IL VENTRE DEI FILOSOFI. Critica della ragion dietetica

Michel Onfray

IL VENTRE DEI FILOSOFI. Critica della ragion dietetica

Ponte alle Grazie, 2012

di Edoardo D’Elia

 

La vita mediterranea col suo corollario di esperienze culinarie condivise: condimenti oleosi, sughi saporosi e soffritti permalosi, che appena li ignori - quale oltraggio! - bruciano per vendetta. Osservare le donne di casa sempre sedute sulla punta della sedia - libere da ogni comodità che intralcerebbe lo sparecchiamento. Tritare l’aglio per “dare una mano”, come un apprendista assunto esclusivamente per le mansioni più ripetitive, per poi sentirselo nelle mani a un età in cui gli altri scartano merendine e magari neanche le mangiano. E la cantilena paternalistica che graffia i timpani di ogni bambino: “Ah, ingrato! Non ti va mai di fare la spesa, però poi vuoi mangiare!”. Questi frammenti di un’autobiografia alimentare, secondo Onfray, non sono inutili, perché «se non un mondo, ogni cucina rivela un corpo e al tempo stesso uno stile» (p.9). 

«Non esiste alimentazione neutra» (p.10). Ciò che mangiamo o non mangiamo, come lo mangiamo e con chi lo mangiamo, rivelano molto della nostra persona, del nostro pensiero e del nostro corpo. Il motto più celebre, spesso l’unica citazione con cui si identifica il suo autore, rimane quello di Feuerbach: «l’uomo è ciò che mangia». Apparentemente ovvia dall’aspetto fisiologico, l’affermazione diventa innovativa se letta nel suo contesto filosofico: Feuerbach si allontana da Hegel e rivendica con forza lo stretto rapporto tra individualità e sensibilità, tra uomo e natura, tra spirito e carne. Con toni più vivaci, Onfray scrive: «in quella bella meccanica artificiale che è l’opera di Hegel si [deve] deplorare l’assenza dell’essenziale: le lacrime, il riso, il vino, le donne, il cibo, il piacere. Si pensi a una fenomenologia del cibo...» (p. 20). Le filosofie che si curavano di questi aspetti passionali dell’esistenza sono ancora spesso lasciate ai margini, relegate all’aneddotica o, se fortunate, alla letteratura. Tra gli antichi, i pensatori minori sono destinati a vagare un po’ disorientanti tra le ombre delle idee platoniche; tra i moderni, Montaigne lo leggono tutti, ma quasi nessuno lo cita, se non, appunto, in qualche conversazione digestiva. 

di TPPP

Onfray non si stanca di ricordarci che, fuori dai manuali tradizionali, ci sono in realtà numerosi filosofi del piacere, sensisti, edonisti, utilitaristi e materialisti, tutti consapevoli che il corpo va assecondato, pena la sua insurrezione. L’appello riprende alla lettera Nietzsche - citato, come sua abitudine, in esergo - con un’unica, dichiarata, differenza: Nietzsche non è riuscito a vivere secondo i dettami della sua filosofia, specialmente se pensiamo al vino, alle donne e al cibo. «Di fatto - scriveva in Ecce Homo - fino alla piena maturità, io ho mangiato sempre e solamente male, in termini morali ‘impersonalmente’, ‘disinteressatamente’, ‘altruisticamente’, alla salute dei cuochi e altri fratelli in Cristo». Onfray invece ha cucinato per sé e i suoi amici fin da giovane, abbinando borgogna alla spalla di agnello, musica classica al té aromatizzato e champagne millesimato alla civetteria delle commensali. E alla potenza di Nietzsche, ha integrato la sapienza edonistica di Brillat-Savarin, l’autore dell’inevitabile Fisiologia del gusto o Meditazioni di gastronomia trascendentale. 

 

Con una variazione minima ma determinante al motto di Feuerbach, questo francese, che si vantava di saper cucinare le omelette come nessun altro, inserirà tra i venti Aforismi per servire da prolegomeni all’opera e di base eterna alla scienza: «Dimmi quello che mangi e ti dirò chi sei». L’analisi della persona si fa più attiva e completa: non più solo richiamo della dimensione naturale, ma comprensione dello spirito stesso attraverso lo studio del comportamento alimentare. «Gli animali si pascono, l’uomo mangia, solo l’uomo di spirito sa mangiare», dice un altro aforisma. La dietetica diventa scienza della soggettività esattamente come la morale, col vantaggio che mentre la morale è solo intelletto, la buona tavola è corpo e intelletto insieme. Conosci te stesso: l’anima con la meditazione, il corpo con l’alimentazione. «Facendo tutt’uno dell’etica e dell’estetica, la dietetica [...] mostra che può esistere una scienza del particolare come rampa d’accesso all’universale. Il cibo come argomento perforatore del reale. Essa è, insomma, una prospettiva da cui si può procedere alla costruzione di sé come opera coerente» (p. 26). Per il filosofo l’opera coerente è la vita filosofica. Questo significa, secondo Onfray, che anche la biografia gastronomica dei filosofi serve ad interpretare il loro pensiero: ci dice quello che mangiavano e noi scopriamo chi erano veramente.

 

Diogene, che afferma la superiorità assoluta dell’ordine naturale su qualunque altro, mangiava polpi crudi, meglio se conquistati dopo una rocambolesca contesa con un cane randagio. Per il cinico è «meglio l’allegria di una vita posta sotto il segno del puro godimento e del semplice piacere, che la disperazione di una quotidianità soggetta alla ripetizione, all’identico»(p. 28). Si sa, a chi gli diceva che «il vivere è un male», lui rispondeva: «Non il vivere, ma il viver male» .

 

Rousseau era convinto che l’uomo buono fosse fatto di cibi semplici e rustici. I piatti sofisticati sono prodotti del lusso, una delle più bieche espressioni di una civiltà che ha corrotto la genuinità dell’uomo naturale. E andando ancora più indietro in questa allegorica indagine storica, si può addirittura far risalire il principio della perdizione al passaggio dallo stato frugivoro a quello carnivoro. La carne è civiltà, la civiltà è guerra, ergo la carne è guerra. Il ginevrino prediligeva dunque il latte, le uova e le verdure. Onfray sottolinea un’ironia:«dovremo stupirci di trovare nella galleria dei vegetariani illustri dei celebri amatori di sangue e di carne fresca? Due esempi di celebri erbivori: Saint-Just [...] Secondo vegetariano celebre: Adolf Hitler. È il caso di dilungarsi?» (p. 49)

 

Kant beveva tanto e pare anche che, pur di non mangiare da solo, ordinasse al suo servitore di invitare il primo uomo che avesse incontrato sulla strada. L’austero critico della ragione, la cui memoria ha un certo retrogusto di sagrestia, ha sempre prestato estrema attenzione al proprio corpo e a tutto ciò che lo riguardava. Aveva un’ottima considerazione della dietetica come arte di prevenire le malattie; dice Onfray: «il rigoroso maestro dell’imperativo categorico è un ipocondriaco pessimista desideroso di un’efficace consolazione» (p. 61).

 

Fourier non accettava che si potesse considerare Dio così ingenuo da aver creato le passioni nocive: forse non ha ragione l’uomo che le condanna in nome di Dio, ma Dio che le ha create suscettibili di essere equilibrate dalla ragione. Mangiate responsabilmente! Ovvero: mangiate bene.

 

Marinetti e il movimento futurista affermavano che per pensare bene e creare bene occorre aver mangiato bene. Dunque la creazione estrema futurista necessita di una gastronomia eccessiva, una stimolazione avanguardista dei sensi con l’obiettivo suggestivo di riuscire a «ingerire bellezza» (p. 95).

 

Sade fa il contrario di Nietzsche: nei romanzi si dilunga in descrizioni dettagliate del disgustoso, ma nella vita reale apprezza «soprattutto il pollame, il macinato, le composte, l’altea, i dolciumi, le spezie, le ghiottonerie con latte e zucchero, le marmellate, le meringhe e i dolci al cioccolato. Un pranzetto da ragazzina modello» (p. 125). 

 

La filosofia, come l’arte, ha sempre privilegiato la vista e l’udito - e il tatto, più di recente, in quanto senso consustanziale agli altri due - a scapito del gusto e dell’olfatto, per poter tenere «a distanza la materialità del mondo» (p. 136).La materia intimorisce. La carne, la carne del proprio corpo, deperisce e ci trascina inesorabilmente verso la putrefazione. Distaccarsi dalla materia significa illudersi di non morire; scommettere tutto sull’intelletto significa sperare di poter partecipare all’eternità. Ma questa speranza è vana più di ogni passione terrena.

 

Mentre lo spirito si fa addestrare da una volontà forte e paziente, nessun corpo rimane mansueto alle sferzate dell’austerità o resiste integro alla trascuratezza. La vita è in massima parte fatta di carne e sangue; ogni uomo è un animale rozzamente istintuale e insieme sensibilmente delicato. Solo accettando questo si può tornare a parlare di poesia, di filosofia, di arte e di meditazioni di gastronomia trascendentale. «Non esistono argomenti filosofici (la sensazione, la percezione, la ragione...) e argomenti che invece non lo sono (l’erotismo, la gastronomia...), ma trattamenti filosofici di tutte le questioni possibili» (p. 135).La convinzione di Onfray è che il modo in cui un pensatore mangia e beve fa parte della sua filosofia; «che il pensiero non deve essere dissociato dalla vita, perché entrambi costituiscono l’opera; che il modo di nutrirsi riassume il modo d’essere, di comportarsi; che la vita filosofica è la prova del filosofo; che la biografia è una via d’accesso alla comprensione dell’opera, non l’unica, ma capace di offrire prospettive inedite e insospettate; e che si può insegnare senza annoiare, far apprendere delle cose al lettore senza seccarlo; che leggere o ascoltare filosofia deve essere una festa» (p.133). La gaia scienza.

 

La filosofia nemica del corpo deve decidersi ad accettare l’invito al banchetto orgiastico organizzato da Onfray in memoria di Nietzsche. Abbandonare ogni ascetismo e occuparsi dell’essenziale, ancora: le lacrime, il riso, il vino, le donne, il cibo, il piacere!

Lo spirito può agire credendo di essere fuori dal tempo, ignorare l’incarnazione e proiettarsi in un’opera che illude l’uomo di essere padrone del suo destino, che lo convince di poter ricercare il tempo perduto e, sopratutto, gli concede una parvenza di immortalità. Ma il corpo, checché se ne dica, presenterà sempre il suo conto d’insoddisfazione: «destinata alla putrefazione e all’esplosione in molteplici frammenti, la carne non ha altro destino che quello anteriore alla morte. Il cattivo uso del corpo è un errore che ha in sé la propria sanzione: non si recupera il tempo perduto» (p. 128).

 

Insomma, diffidate di un uomo che disprezza un astice e non concedete la vostra attenzione a un filosofo che non sa apprezzare un buon vino e non ne sa parlare. 

Sono frasi che suonano come stereotipi in questi anni di sovraesposizione mediatica dell’arte culinaria, ma tenete presente che questo libro è stato scritto nel 1989 e che Onfray sa impregnare le pagine di sensualità oltre ogni stereotipo, sa mandarvi in sollucchero al di là di ogni pregiudizio. Forse è vero: più che un saggista è un affabulatore; ma di certo del vino e del cibo e del gusto e del godimento ne sa parlare, e con ogni probabilità ne è anche un fedele adepto praticante.  

E la sua forza, quella che lo condanna all’invidia o all’indifferenza dei suoi colleghi, è che non deve aspettare che gli concediate la vostra attenzione: ve la strappa dalle mani alla prima riga e ve la restituisce alla fine del libro, lasciandovi storditi e satolli come alla fine di un «pasto significante» (p. 119).