NON PER PROFITTO

Martha Nussbaum

NON PER PROFITTO

Il Mulino, 2011

di Gianmarco Ghetti

 

“Sono in corso radicali cambiamenti riguardo a ciò che le società democratiche insegnano ai loro giovani, e su tali cambiamenti non si riflette abbastanza. Le nazioni sono sempre più attratte dall’idea del profitto; esse e i loro sistemi scolastici stanno accantonando, in maniera del tutto scriteriata, quei saperi che sono indispensabili a mantenere viva la democrazia” (p.21). Secondo Martha Nussbaum (New York, 1947) la crisi economica globale, iniziata nel 2008 con il crollo finanziario della Lehaman Brothers, rappresenta soltanto uno degli aspetti più evidenti del profondo cambiamento in cui è coinvolta la realtà contemporanea: parallelamente ad essa, favorita dalla frenesia del sistema economico e dalla necessità di ottimizzare la produzione, si è definitivamente realizzata quella che potremmo chiamare crisi silenziosa dell’istruzione.

La situazione che viene qui presentata è disastrosa: a fronte della crisi economica, le risorse per i dipartimenti universitari devono essere razionate; quelli umanistici sono inevitabilmente i primi ad essere sacrificati, confermando ciò che per Martha Nussbaum è la peggiore delle aberrazioni: la diffusa ideologia secondo cui studiare debba servire esclusivamente a fare carriera. Per un giovane diplomato, seguire una “formazione per la carriera” esclude qualsiasi possibilità di avvicinarsi agli studi umanistici: i ragazzi in procinto di scegliere a quale facoltà iscriversi vengono educati a considerare la filosofia come qualcosa di inutile, continuano a sentirsi ripetere che studiare lettere classiche o belle arti “tanto poi non serve a niente”.
Questa è l’attuale cultura dominante, asservita ad una razionalità finanziaria che ha definitivamente escluso ogni considerazione di stampo etico, politico, religioso.


A questo si aggiunge la sempre minore importanza attribuita agli studi umanistici; essi sono invece indispensabili per il mantenimento della democrazia, per poter formare dei cittadini in grado di conoscere i propri doveri e diritti e di comprendere correttamente la realtà politica che hanno davanti ai loro occhi. Un tema che ricorda molto da vicino gli argomenti trattati da Hannah Arendt in La banalità del male.

E’ interessante notare come Martha Nussbaum evidenzi che il suo intento non è quello di fornire un quadro empirico, ma di dare voce ad una denuncia: confrontandosi con le due realtà da lei meglio conosciute, cioè gli Stati Uniti e l’India, riesce a tracciare una seppur vaga panoramica dello status quo del sistema dell’istruzione mondiale, evidenziando la decadenza culturale di quei sistemi che hanno investito sulla “formazione per il profitto”, dimenticando di insegnare ai propri cittadini a pensare.

Nonostante Not for profit sia un titolo che non dovrebbe apparentemente lasciar spazio ad ambiguità, nel primo capitolo l’autrice fa alcune affermazioni che sembrano di tutt’altra matrice: “L’interesse nazionale di una democrazia prevede un’economia forte e una cultura di mercato fiorente. [..] Non siamo costretti a scegliere fra una forma di educazione che promuove il profitto e una [..] che alimenta la cittadinanza. Un’economia fiorente richiede le stesse qualità formative che rafforzano la buona cittadinanza e in realtà i partigiani di quella che chiamerò [..] «formazione per la crescita economica» sposano una visione impoverita di ciò che è richiesto proprio per raggiungere il loro scopo” (p. 29)
Le perplessità vengono subito superate, infatti “Produrre crescita economica non significa produrre democrazia. Né significa produrre una popolazione sana, impegnata ed istruita in seno alla quale le opportunità di una buona vita siano alla portata di tutte le classi sociali” (p.33).

In ogni caso l’intento del presente studio è quello di occuparsi di istruzione, di formazione dei cittadini, e non quello di fornire un esauriente trattato di macroeconomia sulla rilevanza e sugli effetti della crescita economica per la realtà globale: non interessa a Martha Nussbaum una critica della crescita economica tout court. Ciò su cui è posto l’accento è l’importanza della democrazia e degli strumenti indispensabili per mantenerla: primo fra tutti una eccellente formazione dei cittadini, che li renda in grado di riconoscere autonomamente i pericoli cui il sistema può andare incontro.


La critica dell’istruzione finalizzata al profitto comporta una attenta analisi dei suoi potenziali effetti negativi: in primo luogo il nazionalismo, il razzismo, l’incapacità di pensarsi cittadini del mondo (frutto di uno studio della storia nazionale “senza divinità e senza macchia”), ma soprattutto la mancanza di sguardo critico ed autocritico.
Un esempio eclatante di questo tipo di formazione è l’India, in cui grazie al programma di studi approvato dal BJP (il partito nazionalista che ebbe la prima affermazione elettorale nel 1989, e che ha perso le elezioni nel 2004), è stata prodotta una classe operaia di cittadini totalmente ignoranti in fatto di diritti umani e di pari opportunità, ma bravissimi in informatica. Rabindranath Tagore (1861-1941) uomo d’ingegno e di talento universale, nonché fonte diretta di studio e d’ispirazione della studiosa americana, diede questa sintesi del processo in atto nel suo paese: “il nazionalismo aggressivo ha bisogno di annebbiare le coscienze, teme le materie umanistiche, ha bisogno di persone che non apprezzano l’individualità, che ripetono gli slogan del gruppo, che si comportano e che vedono il mondo come docili burocrati”(p.40).
La democrazia è costruita sul rispetto della persona singola, il modello della crescita ragiona solo in termini di gregge.


Martha Nussbaum provvede anche a fornire una base ulteriore all’intero impianto teorico grazie ad una considerazione antropologica di stampo psicanalitico, basandosi su evidenze sperimentali ben documentate.

Stanley Milgram (New York, 15 agosto 1933 – New York, 20 dicembre 1984) psicologo sociale statunitense, eseguì un celebre esperimento per determinare la veridicità delle dichiarazioni rese da Eichmann al processo di Gerusalemme, avvenuto nel 1961. Per scoprire se fosse possibile che i dirigenti nazisti stessero davvero “solo eseguendo gli ordini”, Milgram chiese ad una serie di soggetti sperimentali di infliggere delle forti scariche elettriche ad altri esseri umani posti su una specie di sedia elettrica, i quali erano ovviamente attori d’accordo con lo sperimentatore. Una percentuale altissima di soggetti, esortati a continuare dallo sperimentatore, non mostrò alcun rimorso continuando a infliggere scariche anche una volta che la vittima si fingeva svenuta.

Questo studio dimostra come l’uomo sia naturalmente portato a non riconoscere l’uguaglianza e la parità della dignità e dei diritti altrui, oltre a presentare una congenita tendenza alla deferenza nei confronti dell’autorità e allo squadrismo, come surrogato dell’invulnerabilità.

Philip Zimbardo (1933, psicologo) confermò questa tesi tramite il celeberrimo esperimento della Prigione di Stanford: esso dimostrò che avere un ruolo istituzionale induce ad assumere le norme e le regole dell'istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi, induce cioè la "ridefinizione della situazione" in cui le evidenze sensoriali e i presupposti etici della coscienza vengono eliminati con una straordinaria facilità, accettando lo schema di valori e di doveri che il sistema impone.


Di fronte ad un’antropologia pessimista come quella sopra delineata, la soluzione proposta dall’autrice è unica ed imprescindibile: solo una formazione umanistica può consentire di superare questi condizionamenti, con un programma di studi che possa rendere i giovani cittadini, futuri elettori, capaci di pensiero posizionale, capaci di confrontarsi con il mondo e non facilmente adescabili dalle più disparate ideologie populiste.

In Cultivating humanity (1997) Martha Nussbaum aveva fatto riferimento ai classici greci quale base per difendere e riformare l'educazione liberale. Le sue proposte in campo didattico vengono definitivamente esposte in Not for profit, in cui l’autrice si spinge fino a delineare i piani di studio volti a creare dei cittadini liberi.
La base è costituita da una forte componente di interculturalità volta a comprendere le differenze che rendono difficile la cooperazione fra diversi gruppi sociali ed etnie: in primo luogo, quindi, vanno apprese le diverse tradizioni religiose, tramite corsi di religione comparata. A ciò deve necessariamente accompagnarsi uno studio delle esigenze che rendono la cooperazione interculturale indispensabile, e per fare questo bisogna conoscere la realtà storica.


Lo studio autentico della storia, con valutazione diretta sulle fonti e teoria della metodologia di ricerca, lo studio della storia della propria nazione anche dal punto di vista di altre, sono secondo Martha Nussbaum elementi essenziali.
Questo significa dare la giusta importanza alla storia del colonialismo e dell’immigrazione, oggi troppo sottovalutata. Essa è fondamentale per creare un terreno condiviso su cui gli studenti possano formarsi opinioni sulla globalizzazione e le sue conseguenze.
Un ampio spazio viene riservato anche all’economia che, nell’ottica dell’autrice, deve essere conosciuta da tutti i cittadini, almeno per quanto riguarda le nozioni basilari. Solo conoscendo una materia come l’economia, così presente nella quotidianità degli individui, si può diminuire il rischio di cadere nella fallacia delle sue stesse astrazioni. Questo però non ci pone al riparo dal rischio di sviluppare una razionalità meramente economica, strategica, asservita quindi alle esigenze dei sistemi monetari. Unico modo di evitare questo esito è una formazione interdisciplinare, che dia il giusto peso all’economia, alla storia economica e non, alla filosofia, al diritto.


Infine, non solo la presenza di materie umanistiche, ma anche “gli aspetti più umanistici delle scienze” sono fondamentali: il bersaglio ultimo della polemica della Nussbaum non è la componente scientifica dei programmi didattici, quanto la logica dell’istruzione basata sull’assimilazione passiva e sull’apprendimento “per imposizione”, esemplificata dal celebre racconto del pappagallo di Tagore:

un rajah si convinse che il magnifico pappagallo che possedeva necessitasse di un’istruzione. Così, fece giungere eruditi da ogni angolo del suo regno. Questi uomini discussero senza fine di metodologia e soprattutto di libri di testo. «I manuali non saranno mai abbastanza per il nostro obiettivo!», sentenziarono. L’uccello ottenne una magnifica scuola: una gabbia tutta d’oro. I maestri mostrarono al rajah il raffinato metodo che avevano scelto. «Il metodo era così stupendo che l’uccello appariva del tutto trascurabile a confronto». E dunque, con il manuale in una mano e il bastone nell’altra, si può dire che i bravi maestri impartirono al povero uccello davvero una buona lezione!» Un giorno l’uccello morì. Nessuno ci fece caso, per un po’ di tempo. I nipoti del rajah decisero di avvisare lo zio.
«Sire, l’istruzione dell’uccello è completata».
«Vola?», chiese il rajah.
«No di certo!», gli venne risposto.
«Saltella?».
«No».
«Portatemi l’uccello», disse il rajah.
L’uccello fu portato e il rajah si accorse che era morto e che la sua pancia era piena di pagine di libri.