in The Entropy Law and the Economic Process (1971) secondo cui qualsiasi scienza che si occupi del futuro dell'uomo deve tener conto delle leggi della fisica. Il secondo principio della termodinamica, in particolare, afferma che l'entropia di un sistema isolato tende a salire nel tempo, finché l'equilibrio non è raggiunto: alla fine di ogni processo la qualità dell'energia è sempre peggiore rispetto all'inizio. In parole povere, l’universo tende al caos, e questa legge deve essere assimilata alla scienza economica: qualsiasi processo che produce merci materiali diminuisce la disponibilità di energia nel futuro e quindi la possibilità futura di produrre altre merci e cose materiali.

Vi è un solo modo per evitarle questa prospettiva apocalittica: l’intervento della politica. “L’interrogativo che dobbiamo porci è se un intervento pubblico attivo, pervasivo, di regolazione e supervisione degli intermediari e dei mercati finanziari possa scongiurare quell’esito, o almeno rallentare, ostacolare il processo di boom and bust [..] e attenuarne le conseguenze quando arriva il bust” (p.28).

Per quanto riguarda l’irrealtà della finanza, invece, Rossi può facilmente spiegare come la distinzione tra finanza e economia reale siafittizia. Nel momento in cui si definisce come economia reale “quella parte dell’economia che è coinvolta nella produzione effettiva di beni e servizi” (p.29), classificandola quindi come l’insieme di elementi che rientrano nel computo complessivo del PIL, non si può non notare come in quello stesso calcolo siano già compresi i servizi bancari, finanziari e assicurativi: essi rappresentanol’8% del PIL degli Stati Uniti, ed il 10% nel Regno Unito.

Rimane comunque il problema di come si possa assegnare un valore ai titoli finanziari: secondo Rossi, essi vengono spesso sopravvalutati, poiché non si tiene conto dei fattori di rischio, derivanti ad esempio dalla compravendita di fondi tra le banche. Questo può produrre grossi errori nel calcolo del PIL, offrendo così un argomento forte a quanti sostengono che la finanza sia un’entità irreale. In conclusione, la distinzione tra economia reale e finanza è grossolana, ma i valori “reali” attribuiti ai titoli finanziari sono quasi sempre gonfiati.

L’incomprensibilità della finanza è dovuta principalmente ad alcune parti del sistema su cui vi è una grande carenza di informazione: i derivati, le agenzie di rating, le cartolarizzazioni. Evitando una sovrabbondanza di dettagli tecnicistici, Rossi provvede a spiegarne l’origine e l’evoluzione. Se i derivati da un lato non sono altro che polizze assicurative, quindi strumenti di garanzia di tipo particolare, dall’altro sono una pericolosa astrazione che sembra far scomparire il rischio, mentre invece si limita a ridistribuirlo.
Le agenzie di rating, invece, presentano diversi problemi: nonostante vendano un utile servizio di valutazione e classificazione, non sono soggette ad un’autorità superiore, per cui risulta lecito chiedersi perché non vi sia nessuno che controlla i controllori. Inoltre, dalla fine degli anni ’80, grazie all’accordo di Basilea, sono stati definiti degli standard minimi di sicurezza per l’attività delle banche. Essi però non venivano calcolati dalle istituzioni, ma venivano affidati direttamente alle agenzie di rating, alle quali veniva così conferita una funzione pubblica. “In altri termini, i regolatori e supervisori bancari di tutto il mondo hanno messo nelle mani del circolo oligopolistico delle AR (americane) l’immenso potere di influenzare in misura determinante il requisito minimo di patrimonio delle numerose banche” (p.49). In aggiunta a ciò, i movimenti speculativi fanno sì che il downgrading (cioè il declassamento dell’indice di affidabilità di uno Stato, di un’impresa o di una banca) abbia spesso come risultato il fatto di creare una “profezia autorealizzata”: “non appena si diffondono voci, magari alimentate ad arte, di difficoltà di un debitore [..], ecco che le AR entrano in fibrillazione e subito arriva la bocciatura” (ibidem).
Le cartolarizzazioni rappresentano forse il punto più spinoso del sistema entrato in crisi del 2007. Nonostante fossero nate da intenti meritori - dare a tutti la possibilità di costruirsi una casa, evitare concentrazioni eccessive di rischio, adattare l’offerta di prodotti finanziari alla domanda - hanno avuto sviluppi incontrollabili, creando una falsa economia di carta destinata ad esplodere. E anche questa degenerazione non è da imputare, secondo Rossi, a chi le ha inventate, ma piuttosto a chi non ha saputo controllarle e regolamentarle: lo Stato.

Infine, la prodigalità e l’irragionevolezza della finanza sono dati di fatto oggettivi, ma è necessario comprendere da cosa siano generati. Il problema degli alti compensi di manager e amministratori delegati è strettamente connesso con il rischio di crisi finanziarie: in mancanza di limiti posti dalla legge, gli amministratori sono spinti ad aumentare senza ritegno provvedimenti che moltiplicano i fattori di rischio, consolidando la possibilità di ricevere compensi sempre più lauti. Poiché i profitti di un’agenzia quotata in borsa sono direttamente proporzionali ai guadagni degli azionisti, si crea una tacita connivenza fra questi ultimi ed i manager che ha come scopo l’innalzamento del rischio: se va tutto bene, entrambe le categorie guadagnano, mentre se un solo rischio si concretizza, la probabilità di fallimento totale è massima. Nel caso in cui si tratti di un’azienda molto importante (per fare qualche esempio, la Lehmann Brothers, o la Parmalat) il fallimento di un ente privato può provocare un tragico effetto a catena in grado di destabilizzare anche l’equilibrio del sistema economico di una nazione. Questo si può chiamare “ipertrofia della finanza”, e da qui a giudicarla irragionevole il passo è breve. Lo spread e altri indicatori di questo tipo alimentano credenze che si consolidano nel tempo, e tendono a trasformarsi in veri e propri feticci: gli speculatori coinvolgono anche i cittadini meno informati nel consultare compulsivamente l’aggiornamento quotidiano di questi indicatori, ed il sistema di informazione contribuisce a mantenere questo stato di tensione concedendo ad essi un’altissima visibilità.
La complessità e l‘irragionevolezza del sistema risiedono nel dualismo fondamentale di economia politica e capitalismo finanziario; secondo le idee di Rajan (1963), economista statunitense: “l’efficienza perseguita dal secondo può infliggere a parti della società danni collaterali che un governo democratico non può tollerare; tuttavia [..] i due sistemi devono trovare il modo di contemperare i loro obiettivi, poiché sono entrambi necessari, in quanto ciascuno compensa i difetti dell’altro” (p.99)

In conclusione, l’autore di questo volume non presenta tesi preconcette, ed è ben lungi dal fare un’apologia della finanza, come ci si potrebbe aspettare vista la sua posizione di Direttore Generale: semmai quella di Salvatore Rossi è un’apologia della buona finanza, o della finanza quale dovrebbe essere. Ciò non toglie che, in un momento storico in cui essa viene additata come causa di tutti i mali, sia giusto precisare quali siano le sue origini e spiegare come essa sia indispensabile all’organizzazione della società. L’autore si espone senza paura, affermando che grazie a credito, moneta, assicurazione “l’uomo esce dalla barbarie dell’immanenza, dalla ferinità di una vita regolata dal consumo di sopravvivenza, che si esaurisce nell’attimo presente” (p.13). Queste affermazioni possono sembrare azzardate: altrove si legge che la finanza ha insegnato all’uomo a “pensare il divenire” (ibidem).

In ogni caso la finanza, nella precisa definizione che ne ha dato Rossi, è ciò che fa funzionare il circuito di risparmio-credito-investimento in una economia monetaria di mercato. Essa quindi svolge il ruolo di intermediario fra le esigenze sul futuro del risparmiatore e sul presente dell’investitore, ricercando un equilibrio fra queste due categorie di interessi contrastanti. Risulta quindi ovvio che il sistema bancario sarà sempre esposto alle critiche di entrambe le parti: non si tratta di un’apologia, ma di un esame critico che non risparmia al sistema le ben fondate accuse (di cui sopra).

Secondo le idee di politica economica di Salvatore Rossi, un sistema efficiente dovrebbe avere delle leggi internazionali, e un meccanismo che garantisse l’indipendenza assoluta dei soggetti politici deputati a stabilire queste regole.
Lasciare il mercato senza regole, illudendosi della sua capacità autoregolatrice, è come lasciare un incrocio particolarmente trafficato senza semaforo.

La critica Keynesana al lasseiz-faire si rivela più che mai attuale.